domenica 23 febbraio 2014

“Help Catalonia è aperto a chiunque abbia inquitudini, motivazioni e voglia di denunciare quello che ci succede intorno”

Sono Laura e ho 19 anni, quasi 20. Studio giornalismo e Scienze Politiche all’Universitat Pompeu Fabra, vivo a Barcellona e sono la più giovane tra tutti i volontari di Help Catalonia. Non è ancora un anno che ne faccio parte e il mio lavoro consiste nel scrivere brevi articoli, tradurre in castigliano e twittare con l’account @AyudaCat (il profilo in castigliano di HelpCat). Nonostante questa mia partecipazione, credo che la mia presenza più importante sia stata durante l’ultima Diada l’11 settembre. Far parte della catena umana è stata un’esperienza unica, che ancora ricordo e mi fa venire la pelle d’oca.


I motivi per cui sono entrata a far parte di Help Catalonia li ho trovati parlando con dei miei amici della Catalogna, dell’intependenza, dei media, del giornalismo e della partecipazione sul web. In una conversazione in merito mi hanno parlato di Help Catalonia. Dopo pochi giorni mi sono messa in contatto con loro e sono stata accolta dai compagni che ne facevano già parte.


Sono giovane e non ho ancora avuto la possibilità di vedere al di là del mio mondo di studentessa, ma credo che far parte di questa squadra così potente non è importante solo a livello di esperienza, ma vale anche come arricchimento personale. Help Catalonia è aperto a chiunque abbia inquietudini, motivazioni e voglia di denunciare quello che ci succede intorno e, ancora di più oggi, in un momento di subbuglio, dove la Spagna di Rajoy è sempre più dura con la Catalogna.


Sono anni che sono al corrente di quello che mi succede intorno e, più concretamente, quello che avviene in Spagna. E devo dire che oggi più che mai credo che sia necessaria una presa di coscienza per chiederci realmente chi vogliamo essere. Non viviamo nella democrazia che ci vogliono far crescere, anche se nei libri di testo o nella Costituzione si definisce la Spagna come uno Stato sociale e democratico. Oggi più che mai è il momento di farci vedere, di denunciare le ingiustizie che viviamo, di mostrare al mondo cos’è la Catalogna e chi siamo noi.


È il momento del cambiamento e siamo sempre di più e con sempre più voglia di sapere in cosa sbagliamo e come possiamo migliorarci. L’era della presa di coscienza e della maturità.


È per tutto questo che incontrare Help Catalonia mi ha aperto le porte. Credo che diffondere la realtà dei catalani è un primo passo per un miglioramento. Il mio pensiero positivo? Che ogni giorno siamo di più e saremo di più. Perchè così come me, c’è molta gente disposta a partecipare.


Ancora un volta, grazie a tutti i compagni che fanno parte di questa associazione. Help Catalonia siamo tutti noi.








Laura Estrada
Help Catalonia

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giovedì 20 febbraio 2014

La campagna 'Catalonia calling' si sta diffondendo e crea inquietudine tra gli unionisti




La rivista Sàpiens ha cominciato a ricevere delle risposte e ringraziamenti per l’invio del libro 'Catalonia calling' che fa parte della campagna 'El món ho ha de saber' (Il mondo deve sapere), per la quale sono stati spediti 14.513 libri ad autorità e personalità famose di tutto il mondo. L'ultima risposta è dell’ex-segretario generale dell'ONU Kofi Annan, che ringrazia per il libro ed il DVD e si augura che la campagna abbia successo. Tra le lettere di ringraziamento ricevute ci sono quelle del principe Carlo d'Inghilterra e dei re d’Olanda.


Sàpiens sottolinea alcune delle personalità che hanno risposto: 'Ci hanno scritto parlamentari britannici, francesi, olandesi e del Quebec; europarlamentari; ministri dell’Irlanda e del Quebec; il primo ministro (donna) del Quebec; figure politiche come Tony Blair e Kofi Annan; il presidente della Commissione Europea José Manuel Durão Barroso; il presidente del Libano Michel Sleiman, o il Difensore del Popolo dell’isola di Malta. Oltre la politica, ci hanno contattato l’allenatore del Manchester United David Moyes; il cardinale belga Godfried Danneels; l’imprenditore francese Maurice Lévy; il presidente della Corte Costituzionale della Slovenia Ernest Petrič, o i direttori dei giornali ‘L’essentiel’ (Lussemburgo), ‘Jamaica Observer’ e ‘Bhutan Today’.'


