lunedì 24 novembre 2014

Catalogna: e adesso?

La votazione della consulta popolare sull'indipendenza della Catalogna del passato 9 di novembre, malgrado i dubbi iniziali con cui è stata ricevuta una volta annunciata dal presidente, è stata un vero successo che ha posto in rilievo l’audacia del presidente nel driblare i tentativi dello Stato spagnolo di fare naufragare il processo.

Il governo catalano ha fatto la sua parte, mettendo a punto locali della Generalità, urne e schede perché la cittadinanza di Catalogna potesse esprimere il suo parere, mentre le migliaia di volontari sono state l'anello della catena necessario per far sí che il processo partecipativo arrivasse a buon porto.

Il popolo catalano ha risposto alla chiamata, ancora una volta, in una maniera chiara e contundente partecipando in massa, rendendo la giornata partecipativa una vera festa della democrazia riempiendo le urne di voti.

Malauguratamente, la cecità politica delle istituzioni dello Stato spagnolo non solo le porta a sottovalutare la dimensione del conflitto e i più di due milioni e trecentomila cittadini che vi hanno preso parte, ma anche, seguendo la sua linea di giudizializzare la politica, a iniziare una campagna di pressione sulla Procura Generale dello Stato perché presenti una querela al presidente Mas, alla vicepresidente Ortega e alla consigliera Rigau. 

Lo spettacolo vissuto è stato grottesco, con la procura di Catalogna che al principio si negava a presentare la querela, non considerandolo opportuno, fino al punto che la Procura Generale dello Stato, capitanata dal signor Eduardo Torres-Dulce, ha ceduto alle pressioni del governo statale e ha deciso di presentarla e utilizzare il potere giudiziale per tentare di risolvere con la giustizia un problema politico. SI evidenziano cosí le mancanze democratiche d’uno Stato spagnolo che disprezza il principio democratico della separazione di poteri. 

Noi Catalani viviamo soggiogati a une istituzioni statali che pretendono penalizzare il semplice esercizio d’un diritto fondamentale quale la libertà d’espressione, dal momento che lo scorso 9 di novembre il Governo della Generalità ha impulsato un processo partecipativo per conoscere l’opinione della cittadinanza sul futuro nazionale della Catalogna. 

E adesso?! 

Ancora una volta si è dimostrato che quando camminiamo insieme siamo più forti e capaci d’arrivare più lontano. La nostra forza è l'unità, che si deve preservare da qualsiasi interesse di partito. Viviamo tempi transcendentali davanti ai quali si deve esigere ai partiti politici responsabilità e che facciano caso al clamore popolare che reclama unità.

In questo senso, sono dell'opinione che si deve impulsare una candidatura trasversale e unitaria, liderata dal presidente Mas, che in future elezioni al Parlamento di carattere plebiscitario ci permetta decidire il nostro futuro politico con tutta libertà e con garanzie piene. 

Una candidatura unitaria aiuterebbe a visualizzare il carattere plebiscitario delle elezioni, lasciando per dopo altre questioni, quando, raggiunta la independenza, se cosí lo vuole la maggioranza risultante, si dovrebbero indire nuove elezioni di tipo costituente.

L’opzione di partecipare uniti sotto la copertura di una candidatura unitaria è quella che ci colloca in un scenario più simile a quello di un referendum, di fronte alla proibizione del governo spagnolo di organizzare una consulta accordata di stile britannico, e agli occhi della comunità internazionale i risultati sarebbero interpretati in maniera chiara e concisa.

In epoche eccezionali, decisioni eccezionali!


