domenica 16 marzo 2014

La lingua catalana nelle scuole. Quando i giudici vogliono sostituirsi al Parlamento.

L’ultimo giorno dello scorso mese di gennaio, il Tribunale Superiore di Giustizia (=Corte Suprema) lanciava una bomba di precisione nel bel mezzo del sistema educativo della Catalogna rendendo pubbliche cinque sentenze interlocutorie, relative alle cause intentate da cinque famiglie, che pretendono di modificare completamente il progetto linguistico delle scuole catalane.


La Catalogna, come riconosce chiaramente la cornice costituzionale spagnola, è una comunità con due lingue ufficiali –il catalano ed il castigliano (o spagnolo). Fin dai primi momenti del recupero delle istituzioni democratiche e di autogoverno –dopo la lunghissima notte della dittatura franchista-, le autorità catalane scelsero, con il supporto della grande maggioranza delle forze politiche, di sviluppare un sistema educativo che avesse il catalano come lingua propria, a partire dal modello conosciuto come “immersione linguistica” nelle tappe della scuola materna e primaria. E, se l’anno scolastico 1984-1985, erano già 408 scuole primarie ad aver adottato questo modello –l’istruzione avviene in catalano ed il castigliano si introduce progressivamente-, nell’anno scolastico 1995-1996, visto il grande successo, arrivano a 1.280. La legislazione educativa posteriore universalizzava il modello, arrivando a più di 2.800 scuole primarie sostenute da fondi pubblici. L’istruzione secondaria, professionale e superiore ha un modello linguistico basato sui progetti concreti di ogni centro scolastico e nell’uso che ne fa il corpo docente, partendo dalla competenza bilingue piena che raggiungono gli alunni che hanno finito la scuola primaria.


Il modello di immersione linguistica –nato in Québec nel 1965, in una situazione arcinota di co-esistenza di due lingue- è stato l’asse portante del sistema educativo catalano, a partire da premesse fondamentali: favorire l’innovazione educativa; puntare sulla coesione sociale; evitare la segregazione per motivi di lingua; e consolidare una sola linea scolastica. Cercando di incidere anche nella normalizzazione della lingua catalana, non solo debilitata dal franchismo –che ne aveva vietato l’uso pubblico e che mai volle introdurne l’uso ufficiale nelle scuole-, ma che si trova ad un livello di inferiorità diglossica di fronte ad un’altra lingua con più parlanti globali e che, inoltre, è l’unica considerata ufficiale a livello statale ed ha un uso sociale più consolidato.


I risultati del sistema catalano dell’immersione sono stati riconosciuti positivi dal Consiglio d’Europa e nessuna autorità accademica li ha mai messi in discussione, nè locale nè internazionale: con la progressiva introduzione della seconda lingua, gli alunni catalani finiscono l’istruzione primaria con una conoscenza e competenza adeguate in ambedue lingue, il catalano ed il castigliano. Una buona prova di ciò è che, in tutte le ultime valutazioni dei test PISA (Programme for International Student Assessment dell’OCDE), gli alunni catalani hanno ottenuto, per quanto riguarda le competenze conoscitive della lingua castigliana, dei risultati superiori alla media spagnola.


L’opposizione all’immersione linguistica è, quindi, strettamente politica. Così, se guardiamo la composizione dell’attuale Parlamento della Catalogna, le forze politiche che propugnano il mantenimento dell’immersione linguistica ricevettero 72,30% dei voti e quelle che sono contrarie il 22,30 –tralasciando, ovviamente, le formazioni minoritarie che non raggiunsero la percentuale minima ed i voti bianchi o nulli. Per quanto riguarda i seggi ottenuti, le forze favorevoli all’immersione hanno 107 deputati e le contrarie 28. La maggioranza sociale e politica è evidente.