Mediante la campagna 'Il mondo deve sapere', che ormai si è conclusa, sono stati spediti 14.513 libri ad autorità e personalità di tutto il mondo. Nel sito di Sapiens si può trovare la lista dei catalani che hanno contribuito a questa spesa e anche la lista dei nomi che hanno ricevuto il libro.


La grande diffusione e risposta che sta avendo la campagna ha iniziato ad inquietare alcune voci dell’unionismo, come ad esempio, l'ex-direttore del giornale ABC e articolista de La Vanguardia, José Antonio Zarzalejos. Alcuni giorni fa, nel suo blog, ammise il successo e la qualità della campagna ed il contrasto tra l’esaustiva e attraente esposizione delle argomentazioni dell'indipendentismo con il silenzio e l’immobilismo del governo spagnolo e dei suoi partiti. 'Il secessionismo vince la battaglia dell’opinione pubblica in Catalogna perchè si dedica anima e corpo alle sacche sociali non nazionaliste senza che i leader e le organizzazioni radicate in queste zone elettorali abbiano reagito. Non dobbiamo dimenticare i buoni risultati dell’iniziativa “Suma’t - Aggiungiti” promossa da ERC.'

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mercoledì 19 febbraio 2014

Gli economisti Paluzie, Sala i Martin e Germà Bel distruggono l’imbroglio del ministro Montoro

Il governo spagnolo aveva detto che avrebbe pubblicato le bilance fiscali all’inizio dell’anno, ma non ha rispettato l’impegno. Il ministro Montoro ha ammesso che nascondevano i dati perchè avrebbero dato “ali” all’indipendentismo e, in cambio, offrirà dei “conti pubblici territorializzati'. Non è chiaro cosa calcoleranno nè come, ma Montoro rinuncia a presentare delle bilance globali con tutte le imposte che genera un territorio e tutto l’insieme della spesa pubblica che questo territorio ottiene. Questi ultimi giorni alcuni economisti prestigiosi, come Elisenda Paluzie, Xavier Sala i Martin e Germà Bel, sono arrivati a delle conclusioni.


In un dibattito radiofonico a Catalunya Ràdio, Elisenda Paluzie, rettore della Facoltà di Economia e Impresa dell’Università di Barcellona ha detto che, in effetti, quello che il governo spagnolo si accinge a presentare non sono bilance fiscali: 'Non sono bilance fiscali. Quando calcoli le bilance, riconosci l’esistenza di un territorio sul quale devi poter calcolare cosa viene generato e cosa riceve. Se questo si spezza e dici che lo stato ha una serie di spese che vanno tenute a parte, stai rifiutando che ci sia un territorio con la capacità di generare imposte e di ricevere spesa.'


Paluzie diceva chiaramente che quello che permettono di vedere le bilance fiscali, se non altro le ultime disponibili, è che: 'Da ogni euro che paga un contribuente catalano di tasse, tenendo conto di tutto quello che tengono conto le bilance fiscali, togliendo la spesa per sanità e pensioni, soltanto tornano in Catalogna 53 centesimi. Se togli quello che lo stato trattiene da tutte le imposte, parliamo del 50% della spesa. Eccetto gli investimenti in infrastrutture, che sono una piccola parte del bilancio generale dello stato: cioè, dal 50% di spesa nelle mani dello stato, ci calcoleranno il finanziamento autonomico, ed alla spesa autonomica ci aggiungeranno le quattro cose che lo stato fa fisicamente sul territorio, che sono le infrastrutture.'


Paluzie diceva che lei e gli altri esperti in questa materia sospettavano che Montoro avrebbe annunciato dei dati delle bilance fiscali prendendo un anno di forte crisi e di grande deficit della Catalogna, come il 2009, e senza neutralizzare i dati, in modo che il deficit fiscale catalano restasse ridotto considerevolmente. Ma non ha fatto nemmeno questo. Perchè?: 'Credo che si sono resi conto che, facendo questo gioco di non neutralizzare il deficit pubblico e prendendo gli anni peggiori della crisi, sarebbe uscito un deficit fiscale molto più basso per la Catalogna ma, a quel punto, avremmo visto una eccedenza stratosferica per le comunità autonome con avanzo, come la Estremadura o l’Andalusia, e così non hanno voluto divulgare niente.'