Salvador Grifell i Hernández
@s_grifell

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domenica 23 novembre 2014

Il governo di Catalogna, una legittimità storica e democratica

Nell’attuale processo catalano verso l'indipendenza política e di fronte all’attitudine negazionista del governo di Madrid – e della maggioranza della classe politica spagnola-, c'è chi ha voluto centrare il dibattito esclusivamente tra la legittimità da un lato e la legalità dall'altro, ovviando quasi sempre che questo è anche un dibattito tra la volontà popolare e l'imposizione politica, tra il potere democratico e l’immobilismo del sistema. Nonostante ciò, il negazionismo di Rajoy evita il fatto che non si può occultare impunemente la storia né si può travisare la sua legittimità. Almeno non adesso e qui, nell’Europa del XXIesimo secolo.
Artur Mas, 129 Presidente
della Catalogna
Artur Mas, il presidente della Catalogna, non è alla guida di un governo autonomico creato grazie e in seguito alla Costituzione spagnola del 1978, come si intestardiscono a ripetere ministri spagnoli ed opinionisti dell’unionismo. Artur Mas è il 129esimo presidente della Generalità, la denominazione storica e d’origine medievale delle istituzioni catalane. Le Corti Reali Catalane nacquero nel XIIIesimo secolo –in un'epoca molto remota, quindi, persino in un contesto europeo-, come rappresentazione dei tre bracci: l’ecclesiastico, il militare ed il civile. Ed è a partire dalle Corti che il re accettò, più tardi, la costituzione d’un organo di governo proprio, anche se inizialmente unicamente con competenze fiscali. Quest'organo, la Diputazione del Generale di Catalogna, ebbe con il vescovo Berenguer di Cruïlles il suo primo presidente nel 1359. E le Corti e la Generalità assunsero maggior peso politico e istituzionale con il passare degli anni e con l’indebolimento del potere reale, fin quando, nel 1714, con la fine della Guerra di Successione Spagnola e la vittoria borbonica, si soppressero i diritti storici della Catalogna, tra i quali il parlamento e il governo proprio, e si realizzò l'assimilazione istituzionale a Spagna.

Lluís Companys, 123 Presidente
della Catalogna
E non fu sino alla proclamazione della Repubblica spagnola del 1931, che questi diritti, sebbene solo parzialmente, vennero riconosciuti, mediante la restaurazione sia del Parlamento sia del Governo della Generalità. Non è una casualità che la Catalogna fosse l’unico territorio dello Stato che avesse istituzioni d’autogoverno durante l’epoca repubblicana –eccetto i Paesi Baschi, i quali non le ottennero fino al 1936, a guerra già iniziata.

Il generale Franco, in seguito alla vittoria del fascismo che incarnava, nel 1939 abolí un'altra volta il Parlamento ed il Governo –le due istituzioni che, in termini moderni, intendiamo come Generalità. Però quest'abolizione non significò la sua annichilazione: in esilio continuarono ad esistere ed a resistere. Il 123esimo presidente della Generalità, Lluís Companys, che per la prima volta aveva ricevuto l'incarico nel 1933, lo mantenne fino al giorno in cui fu fucilato dai franchisti –dopo essere stato arrestato dalla Gestapo in Francia- nel 1940. 
Josep Irla, 124 Presidente
della Catalogna
A Companys succedette Josep Irla, l'ultimo presidente del Parlamento prima della fine della guerra civile: seguendo la legislazione catalana, il presidente del Parlamento assumeva il posto vacante del Presidente della Generalità in modo automatico e con pleni diritti, ogni qualvolta non era possibile riunire la camera rappresentativa, come era il caso. Irla esercitò la presidenza del governo di Catalogna in esilio dal 1940 fino al giorno delle sue dimissioni, nel 1954, già malato, solo quattro anni prima della sua morte. Josep Tarradellas –che già aveva partecipato a molti governi della Generalità in epoca repubblicana e anche in quello di Irla-, assunse la responsabilità di mantenere viva la rappresentatività istituzionale, in seguito all’elezione effettuata da diputati riuniti in Messico. Durante molti decenni lo fece dalla sua residenza francese di Saint-Martin-le-Beau. Infatti, mentre Companys significò il legame della perseveranza tra la Generalità repubblicana e l’esilio, Tarradellas protagonizzò il cammino del ritorno. 