Una parte del problema risiede nel fatto che, tra i contrari, c’è il Partito Popolare –la quarta forza del nostro Parlamento, ma con maggioranza assoluta nello stato. La sua proposta è quella che è stata seguita nelle altre comunità autonome che condividono lingua propria con la Catalogna e dove il catalano –con le sue varianti- è lingua ufficiale, anche lì, a fianco del castigliano. Nel paese Valenziano e nelle Isole Baleari il sistema educativo prevede linee separate per gli alunni che scelgono l’istruzione in catalano da quelli che la scelgono in castigliano. Il risultato è che non tutti gli alunni che finiscono la scuola primaria hanno competenza nelle due lingue, senza per questo, ottenere risultati migliori in lingua castigliana. Nel paese Valenziano il governo –del Partito Popolare- offre, anno dopo anno, molte meno linee nella lingua propria di quante siano richieste dagli alunni e dalle famiglie. E nelle Isole Baleari –governate dallo stesso partito- l’amministrazione ha approvato una proposta linguistica che, in pratica, pretende di sopprimere le linee in lingua propria, che erano –su richiesta delle famiglie- assolutamente maggioritarie.


L’opposizione all’immersione è dunque, politica, ideologica e corrisponde alla volontà di mantenere la lingua catalana come lingua pubblica e sociale inferiore: la volontà reazionaria e post-franchista di annullare tutto quello che significa pluralità ed è diverso dalla loro concezione di una Spagna monocromàtica, una sola idea ed una sola lingua. Per questo le cinque sentenze interlocutorie del Tribunale di Barcellona significano un siluro contro la linea di galleggiamento del sistema educativo –e della coesione sociale che vuole garantire. I giudici indicano che, se lo richiede un solo alunno in classe, bisogna abbandonare il modello di immersione ed impartire, qualunque sia l’anno in cui ci si trovi, un 25% delle materie in lingua castigliana. E obbligano i dirigenti scolastici a rispettare questa indicazione.


Sono sentenze ideologiche, senza alcun fondamento giuridico. Perchè la cornice costituzionale spagnola chiarisce che l’autorità educativa della Catalogna è il proprio governo catalano; perchè la legislazione e le norme educative in vigore mantengono la immersione linguistica come componente del sistema nell’istruzione primaria; perchè i dirigenti scolastici dei centri educativi –siano essi pubblici o privati sostenuti con fondi pubblici- devono rispettare le direttrici curricolari e pedagogiche dell’autorità educativa... Un giudice non può modificare una legge –ma deve vegliare perchè venga applicata, le piaccia o meno. Un giudice non è competente ad assegnare percentuali linguistiche o curricolari. E, men che meno, un giudice non può obbligare nessun ufficiale pubblico nè dirigente di un centro scolastico sostenuto con fondi pubblici a non applicare le istruzioni che l’autorità da cui dipende le ha ordinato di applicare.


Questo in Europa non succede –diciamolo. E’ chiaro che nello stato spagnolo il potere giudiziario non visse la transizione dal franchismo al nuovo ordine della monarchia costituzionale, e ne restò ai margini. E l’attualità è piena di esempi quotidiani di risoluzioni giudiziarie figlie di questa realtà, a cominciare dal rifiuto ad indagare sui crimini del franchismo per offrire una riparazione alle vittime.


Ma, in Catalogna, abbiamo chiaro che con la lingua non si può giocare. Non si può imporre da una minoranza. Non si può modificare un modello di successo per la richiesta delle famiglie di 5 –o di 10, 15, 20...- dei nostri oltre 800.000 alunni di scuola materna e primaria. Neanche per volontà di alcuni giudici. Con tutto il rispetto. E tutta la fermezza.



Josep Bargalló

@josepbargallo

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sabato 15 marzo 2014

“Spagnoleggiare” in Catalogna

Tra pochi giorni, la presidentessa della Junta di Andalusia andrà in Catalogna per fare una campagna contro il referendum convocato dal governo della Generalitat da tenersi il prossimo novembre. Insieme a Rajoy e Rubalcaba, la Sig.ra Susana Díaz completerà il tridente del “PPSOE” che tenterà di convincere i catalani, tutti gli spagnoli e l’Europa intera che l’aspirazione dei catalani di decidere per conto proprio non può assolutamente materializzarsi.