La stessa argomentazione è stata sviluppata da Germà Bel, docente di Economia dell’Università di Barcellona e membro del Consiglio per la Transizione Nazionale. In un articolo di La Vanguardia intitolato “Morto il cane....” (morta la rabbia). Bel dice: 'Con un deficit come quello del 2009 senza neutralizzazione, nel 2005 la Catalogna avrebbe avuto un equilibrio fiscale con lo stato e soltanto le Baleari avrebbero presentato deficit. Ma, allora, si sarebbero visti gli avanzi fiscali (percezione di trasferimenti) superlativi: Estremadura (26% del PIL), Asturie (24% del PIL), Galizia (18% del PIL), Castiglia e Leon (16% del PIL)... Immaginate il malessere di tanti presidenti autonomici, quasi tutti del PP, se questi livelli di sussidio fossero di dominio pubblico, e le liti conseguenti. Questo succede quando si specula con la non neutralizzazione del deficit centrale.'


I nuovi conti di Montoro, che saranno pubblicati presumibilmente nel mese di marzo, non confronteranno la differenza di ciò che riceve e da ogni territorio, ma quanto costano i servizi pubblici ai cittadini nel territorio in cui vivono.


Il docente dell’Università della Columbia Xavier Sala i Martín ne ha parlato in un’altra emittente RAC-1: 'Non discutiamo sulle tasse, discutiamo sul deficit. E il deficit è la differenza tra le tasse pagate dai cittadini, che in effetti dipendono dal luogo dove vivi, ma anche la spesa. Le pensioni vanno a finire alle persone, ma una gran parte vanno ai territori.'


Sala i Martín ha aggiunto: 'Montoro può dire quello che le pare, e pubblicherà quello che vorrà. E può dire che le bilance fiscali sono obsolete. Può anche dire che non le piace la legge di gravità e che non gliene importa niente. Ma la legge di gravità esiste a prescindere. Dovrebbe pubblicare le bilance che vuole, ma con tutti i dati, che siano rese pubbliche, e noi pubblicheremo le bilance per conto nostro. Che ci dica esattamente dove spende ogni partita del suo bilancio, da dove viene ogni partita delle sue entrate… E noi faremo i nostri calcoli.'


Finalmente, ha sottolineato quale è la questione principale e decisiva del dibattito: 'A me quello che mi interessa è: se la Catalogna fosse indipendente quanti soldi avremmo che ora non abbiamo? E la risposta si ottiene con il metodo monetario di calcolo delle bilance fiscali; cioè, i soldi che ora si spendono a Madrid sicuramente dovremmo spenderli anche noi perchè dovremmo avere ministeri, difesa, ecc. .. Ma saranno in Catalogna. La domanda che m’interessa è quale impatto macroeconomico avrebbe l’indipendenza della Catalogna? La risposta, il deficit fiscale monetario: 16,5 miliardi.'

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martedì 18 febbraio 2014

Salvador Dalí





La parola SURREALISMO fu usata per la prima volta da Apollinaire nel 1917 e, da allora, diventa una parola utilizzata molto spesso da artisti come André Breton, P. Eluard e anche da alcuni dei collaboratori della rivista "Littérature".

Tra i collaboratori della rivista “Littérature” si prestava molta attenzione ai generi fantastici e agli sperimenti avanguardisti del momento mostrando un forte interesse per il mondo magico, i sogni e l'assurdo. In questo modo si proclama il puro automatismo psichico mediante la funzione vera del pensiero, che si assenta nella convinzione di una realtà superiore, tessuta da forme di associazione che sono la base dell’onnipotenza del sonno e del sogno, come anche del gioco arbitrario.

In quei momenti... si trovavano di fronte ad una nuova poetica, una profonda riflessione romantica dei dettami dell’immaginazione. Il massimo esponente del surrealismo astratto era il catalano Joan Miró e quello del surrealismo figurativo era Salvador Dalí (1904-1989).

Se parliamo della figura di Salvador Dalí sottolineiamo che era un eccellente disegnatore che utilizza una precisa tecnica, dai colori brillanti e luminosi per rappresentare ogetti, paesaggi e persone con un realismo quasi fotografico. Nella sua opera dava forma a tutte le sue ossessioni: il gusto della ripetizione, la combinazione del fatto umano e quello mostruoso, e tutto ciò lo rifletteva sempre in grandi spazi dilatati.