Presidente Tarradellas ritorno dall'esilio nel 1977
La sua azione política non sempre ricevette l’approvazione di buona parte degli altri Catalani esiliati, per esempio, per il suo rifiuto di voler nominare il governo, mantenendo cosí l'istituzione solo nella figura del presidente. Però alla fine del 1975, con la morte di Franco e l’inizio della cosiddetta transizione spagnola, Tarradellas seppe giocare bene le carte dei diritti storici democratici che lo legittimavano. Perciò, sin dall'inizio del 1976, stabilí contatti con le forze politiche della penisola, provenienti sia dall’epoca repubblicana sia dall’antifranchismo e cominciò a negoziare con i nuovi poteri dello Stato, in particolare il primo ministro spagnolo Adolfo Suárez.

Nel periodo in cui, dopo le prime elezioni parlamentarie del giugno 1977, il Congresso dei Diputati spagnolo iniziava il suo periodo costituente, Tarradellas culminò il suo processo negoziatore con un viaggio sorpresa a Madrid, dove venne ricevuto dal re Joan Carles e dal primo ministro Suárez, e fece quindi un ritorno lampo a Barcellona, il 23 ottobre del 1977, avendo ottenuto il riconoscimento come presidente della Generalità, e con una multitudinaria accoglienza popolare. In un caso sfortunatamente eccezionale – nel senso che ancora oggi molte delle attuazioni del franchismo non sono state formalmente derogate o annullate, cominciando dal fucilamento del presidente Companys- Tarradellas ottenne sia la derogazione della legge d'abolizione delle istituzioni catalane sia il ristabilimento della Generalità e il proprio incarico –da parte del re in persona- a presidente provvisorio. Si riconosceva, quindi, la leggitimità storica e democratica della Generalità di Catalogna, e tutto ciò ancora prima della promulgazione della Costituzione spagnola del 1978, la cornice legale a partire della quale si generalizzò in seguito la concessione delle autonomie regionali in tutto lo Stato. 

Josep Tarradellas, 125 Presidente
della Catalogna
Tarradellas nominò un governo provvisorio –formato da quei partiti catalani con rappresentazione nelle parlamentarie del 1977- e convocò elezioni al Parlamento di Catalogna il prima possibile secondo la nuova legislazione spagnola, nel 1980, dando inizio ad un nuovo periodo democratico per le istituzioni della Generalità.

Questa traiettoria si scontra frontalmente, quindi, contro chi afferma in maniera continua che l’autogoverno di Catalogna nasce dalla Costituzione spagnola del 1978. Né vi nasce né vi trova la sua leggitimazione. Il fatto che, un anno prima, la monarchia parlamentaria spagnola riconoscesse la Generalità come sistema d’autogoverno della Catalogna e lo facesse nella figura che ne rappresentava la successione della sua tappa repubblicana non è solo una singolarità, è il riconoscimento di una leggitimità anteriore al periodo costituzionale. Anteriore sia dal punto di vista storico sia giuridico. Anteriore politicamente, inoltre. Una leggitimità che arriva da lontano e che nessun governo centrale può diminuire o annichilare. Non sarebbe il primo a volerlo fare, ma neppure il primo a fracassare.

Una leggitimità che proviene dalla storia e, ancor più, dalla sovranità popolare raccolta dal Parlamento della Catalogna. Una leggitimità che permette –e obbliga- al Governo della Generalità di convocare la cittadinanza per esprimere liberamente e democraticamente la sua volontà di futuro.





Josep Bargalló Valls
@josepbargallo
Primo Ministro e Ministro della Presidenza della Catalogna 2004-2006
Ministro dell'Istruzione della Catalogna 2003-2004
Assessore in Comune Torredembarra (1995-2003)
Presidente Institut Ramon Llull (2006-2010)
Dal 2010 è docente presso l'Università Rovira i Virgili

più di questo autore:
La lingua catalana nelle scuole. Quando i giudici vogliono sostituirsi al Parlamento.


più di questo autore in inglese:
Francesc Macià, President of the Catalan Republic


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venerdì 3 ottobre 2014

Nessuna separazione di poteri

Si è arrivati a un punto in cui è di vitale importanza che il mondo sappia che in Spagna le cose già non sono cosí democratiche come sembrano. 