Alla nostra Susana sembra che l’Andalusia stia stretta e il fatto di dedicarsi ai problemi andalusi non soddisfi più le sue aspirazioni. Por questo, da quando ha fatto un salto nell’apparato del suo partito verso il centro dei riflettori di questa farsa che è diventata la politica, si sta dedicando a ottenere protagonismo dentro e fuori il PSOE esercitando un giacobinismo spagnolistico che in codesto partito ha una lunga tradizione. Dato che l’idea di un "nuovo modello produttivo" sembra abbandonata ed il futuro andaluso torna a proiettarsi nel continuare ad essere un paese subalterno, quasi una colonia interna, con un’economia basata sull’estrazione mineraria e l’edilizia (oltre, dovremmo supporre, al turismo), alla signora presidentessa le rimane un sacco di tempo per avvolgersi nella bandiera spagnola e dedicarsi a "diffendere la Spagna". E lo farà nella, oggi, terra di missione, la Catalogna, come una nuova Agostina di Aragona per “spagnoleggiare” rifiutando il diritto a decidere della cittadinanza catalana.
Supponiamo che farà della propaganda per questa opzione federale che adesso si è messo a difendere il suo partito e che nessuno, fuori e persino dentro di esso, sa spiegare in cosa consiste. Ed oserà rivolgersi molto specialmente agli andalusi che dovettero emigrare in Catalogna e che ora sono, loro ed i loro figli, cittadini di questa nazione senza per questo dover rinunciare a sentirsi andalusi (qualcosa che non capiranno mai quelli che confondono stato con nazione ed integrazione sociale con perdita d’identità culturale) e che sono gli stessi ai quali è stato rifiutato il diritto ad essere cittadini andalusi oltre ad esserlo della Catalogna. Tenterà di convincerli affinchè adottino una specie di “lerrouxismo” e si comportino come una quinta colonna spagnolista. Mi sembra una manovra rozza e pericolosa.

Durante il biennio di destra della II Repubblica (anni 30), quando il presidente della Generalitat, Lluis Companys, e altri dirigenti catalanisti furono imprigionati nel carcere di El Puerto de Santa María per avere proclamato lo Stato Catalano, Blas Infante ed i nazionalisti “liberali” andalusi andarono a visitarli diverse volte e sostennero pubblicamente la loro causa. Qualcuno dubita su quale sarebbe la posizione odierna di chi viene qualificato da tutti come di  "padre della patria andalusa" sul diritto a decidere rivendicato da una indubbia maggioranza di cittadini catalani? (Se qualcuno non è d’accordo sul fatto che si tratti di una maggioranza, o non crede che molti di quelli che difendono tale diritto non sono estrettamente indipendentisti, dovrebbe sostenere il referendum e così non ci sarebbero più dubbi).

L’irruzione in Catalogna di Susana Díaz, che oggi non è soltanto una dei dirigenti principali del PSOE (la qual cosa fa capire fino a che punto è arrivato quel partito) ma anche la attuale presidentessa dell’Andalusia, non risponde in alcun modo a interessi andalusi. Tra le altre cose, perchè ignora che come popolo, come "realtà nazionale" (l’espressione la prendo dal vigente Statuto di Autonomia), l’Andalusia ha lo stesso diritto di qualsiasi altro popolo di porre sul tavolo, se ci fossero abbastanza andalusi disposti a farlo, il proprio diritto a decidere (come adesso pretende di fare la Catalogna). A decidere se, per fare le profonde trasformazioni di cui abbiamo bisogno: economiche, sociali e politiche, ci conviene (o no) di avere strutture di stato o confederali (come difendeva Infante) oppure basterebbe con l’attuale cornice autonomica. Si può legittimamente discrepare su cosa sarebbe più adeguato e cosa sarebbe un errore e si dovrebbe iniziare da studi rigorosi e apartitici sulle conseguenze (e per chi) delle diverse opzioni, ma quello che non si può rifiutare, per partito preso, a nessun popolo è il proprio diritto ad esprimere liberamente l’opinione maggioritaria e che questa sia rispettata. Sia che si tratti del Kosovo, del Sahara Occidentale, della Scozia, della Catalogna ... o dell’Andalusia. Perchè ciò è, semplicemente, un diritto democratico (che, guarda caso,  il PSOE riconosceva prima della riconversione durante la Transizione Politica).

Che la costituzione del 78 rifiuti il carattere plurinazionale dello Stato Spagnolo è una povera argomentazione per squalificare il referendum del 9 novembre in Catalogna. Riflette soltanto le gravi insufficienze democratiche, in questo come in altri temi, della propria Costituzione. E rivela il carattere fortemente nazionalista di questa (nazionalista spagnolo). Se Zapatero e Rajoy cambiarono in una notte uno degli articoli per soddisfare le esigenze del capitale finanziario, che nessuno dica ora che non può essere riformata in un tema come questo, che tocca a tutti i popoli peninsulari ed alla convivenza reciproca tra di loro. Se non si propongono riforme legali per far sì che la democrazia coincida con la legalità è perchè non lo si vuole fare. Anche su questo, come in tante altre cose, l’unità tra il PP ed il PSOE è totale.