Dalí definiva il suo metodo critico-paranoico come un sistema spontaneo di conoscenza irrazionale basato sui fenomeni del delirio. Certo è che, come dappertutto, sono esistite delle persone che non si riesce a incastrare negli schemi più ortodossi. Di questo ne sono buoni esempi l’intellettuale Narcís Monturiol, il poeta Fages de Climent o il farmacista Alexandre Deulofeu. Ora, nessuno di loro portò la sua stravaganza fino ai limiti superlativi del geniale Salvador Dalí. Un Dalí che, con le sue esagerazioni abituali, fece diventare la sua stravaganza una parte sostanziale dello strumento con il quale si guadagnava da vivere.

Un Salvador Dalí audace, immaginativo, eccentrico e megalomane divenne uno dei più eclettici artisti catalani che vampirizzava tutto quanto arrivasse dall’esterno.

Questo grande artista, Salvador Dalí, lascia come eredità un ampio e personale universo simbolico a tutti quelli che apprezzano la sua arte.

Esso è: i suoi orologi molli che reinterpretano la teoria della relatività; i suoi elefanti ispirati al Bernini che prendono la forma di figure fantasmagoriche e falliche; le sue uova della vita intrauterina che divengono simbolo di speranza e di amore; e le sue formiche simbolo della morte, la corruzione ed il fervore sessuale per la penetrazione dell’io più profondo delle carni. Dalí spiegava al mondo le sue paure e la decadenza, espressa sotto il simbolo delle cavallette.

Indubbiamente Dalí, considerato il pittore catalano più grande ed universale di tutti i tempi, fu come Josep Pla, scrittore e poeta, un catalano che non negò mai il suo essere spagnolo, essendo molto criticato per aver lasciato la sua eredità allo stato spagnolo ed essere un monarchico. Nel caso di Dalí nessuno può tralasciare che era stato anarchista in un periodo della sua vita nè il suo avvicinamento al regime franchista. Ciò nonostante, non smise mai di mostrare una forte disafezione al regime per il polemico assassinio, da parte delle milizie nazionali, di Federico García Lorca, il suo grande amico.

Con i suoi atti dichiarava gli andirivieni, opposti a volte, che evidenziavano una chiara reticenza del artista a vivere un solo cammino di vita. Piuttosto sembra portato per il dibattito tra la testa e la croce della stessa moneta. Andare e tornare da una strada verso l’opposto della vita, come se il vento del nord guidasse il suo motore vitale, senza limiti, portandolo verso evocazioni poliedriche del suo mondo più profondo, il proprio, quello di Salvador Dalí.

Malgrado tutto, Dalí sempre si era sentito molto catalano, amava la sua terra, i suoi prodotti, la sua gastronomia, la sua gente ed specialmente i suoi pescatori: quelli della zona dell’Empordà (nord della Catalogna). Ne troviamo prova nella sua opera piena di riferimenti alla terra che lo vide nascere e crescere. Ad esempio: il Capo di Creus, le spiagge di Roses, la carezza della tramontana ritratti in opere come "Madonna di Portlligat", "Il cesto di pane", "Il grande masturbatore", "Figura rinocerontica di Ilisos di Fídias", "La disintegrazione della persistenza della memoria" o "la festa nell'Eremo".

Se parliamo di anarchia e catalanità pittorica nella figura di Dalí possiamo trovare uno dei massimi esponenti artistici su scala universale. Con tutti i pro e contro che possiamo allegare, la realtà è che la sua opera respira catalanità a 360 gradi.

In definitiva: ironia, veemenza e sincerità...sottoscritto da Salvador Dalí artista di sè stesso e amante di Gala.

@salmadonart

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domenica 16 febbraio 2014

Ultima mano tesa allo Stato per la consultazione

Il Parlamento approva con 87 voti su 135 -tre sono del PSC- di chiedere al Congresso dei Deputati spagnolo di poterla convocare, dopo un dibattito che mostra i due blocchi.