Il Tribunale Costituzionale (interprete supremo della Costituzione e incaricato di risolvere i ricorsi presentati contro la Legge di Consulte e il Decreto di Convocatoria della consulta del 9 di novembre) non si presenta minimamente imparziale. I suoi dodici membri (giuristi e giudici di riconosciuta competenza) sono scelti nel modo seguente: 4 dalla Camera dei Deputati (organo politico), 4 dal Senato (organo politico), 2 dal Governo statale (organo ancora più politico) e 2 dal Consiglio Generale del Potere Giudiziale, e infine tutti vengono nominati dal Re. 

Come si può permettere che chi possieda competenze per decidire sulla costituzionalità d’una norma sia parte in causa nel processo? Chi ci assicura che i magistrati del Costituzionale non ricevano istruzioni dal resto dei poteri pubblici? Come si può continuare ad affermare che in Spagna c’è una chiara divisione di poteri, vigente nel vecchio continente europeo a seguito della Revoluzione francese?

Smettiamo d’ingannarci, non esiste una reale separazione di poteri... Si potrebbe persino affermare che mai c‘è stata! Chi governa allo stesso tempo giudica e legisla, chi legisla governa e giudica e chi giudica riceve istruzioni e direttrici dagli altri poteri. Quali garanzie possiede il popolo catalano che i ricorsi che adesso valuta il Tribunale Costituzionale saranno trattati con la imparzialità necessaria per offrire una sentenza giusta, equa e legale? Neanche una!!!

La Spagna offre alla comunità internazionale un’immagine di democrazia e legalitè però in realtà all’interno del paese si respirano effluvi di dittatura.

Judit Clarasó



giurista

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domenica 28 settembre 2014

Roger Mas i Solé, templario della nostra cultura

Quando Roger Mas si lega le espadrilles di sette nastri, prima di un concerto, esprime molto di più del semplice fatto di legarsi une calzature tradicionali catalane. In lui troviamo la voce più bella che mai ha offerto il mondo dei cantautori catalani. 

Roger Mas, cantautore di Solsona, che ultimamente abbiamo potuto ammirare in concerto dal vivo accompagnato dalla Cobla Sant Jordi Ciutat de Barcelona fa molto più che suonare musica, fa paese, e conservando soprattutto l’essenza della nostra musica e delle nostre parole, che implicitamente esaltano le tradizioni del nostro popolo, è un templario della nostra cultura. 

Roger è un nome proprio maschile che proviene dagli elementi germanici hrod (fama) e ger (lancia), significando "famoso con la lancia". La forma latina del nome è Rogerius e fu utilizzata da molti personaggi medievali.

Nel secolo XXI, epoca in cui le canzoni circolano in formati leggeri, Mas ha deciso di prendersi il tempo necessario per arrangiare, combinare e perfezionare le canzoni tipiche del suo repertorio e canzoni tradizionali della cobla per fonderle in un lavoro, Roger Mas e la Cobla Sant Jordi Ciutat de Barcelona, dove navigano identità del Mediterraneo e dove si dilatano sonorità tradizionali catalane del tipo: la doppia canna, un metallo aggiustato, la tenora, ....

Un Roger Mas dalle composizioni perfette, complesse, sincere, di chi che ne conosce la formula e ne gioisce giocando con le note. Un Mas che mai ne ha abbastanza e che arrichisce con la sua presenza tutti i lavori che firma con la temperanza del suo ritmo. 

Roger fa servire moti conformati per infinità di parole di un tempo, che grazie al suo impiego nei testi mai cadranno nell’oblio. Parole pure, sincere che amalgama alla perfezione con i moti più attuali della nostra lingua. Perché se di una cosa fa sfoggio il cantautore è che la lingua si deve utilizzare. 