Isidoro Moreno Navarro, docente di Antropologia Sociale e Culturale a Siviglia. “Premio Andalusia di Ricerca Plácido Fernández Viagas su Temi Andalusi” (2001) e “Premio Internazionale Etno-demo-antropologico Giuseppe Pitré” (2005) e “Premio Fama” dell’Università di Sivilla

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venerdì 14 marzo 2014

L'endofobia e la estrema destra spagnola



Alcuni non riescono a capire perchè in Spagna la estrema destra non ha la stessa forza, quanto meno, che ha più a nord; soprattutto vedendo gli indici di disoccupazione e di immigrazione. Dobbiamo spiegare che gli estremisti di destra spagnoli sono così imbuiti dall’endofobia che non resta molto spazio per la xenofobia.
Avevo proposto il concetto di endofobia nel 2003 in un lavoro che è rimasto nei cenacoli accademici. Forse è ora di condividerlo con gli altri umani. Si tratta di un concetto complementare a quello della xenofobia. Partendo dall’idea che il xenofobo rifiuta la persona diversa escludendola dalla propria comunità ('ti riconosco il diritto di essere diverso e ti nego il diritto di far parte del mio mondo'), l'endofobo rifiuta il diritto di essere differente di una persona che riconosce come membro del suo mondo  ('ti riconosco come membro del mio mondo e ti nego il diritto di essere diverso da come io ti identifico').
Esempi di endofobia sarebbero la persecuzione delle forme di vivere la sessualità che uno disapprova per motivi religiosi o morali, l'assassinio dei bahaisti in Iran (non riconoscono che possano essere di una religione diversa e li considerano musulmani apostati) e l’odio alla diversità linguistica, che i catalani conosciamo tanto bene. Il rifiuto della differenza che porta ai neo-fascisti di volere spagnolizzare i bambini catalani ed i talibani delle reti con il solito cliché 'vediamo cosa dice la tua C.I.' non è altro che la versione moderna del DNA distillato per l’odio ai mori, ebrei, 'cristiani nuovi' o 'afrancesados' (epiteto per designare i “traditori” seguaci di Napoleone)...
Il xenofobo vuole espellere il diverso. L'endofobo lo vuole 'guarire', nasconderlo nelle carceri o normalizzarlo (conversione forzata al cattolicesimo, spagnolizzazione), ma non rinuncia ad uniformarlo.
Non nego che la estrema destra spagnola non sia xenofoba, ma il sentimento endofobo anticatalano e antibasco è così potente che si sentono (o si sentivano, fino a poco fa) perfettamente rappresentati dal partito neo-franchista di destra che ha favorito la castrazione simultanea dello statuto e dello “spirito della transizione” (meglio diremmo fantasma). Non è un caso che in Catalogna si manifesti, anche se con poco seguito, una delle espressioni del razzismo xenofobo più omologabile a quelle europee (la Piattaforma x Catalogna): qui l’anticatalanismo è auto-odio e lascia spazio alla xenofobia.
Non è nemmeno un caso che nella 'spiaggia di Madrid' (il nostro paese Valenziano, con tre autostrade gratuite e tre TAV per assicurare la valanga umana che snatura) si siano spesi tanti sforzi per ottenere che i coloni della capitale del regno, quando fanno le ferie nelle coste valenziane, non si sentano esposti alla malignità dei canali radio e TV in catalano.
Personalmente, mi sembra più aggressiva l’endofobia della xenofobia. Quest’ultima rifiuta il diverso ma ne rispetta la diversità. La prima, invece, vuole annichilire la diversità. Deve essere molto soggettivo: bisognerebbe vedere quanti omossessuali incarcerati o sottomessi a 'terapie' in tutto il mondo non preferirebbero l’esilio al carcere, l'occultamento, l'armadio... quanti bahaisti non preferirebbero l’esilio alla morte. Mi fa pensare anche il fatto che la xenofobia si arrende ai soldi mentre l’endofobia no: abbiamo visto stadi di calcio che smettevano d’insultare certi giocatori quando il proprio club veniva acquistato da uno sceicco svagato. Invece, abbiamo tantissimi esempi di ditte “Catalana di Gas” costrette a cambiare il nome (per molta richezza, prosperità, luoghi di lavoro, o altro che offrano) se vogliono operare in Spagna.
Se questa analisi è corretta, vedremo evolvere le situazioni:
—Nella Catalogna indipendente, man mano che ci si normalizzerà (per esempio, il non dover chiedere scusa per il fatto di avere un’identità: come uno svizzero o un olandese), la xenofobia raggiungerà livelli omologabili all’Europa.
—Nello stato erede della Spagna attuale (FKoS, Former Kingdom of Spain), la scoperta che esistono altre diversità che finora non avevano dato loro preoccupazione, esacerberà l’endofobia contro i balearici ed i valenziani ('ci mancherebbe che adesso questi pensino di fare come hanno fatto i catalani'). Se questo contribuisce a riaffermare l’identità propria dei valenziani e degli insulari, forse la Spagna finirà per raggiungere il suo sogno di essere una sola nazione (i baschi ed i galleghi si trovano in fasi molto avanzate di assimilazione, forse irreversibili).
—Se il FKoS finisce per essere mono-nazionale, sia per la strada dell’assimilazione con genocidio linguistico e culturale, sia per la strada dell’emancipazione dei valenziani e balearici, dopo poco tempo seguirà la scia dei principali stati europei, con gruppi xenofobi che si renderanno più visibili.
Dato che la Repubblica Catalana potrà esigere, in adempimento alla Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie, che vengano ristabilite immediatamente le trasmissioni in catalano in tutte le zone dove si parla il catalano sotto amministrazione spagnola, non mi sorprenderebbe che una delle prime decisioni del FKoS, una volta liberata la Catalogna, sia quella di annullare la ratifica della suddetta Carta.
Sicuramente, dopo alcuni anni di consolidamento dell’indipendenza, quando gli spagnoli si renderanno conto che ad ogni passaggio di una nuvola non si vedrà più il sole in quello che rimarrà del loro Impero, si passerà dalla frase 'cosa dice la tua C.I.' alla frase 'vattene alla Catalogna, polacco di merda'. 