Minuti dopo la fine della seduta plenaria di ieri nel Parlamento catalano, e quando i corridoi ancora bollivano per la spaccatura socialista, la presidentessa della Camera, Nuria de Gispert, si è ritirata nel suo ufficio. Sopra la scrivania ha trovato una lettera, in catalano ed in castigliano, per il suo omologo del Congresso, Jesús Posada. L’ha firmata e vi ha allegato, anch’essa tradotta, una proposta di legge organica facendo appello all'articolo 150.2 della Costituzione per trasferire alla Catalogna le competenze per organizzare un referendum consultivo per decidere il suo futuro. L’iniziativa ha appena ottenuto il sostegno di 87 (su 135) deputati catalani. Quelli di CiU, ERC, ICV-EUiA e tre dissidenti del PSC, i quali hanno disobbedito alle indicazioni di voto del leader Pere Navarro e si sono aggiunti alle forze catalaniste per esaurire la strada dell’accordo. La lettera di De Gispert è l’ultima mano tesa.

Per i sostenitori del diritto a decidere, si tratta di un’offerta per accordarsi su un anelito maggioritario nel paese e, per il blocco del no (43 voti), e in particolare, per il capo dell’opposizione Alicia Sánchez-Camacho (PP), l'inizio di un "cammino politico di CiU e ERC" verso l’indipendenza. Mariano Rajoy torna ad avere l’ennesima richiesta di dialogo. Se continua a rifiutare perchè considera non negoziabile la "sovranità nazionale" non riceverà altre offerte formali.

I sostenitori della consultazione sono ancora disposti a trattare in qualsiasi momento e sanno che, se el processo prospera, ci sarà bisogno di dialogo con lo Stato, per esempio, al momento di dividersi gli attivi e passivi in caso d’indipendenza. Se, come si prevede, il PP e il PSOE si alleeranno e disattenderanno la richiesta per fare la consultazione sotto la legalità spagnola, i sostenitori del diritto a decidere si sentiranno più legittimati ad andare avanti unilateralmente. Il presidente Artur Mas ha sempre parlato de consultazione "concordata oppure tollerata". Rajoy non si siederà a parlare della prima possibilità e, sulla seconda, cioè una consultazione il 9-N con una legge catalana, ha lasciato un chiaro messaggio e cioè che, se Mas la convoca, non ci metterà "neanche un minuto" a portarla davanti al Tribunale Costituzionale, dove il precedente della proposta Ibarretxe (tentativo del Paese Basco) porta sicuri al veto.

E qui è dove appare la consultazione a tutti i costi con lo scontro dei treni ovvero le elezioni plebiscitarie e subito dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza, nel caso di maggioranza chiara.

Votare in ogni caso

Ieri il presidente del gruppo CiU, Jordi Turull, ha indicato che, quando si esaurisca il meccanismo "legale e concordato", ci sono altre quattro possibilità per garantire che venga esaudito il mandato democratico e l’accordo sulla data e la domanda. ERC, ICV-EUiA e la CUP hanno parlato di fare la consultazione in ogni caso. La segretaria generale di ERC, Marta Rovira, ha solennizzato che si tratta "dell'ultima opportunità di rispondere" da parte dello Stato perchè già le “abbiamo tentate tutte”. E se la risposta è negativa, ha detto: "Deve essere esplicita e fare il giro del mondo per caricare il nostro zaino di ragioni e legittimarci a continuare". "Esaurire la strada legale spagnola ci dà legittimità per continuare", ha detto la portavoce di ICV, Dolors Camats.

Il processo ha bruciato una nuova tappa e lo ha fatto, di nuovo, con ampia maggioranza.

Per Sánchez-Camacho, si tratta di poca cosa in quanto non si arriva ai due terzi, cioè i 90 deputati che, ad esempio, sono necessari per approvare uno Statuto. Questo però è questionabile, in quanto i tre deputati de la CUP non si sono astenuti rifiutando il processo ma, anzi, loro pensano che chiedere l’autorizzazione sia una perdita di tempo e serva solo a legittimare lo status quo della Transizione. "Vogliamo esserci e accompagnare ma non apparteniamo a questo mondo, siamo stati contro la Costituzione e gli statuti. Vedremo andare via il convoglio dell’accordo con Madrid e vi aspetteremo in banchina per proseguire il viaggio", ha ammesso Quim Arrufat.