Un Mas musicista, poeta e rapsodo delle sue proprie composizioni. Però allo stesso tempo un Mas que con la sua arte ci catalizza le poesie dei nostri grandi, come per esempio di Verdaguer o Pujols, e ce le serve con un mezzo sorriso contenuto.

MAS cognome derivato dai nomi di luogo di provenienza o d'abitazione, che, col passare del tempo si sono usati come cognomi. In questo caso, bisogna inserire il cognome nel gruppo di nomi di case, fattorie e altri edifici o le loro dépendances.


@rogermasoficial
Un Roger Mas buongustaio del suo paese, della geografia delle sue montagne del Solsonese verso le quali, involontariamente, facciamo pellegrinaggio tutti quelli che grazie alla sua arte sentiamo vive le nostre radici. Les sue composizioni e la sua voce grave ci accarezzano i piedi, ci percorrono la pelle e ci fanno il solletico all’anima ogni volta che l’ascoltiamo e che dal vivo godiamo dell’espressione più pura della sua arte dove la felicità che crea nello spazio si disintegra in misticismo del clima tellurico, che solo lui è capace di creare.

Mas proviene da una stirpe procedente dalla cobla tradizionale; dalle influenze di Sisa e Dylan; dalla riccheza della lettura della filosofia greca; dalla poesia; dall’innamoramento dell’Italia e del proprio rifugio che si è creato, e che gli ha permesso di trovare l’essenza propria del folk dove vi rimane la Mediterraneità del suo essere cantautore. 

SOLÉ cognome che proviene dal latino solarium, derivato da Solum, che vuole dire suolo, terreno. Solé è molto diffuso nei paesi e città delle province di Lleida e Tarragona. 

Una somma di tutto ciò proporziona i suoi lavori (A la casa d'enlloc, les cançons tel·lúriques, Casafont, les Flors del Somni, etc) premiati in una multitudine di occasioni e che l’hanno portato ad esibirsi nel nostro paese cosí come in Francia, Cuba, Italia, Uruguai, Serbia o Brasile. In questo modo ha fatto sí che la voce della cultura catalana si ascolti e si canti in tutta Europa.



Montse Solé



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domenica 21 settembre 2014

Senza resilienza non c’è indipendenza


Non ho potuto leggere ancora tutte le reazioni dopo la riunione del presidente Mas con Mariano Rajoy del 30 luglio. Ma non credo che ci vorrà molto per sentire Miquel Iceta (leader dei socialisti catalani) chiedendo al governo catalano di dialogare con Madrid per sbloccare il pasticcio combinato dagli indipendentisti. Sapete cosa succede? Che il problema non è il dialogo. Potremmo passare delle ore a dialogoare con lo stato spagnolo senza arrivare mai ad un accordo. Lo dice, più o meno, anche il proverbio: 'Se uno non vuole, due non dialogano.' Avendo capito che lo stato spagnolo non vuole spostarsi neanche di un millimetro, e prendendo atto dell’immobilismo spagnolo, abbiamo capito che è il momento di andare avanti senza più distrazioni. Se mai decideranno di muoversi, ce lo comunicheranno. E vedremo se arrivano in ritardo.

Concentriamoci. Prima stazione: Undici di settembre a Barcellona. Se facciamo una V come Dio comanda, questo no lo ferma più nessuno. Possono fare tutte le prime pagine che vogliono con Jordi Pujol (ex-presidente della Generalitat) reo confesso di evasione fiscale. Ancora non hanno capito di cosa si tratta questo casino dell’indipendenza. La questione dell’ex-presidente Pujol non è altro che un nuovo stimolo per il processo. E la reazione fulminante dell’attuale presidente Mas è un segno fortissimo: siamo pronti per i mesi che verranno. Come posso dirvelo... se l’indipendenza serve per fare pulizia di quelle condotte indecorose, per niente edificanti o illecite, meglio ancora. Vogliamo l’indipendenza per costruire un paese migliore. Se, facendo strada, si riesce già a togliere una parte di marcio, allelluia!