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mercoledì 12 marzo 2014

Mas dà il via alla Finanza pubblica catalana




Il presidente Artur Mas avvierà una nuova struttura di Stato. La fondamentale. Si tratta della rete Tributi della Catalogna che ambisce a riscuotere tutte le tasse dei catalani, anche nominata, Finanza propria.

In una nota informativa pubblicata oggi nel giornale 'La Vanguardia', assicura che la rete gestirà, per il momento, le tasse provinciali e della Generalitat. Inoltre, dispone di un sistema operativo proprio di 53 sportelli di riscossione, espandibili a 150. L’insieme, sarà inaugurato giovedì con un evento solenne presieduta dallo stesso presidente Artur Mas.

Fonti del governo consultate dal giornale del Gruppo Godó “La Vanguardia! Assicurano che “il nostro modello di finanza è valido sia per una Catalogna autonoma quanto per una Catalogna diventata Stato, sia esso independente o no”, visto che la nuova finanza catalana si giustifica politica e giuridicamente come uno strumento della lotta contro la frode fiscale.

I tecnici che hanno implementato la nuova finanza catalana si sono ispirati ai sistemi applicati nei paesi scandinavi ed all’Australia e la Nuova Zelanda, che sono quelli che registrano un indice di frode più basso.

L’iniziativa di creare la finanza propria catalana era un impegno preso dal Governo della Generalitat e che si trova nel patto di legislatura stabilito con il partito Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) che sta sostenendo il governo pur rimanendo all’opposizione. Il Consiglio per la Transizione Nazionale, a sua volta, aveva indicato, nel secondo rapporto pubblicato, una tabella di marcia per creare un’amministrazione tributaria di nuova generazione.

Tuttavia, mentre non ci sia un accordo politico tra i governi catalano ed spagnolo, i contribuenti catalani continueranno a presentare le loro dichiarazioni dei redditi ed a pagare le tasse principali (IRPEF, IVA, Società, ecc.) all’agenzia tributaria statale spagnola.