Tenteranno di fermare l’accelerazione che prenderà il movimento indipendentista il prossimo Undici di settembre con una serie di messaggi negativi programmati ordinatamente sul calendario. Per adesso, hanno citato a dichiarare l’erede di Pujol il giorno 15 di settembre. E ciò andrá avanti con interventi di capi di stato europei contro l’indipendenza... e vai a sapere quali cattive arti useranno ancora e che non riusciamo nemmeno a immaginare.

Lo abbiamo già detto molte altre volte. I prossimi tre mesi saranno esplosivi (spero soltanto metaforicamente). Siamo arrivati fin qui con un movimento unito, ben preparato, un leader forte e intelligente, una motivazione a prova di bomba, un disorientamento enorme tra le file nemiche e.... niente da perdere. Non penso, in nessun modo, che il gatto sia già dentro il sacco. Ancora dobbiamo attraversare i momenti più duri e determinanti del processo. Il fantasma della divisione –tradizionale nel nostro paese—ancora sorvola in questi mesi precedenti alla consultazione del 9 di novembre. La risposta di fronte al divieto di Madrid deve essere intelligente e rispettata da tutti. Se qualcuno pretende di creare zizannia tra di noi per la consultazione, deve sapere che potrà diventare responsabile della sconfitta. Ricordo ancora una volta che l’obiettivo è l’indipendenza e il 9 di novembre è soltanto il primo stadio del grande scontro che verrà.

Per vincere una guerra bisogna essere disposti a perdere alcuna battaglia. Se si possono vincere tutte, meglio. Ma se pensiamo che perdere una battaglia significhi perdere la guerra, vuol dire che non siamo pronti per la vittoria. Io non do nulla per perso. Ma chi intraprende la lotta pensando che non riceverà alcun colpo, torna presto a casa avvilito e convinto de aver perso anche se solo ha preso una sberla. La reazione generale verso il caso Pujol mi fa pensare che siamo pronti per vincere. La chiave del successo è far diventare le minacce delle opportunità. E oggi il movimento per l’indipendenza è più forte di una settimana fa.

In Russia hanno un proverbio che dice 'è permesso cadere, ma alzarsi è obbligatorio'. E possiamo anche andare oltre se seguiamo le regole delle arti marziali, che da millenni insegnano gli allievi a cadere. La prima cosa che si impara nelle arti marziali è l’arte di cadere senza farsi del male. In latino esiste una parola che definisce la capacità di rimbalzare quando uno cade e di tornare allo stato previo alla caduta: 'resilire'. 

Per dirla con uno slogan, senza resilienza non c’è indipendenza.

Pere Cardús

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domenica 3 agosto 2014

Essere liberi di decidere, decidere di essere liberi








Ricordo una volta un’intervista ad un insigne imprenditore catalano che ha sempre tenuto molto presente la responsabilità sociale corporativa che spesso si utilizza come mero strumento di marketing privo di anima. Quell’imprenditore assicurava che “noi esseri umani siamo condannati ad essere bravi ragazzi”. Mi è venuta in mente, in questi tempi particolari che sta vivendo il mio paese, la mia autentica madre Patria: la Catalogna. Questa nazione mediterranea ed europea, che conta più di mille anni di storia, sta reclamando, fino alla noia, di poter esercitare il paradigma della democrazia, ossia di poter decidere liberamente il proprio futuro. Ma la Spagna si rifiuta di concederglielo. Sì, la Spagna si rifiuta, senza sapere, a quanto pare, che noi esseri umani, oltre ad essere bravi ragazzi, siamo condannati ad essere democratici. E dico esseri umani e non stati, paesi o nazioni perché dopotutto che cosa sono questi se non una collettività di esseri umani?


Che cosa vogliamo in realtà, in ampia maggioranza, noi catalani? Decidere di essere liberi o, se preferite, essere liberi di decidere senza che ciò comporti niente di più dell’essenza della democrazia: votare. Se io mi riconosco libero, ho la capacità di decidere e, se decido, metto in pratica il fatto di essere libero. A partire da ciò quello che si decide dipende solo dalla libertà, sia esso mantenere un’unione con la Spagna o recuperare la sovranità che ci fu strappata con le armi esattamente 300 anni fa.