Lluís Goñalons, El Singular Digital

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martedì 11 marzo 2014

Chi sono

Polacca che abita in Catalogna da tre anni e mezzo. O forse dovrei dire "polaca", con una "c",  perché è questo il soprannome dispregiativo che usa la maggior parte della gente, sia spagnoli che catalani. Voglio essere e sarei orgogliosa di essere polacca, così come francese o inglese, ma essendo stanca di ripetere a tutti che non sono "polaca" ma polacca mi faccio chiamare polaka, con la "k", per sottolineare  questo piccolo dettaglio delle mie origini.  Sono filologa e project manager affascinata dalla lingua e dalla cultura catalana, un essere umano abbastanza normale.  Forse dagli altri abitanti della Catalogna mi distingue il fatto che esattamente dopo tre anni di viverci ho ottenuto ciò che molte persone che ci risiedono non hanno: il certificato del livello C. Nel tempo libero scrivo articoli su tutto quanto sperimento qui, il tema della politica e il “caso catalano” inclusi. Mi piace condividere resoconti su questa terra, che ha sofferto molto durante la storia, però questo fatto non giustifica che è ancora un posto dove a volte succedono cose così strane che è difficile da credere. Però è anche una nazione straordinaria, piena di cultura alta e di molte persone nobili.
Non prendo la possessione del diritto infallibile: mi sbaglio come tutti.

Anita Janczak

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lunedì 10 marzo 2014

Abbiamo trovato i miliardi!

In un articolo pubblicato sul giornale El País del giorno 20 gennaio, Josep Borrell e Joan Llorach Mariné invitano i lettori a spiegare loro dove sono i 16 miliardi di euro della bilancia fiscale catalana.

Josep Borrell, ex-ministro socialista ed il co-autore del testo descrivono una situazione presumibilmente buffa nella quale, dopo aver ottenuto l’indipendenza, il presidente Artur Mas ed il capo dell’opposizione Oriol Junqueras si presentano nell’ufficio del ministro di economia Andreu Mas-Colell chiedendole i 16 miliardi del presunto deficit della bilancia fiscale catalana. Utilizzando i dati pubblicati dalla Generalitat sulle entrate e le spese del 2009, Borrell e Llorach (d’ora in avanti li chiameremo B-Ll) deridono Mas e Junqueras quando scoprono che i soldi non ci sono. Tutto raccontato in un tono a sfottò.

L’argomentazione è la seguente: nel 2009 i catalani hanno pagato allo stato spagnolo un totale di 46,195 miliardi di euro, dei quali lo Stato ha speso in Catalogna 45,403 miliardi. La differenza sono 792 milioni e non i 16 miliardi che pubblica la Generalitat. Secono B-Ll, per ottenere i 16 miliardi, la Generalitat prende questo numero e lo “neutralizza”. In cosa consiste la “neutralizzazione”? In realtà, consiste nel fare una mossa di buon senso e riconoscere che pagare con la carta di credito Visa equivale a pagare in contanti.

Tutti i lettori di questo articolo sanno che il debito della carta di credito si paga prima o poi, per questo motivo acquistare un paio di scarpe in contanti è la stessa cosa che comprarlo con la Visa. Nessun cittadino razionale pensa che con la carta di credito non si paga.

Allo stesso modo, “neutralizzare” la bilancia fiscale consiste nel riconoscere che, quando uno stato utilizza la Visa per pagare le spese, l’importo dovrà essere pagato dai contribuenti. Così semplice. Non so chi ha inventato la parola “neutralizzazione” per descrivere quello che si sta facendo, ma riconosco che è una parola brutta e ingannevole.

Per esempio, B-Ll dicono che la neutralizzazione si fa “per correggere il ciclo economico”. Non è vero. La neutralizzazione si fa perché quando lo Stato finanzia la propria spesa con debito pubblico, uno ha l’obbligo di correggere i numeri ed evidenziare che, prima o poi, la spesa sarà finanziata dai contribuenti. E non si tratta di un’opzione metodologica che uno può utilizzare secondo i propri interessi. E’ un obbligo intellettuale: non farlo è come dire che il governo può operare il miracolo dei pani e dei pesci, spendendo quello che vuole senza far pagare a nessuno la fattura. E questo non ha niente a che vedere con il ciclo economico.

Se il deficit, invece di prodursi in tempi di crisi, si producesse in epoca di vacche grasse, la “neutralizzazione” sarebbe comunque obbligatoria.

Non so se il motivo è che la parola “neutralizzazione” non è abbastanza descrittiva o che il concetto è ingannevole, ma la realtà è che esiste una lunga tradizione di politici ed opinionisti che accusano i “neutralizzatori” di manipolare i dati e che, pertanto, affermano che il deficit fiscale neutralizzato della Catalogna è un puro artefatto contabile creato dai nazionalisti.

E l’articolo di B-Ll fa parte di questa triste tradizione: B-Ll argomentano che, quando lo Stato finanzia la propria spesa con deficit, questo deficit non deve essere contabilizzato visto che (letteralmente) il debito “ è soltanto denaro virtuale che dovrà essere pagato in futuro”.






Di fronte a questo ragionamento, io invito il Sig. Borrell a utilizzare la sua carta di credito per regalarmi una macchina da 50.000 euro. A molti può sembrare un prezzo caro, ma a Borrell sembrerà economico. Di fatto, a lui sembrerà gratis: alla fin fine, “la carta di credito è soltanto denaro virtuale che dovrà essere pagato in futuro”! Ovviamente, argomentare che il debito non deve essere contabilizzato come un passivo per i contribuenti è fallace ed erroneo.






Tralasciando i signori Borrell e Llorach (e forse, anche Antonio Zabalza e Rocío Martínez-Sampere, i quali sono caduti nella stessa fallace argomentazione, il primo in forma reiterata e pesante), tutti capirebbero che per il Sig. Borrell il costo di un regalo come questo sarebbe di 50.000 euro, anche se lo ha pagato con la carta di credito invece di farlo in contanti.






Ma torniamo ai dati di B-Ll: risulta che nel 2009 lo stato spagnolo ha utilizzato la Visa per un valore di 81,113 miliardi di euro (questa è la cifra del deficit dello Stato).


Di questi soldi, 15,618 miliardi provenivano dalla Visa dei catalani (questa è la parte proporzionale che devono pagare i catalani come contribuenti dello stato spagnolo).


Il problema è che di questi 15,618 miliardi che lo Stato ha messo nella Visa dei catalani, non ha speso neanche un euro in Catalogna. Questo lo riconoscono B-Ll quando accettano che la spesa totale dello Stato in Catalogna è stata di 45,403 miliardi. Pertanto, B-Ll accettano che i 15,618 miliardi che sono stati messi nel conto della Visa dei catalani sono stati spesi in altre comunità della Spagna.


Se nel 2009 la Catalogna fosse stata indipendente, i 15,618 miliardi che lo Stato a messo sulla Visa


dei catalani non si sarebbero spesi in altre comunità autonome. E non avendole spese nemmeno in Catalogna, i soldi sarebbero disponibili, in contanti, sul tavolo di Mas-Colell. E questa è la risposta alla domanda:


se la Catalogna fosse indipendente, i 15,618 miliardi che lo Stato ha posto sul conto delle carte di credito dei catalani sarebbero a disposizione della Generalitat, insieme ai 792 milioni addizionali, per fare un totale di (per favore, mettete la sigla di “Passaparola”): 16,409 miliardi di euro!






Guarda un pò,…. ecco dove sono i soldi che cercavate, signori Borrell e Llorach!

L’argomentazione è così semplice che sembra strano che un ex-ministro e docente insieme ad un imprenditore debbano chiedere aiuto ai lettori per un chiarimento. E’ chiaro che forse non lo capiscono perché hanno una certa mala fede. E intuisco che c’è un po’ di mala fede perché B-Ll utilizzano i dati del 2009 (che è l’anno in cui il governo dello Stato ha utilizzato la Visa con più allegria) e non gli ultimi dati disponibili, quelli del 2010, pur facendo già otto mesi che questi dati sono stati pubblicati (ripeto, otto mesi).