Molte volte ci ammoniscono dicendoci che i problemi non si risolvono con letture semplici e che abitualmente occorre approfondirne l’analisi. Certamente. Ma molte volte è proprio la lettura semplice, la riflessione elementare, che chiarisce e illumina la situazione davanti a fatti di un’oggettività, direi, quasi universale. Se la Spagna non permette alla Catalogna di votare sul suo futuro è perché la Spagna considera la Catalogna un ente inferiore, allo stesso modo in cui, nel corso dei secoli, una maggioranza di bianchi ha considerato i neri finché non ha riconosciuto loro l’uguaglianza dei diritti. È così semplice!


Ma la Catalogna è stufa. Perciò ora, come fece la cittadina nera Rosa Parks nel 1955, quando salì sull’autobus e si sedette su un sedile riservato ai bianchi perché aveva deciso di essere libera di mettere il suo sedere dove le pareva, e si sentì libera di decidere proprio questo, la Catalogna porta a termine il suo processo di emancipazione. La Catalogna agisce così perché non si sente, né si riconosce, inferiore e de facto sta già trattando con la Spagna da pari a pari.

Il potere spagnolo vede le urne come se fossero carri armati, ma, parafrasando Ramon Muntaner, autore di una delle grandi cronache medievali che descrivono gli eventi politici, familiari e militari di alcuni tra i più insigni re catalani, noi catalani “con allegria e gioia andiamo in battaglia allo stesso modo in cui gli altri vanno per forza e con timore”. Questa frase assume un gran significato. Sostituite “battaglia” con “urne” e avrete la descrizione esatta di ciò che succede in Spagna in pieno 2014. In realtà possiamo dire che gli spagnoli non vanno nemmeno alle urne se il tema non interessa loro.

E questo si decide a Madrid e precisamente alla Camera dei Deputati, dove le bevande alcoliche che ingeriscono le signorie loro sono sovvenzionate dallo Stato spagnolo. Sì, lo stesso luogo da cui si ripete fino alla nausea che senza rispetto della Costituzione Spagnola, la quale consacra l’unità territoriale con il concorso dell’esercito, non c’è democrazia, dimenticando che il Regno Unito, senza costituzione, permette alla Scozia di indire un referendum sull’indipendenza il prossimo 18 settembre 2014. E dimenticando anche che, parlando di nuovo di costituzioni nel 1714, tutto il sistema costituzionale catalano saltò in aria ed i pochi esemplari delle ultime costituzioni approvate nel 1706, che sopravvissero, furono bruciati in pubblico a scherno dei catalani. I catalani dunque avevano una costituzione che fu letteralmente annichilata dagli antenati di coloro che oggi presumono di averne una come se si trattasse delle Sacre Scritture.


Dico ciò perché l’abdicazione del re Juan Carlos I di Borbone a favore di Filippo VI – a proposito, colui che annichilò la Catalogna nel 1714 era Filippo V di Borbone – ha messo la Spagna davanti allo specchio e questa si è vista veramente brutta e orribile. E qui non si è potuto dare la colpa ai catalani perché è stata una parte del popolo spagnolo a reclamare un referendum per ratificare la monarchia o istituire una repubblica. Ed è stato proprio in questo momento che il Governo spagnolo ha risposto ai suoi cittadini come fa con i catalani, e cioè che la Costituzione Spagnola consacra una monarchia e non c’è altro di cui parlare. A proposito, sicuramente non l’avrete notato, ma il 19 giugno, giorno della coronazione di Filippo VI, si commemorano i 307 anni da quando il suo predecessore, Filippo V, rase al suolo e bruciò interamente la città di Xàtiva, nell’antico Regno di Valencia, per poi ribattezzarla come Nuova Colonia di San Filippo, per aver difeso le leggi e le costituzioni. Tutta una dichiarazione d’intento, non vi pare?



David de Montserrat Nonó
giornalista

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