Se, invece di prendere i dati del 2009, prendiamo quelli del 2010, risulta che le entrate che lo Stato ha riscosso in Catalogna sono state di 51,164 miliardi di euro, mentre le spese dello Stato in Catalogna sono state di 45,329 miliardi. Il saldo totale, dunque, fu un deficit contro la Catalogna di 5,835 miliardi di euro prima di neutralizzare, al posto dei “ridicoli” 792 milioni del 2009

Il risultato finale neutralizzato finisce per essere lo stesso: deficit della bilancia fiscale di 16,543 miliardi, cioè, 8,5% del PIL catalano. Molto simile all’anno precedente. Questa è la costante della quale parlano Mas e Junqueras e della quale B-Ll se ne fregano. Ma che il risultato sia stato lo stesso non nasconde che B-Ll abbiano scelto un anno nel quale i dati erano specialmente favorevoli per il loro intento di minimizzare il deficit fiscale della Catalogna prima di neutralizzare, sapendo che gli ultimi dati disponibili non presentavano uno scenario così roseo per i loro interessi.
Forse B-Ll non avevano notizia che da otto mesi erano disponibili I dati del 2010. E’ possibile. Anche se molto sospetto.
Riassumendo, B-Ll hanno scritto un articolo nel quale sfidavano i lettori a spiegare dove sono i 16 miliardi del deficit fiscale catalano. Ho accettato la sfida e l’ho spiegato: signori Borrell e Llorach, i 16 miliardi sono soldi che lo Stato ha messo nel conto della carta di credito Visa dei catalani e che ha speso in altri territori.

Logicamente, nel caso che la Catalogna fosse indipendente, tutti questi soldi non si sarebbero spesi in altre comunità della Spagna, e quindi, nella scenetta descritta con Artur Mas e Oriol Junqueras che entrano nell’ufficio di Andreu Mas-Colell chiedendo dove sono i famosi 16 miliardi, il ministro avrebbe risposto loro: i 16,409 miliardi sono sopra il mio tavolo, davanti ai vostri occhi!

Ma, per vederli, bisogna togliersi la benda dagli occhi.



XAVIER SALA I MARTIN – Docente di Economia dell’Università della Columbia – USA

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mercoledì 5 marzo 2014

Nessuno vi obbliga a parlar galiziano



Sempre tento di evitare i conflitti in cui un accordo é impossible dall’inizio Purtroppo, qualche volta ascolto ragionamenti assurdi ai quali non posso trattenermi di rispondere.
Non sono contraria a nessuna cultura, né lingua, né nazione, però non tollero la política dell’odio e delle frasi assurde in bocca a persone senza riguardi. Le certezze che ripetono in seguito, anche se suonano cómiche, possono essere pericolose.

Malgrado che il diálogo che ebbi con un ragazzo galiziano é molto comune, tutt’ora m’invita a fare una piccola riflessione.
Cuando mi si avvicinó e mi fece una domanda che non capii, sembrava un uomo normale, e che realmente voleva farmi una domanda. Non potevo sapere che era galiziano, penso che questo non si possa indovinare dalla sua acconciatura, o dalla posizione delle sue labbra cuando pronunciava le parole, perche non sono Sherlock Holmes.
Amabilmente gli spiegai che non l’avevo capito e gli richiesi se poteva ripetermi la domanda. Incoscientemente lo feci in catalano, perch’é la lingua che parlo d’abitudine qui. Non potevo immaginare che per lui quelle parole di cortesia sarebbero come un amo per un gran pesce, un pesce d’odio e di frustrazione contro tutta la cultura con la quale si era scontrato il ragazzo galiziano.
Mi obbligano a parlare il catalano, cominció a gridare. Nella Galizia non obblighiamo nessuno a parlare il galiziano e qui sempre si obbliga tutti a parlare il catalano.
Chi ti obbliga? Tentavo di capire qual’era la radice del problema. Però il ragazzo non finiva di gridare e non era possibile avere una conversazione fruttífera con lui.
Parlami galiziano o cinese, se lo sai, perche quante piú lingue capisci, piú ricco sei, tentavo di tranquillizarlo, però non c’era forma di comunicarsi con lui, perche non faceva che ripetere le stesse frasi. Finalmente gli gettai uno sguardo d’indifferenza e me ne andai per non perdere piú il tempo.
Mi é dispiaciuto non avergli fatto piú pressione perche mi dicesse chi l’aveva obbligato a parlar catalano (tutti i catalani, penso) e come avessero fatto perche lo facesse. Concludo che né l’obbligazione né la pressione fossero state molto forti, perche il ragazzo galiziano sembrava non sapere neanche una parola in catalano, né cortese né maleducata.

Anita Janczak




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