Il dibattito ha indicato due blocchi molto definiti, e questo fa stare a disagio alcuni settori di ICV e di Unió. Il PSC ha iniziato la legislatura dicendo che si sarebbe astenuto su tutte le questioni riguardanti il diritto a decidere, sucessivamente aveva detto di sí alla sollecitazione di una trattativa tra governi per la consultazione e ieri ha detto no all’ultimo tentativo di forzarla. Il suo portavoce, Maurizio Lucena, ha messo in scena alla perfezione il giro di vite affermando che quelli che sono stati compagni di viaggio del PSC in precedenti governi, accordi di finanziamento, statuti o modelli linguistici non fanno altro che "rendere più difficile la consultazione". Per lui, è sufficiente una riforma federale con una consultazione che si farà quando "le condizioni [non specificate] in Catalogna e in Spagna lo permettano".

Il PSC arrivava, dunque, alla sessione spaccato. Per fortuna per il leader Navarro, nessuno ha infierito troppo, nè i vecchi compagni nè i nuovi, PP i C's. La tensione era al massimo. Il giorno prima il sindaco socialista della città di Lleida, Angel Ros, aveva consegnato le sue dimissioni da parlamentare e alcuni di quelli che obbedivano Navarro continuavano a esprimere contrarietà e discrepanza, come Rocío Martínez-Sampere. Tre deputati si sono schierati per il sí ed il primo segretario, che preferisce un partito unito ed allineato con il PSOE spagnolo più degli antichi –e adesso più difficili - equilibri tra le due anime, pretende che Joan Ignasi Elena, Núria Ventura e Marina Geli diano le dimissioni da deputati. Loro, però, attaccati agli impegni programmatici, dicono che rapprentano l’elettorato socialista e vogliono continuare a farlo.

Albert Rivera e Sánchez-Camacho esigevano i promotori della consultazione di lasciar perdere quando il Congresso dirà di no. Secondo la leader del PP, continuare implicherebbe fratturare la società, che già adesso "lo è come mai prima". Si è detta difenditrice dei catalani che hanno radici fuori dalla regione, alieni o contrari, secondo lei, al processo.

Arrufat l’ha accusata di "patrimonializzare" l’immigrazione. Nè lui nè gli 87 deputati che hanno votato sí getteranno la spugna.


Ferran Casas 
'Ara'

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Puerto Rico : Lasceranno votare i catalani?

Chi ha avuto occasione di dare uno sguardo alla stampa spagnola delle scorse settimane, in maniera particolare quella di Madrid, può aver avuto la sensazione di essere tornato indietro nel tempo, addirittura al 1898. I titoli dei giornali, poco imparziali e molto sensazionalistici, parlano di "minaccia del separatismo", non solo, i principali partiti politici si schierano da parte dello Stato che preannuncia una posizione "inflessibile" davanti a chi attenta contro "l’indissolubile unità della Spagna".

Questa volta, contrariamente a quanto successe nel 98, i separatisti non si trovano nel lontano Mar dei Caraibi, né in terra cubana, ma nella stessa penisola iberica: per essere più esatti in Catalogna. La minaccia percepita dai politici madrileni non viene dai machete sollevati dai mambises, i soldati cubani della guerra dell’indipendenza, ma dalla più democratica delle richieste: quella del voto. L’allarme ha raggiunto livelli d’isterismo quando i catalani hanno fissato una data per indire il referendum con il quale intendono decidere se continuare ad essere vincolati allo Stato spagnolo o se invece preferiscono organizzarsi come nazione indipendente. Dato che lo Stato centrale si rifiuta addirittura di parlare della questione, hanno deciso di convocare loro il referendum deliberativo.

La decisione è stata presa dai partiti politici che rappresentano la maggioranza dei catalani, quelli che, per di più, hanno oltre i due terzi dei deputati del parlamento della regione autonoma, fatto che ne garantisce l’approvazione. Dopo le trattative di rigore, hanno deciso di convocare il referendum il 9 novembre 2014. Ancora più importante di ciò che si è detto è che si sono messi d’accordo sulle domande che si faranno in occasione della consultazione popolare. In primo luogo si chiederà ai catalani se vogliono che la Catalogna sia uno Stato e, se la risposta è affermativa, si chiederà loro se vogliono che questo Stato sia indipendente.

Il processo di negoziazione interna che ha portato a fissare sia la data della consultazione popolare che il contenuto della domanda, è durato vari mesi. La maggior parte dei partiti appoggia l’indipendenza sebbene tra le file di Convergència i Unió, la coalizione oggi al governo, spicchi la figura del leader di uno dei partiti della coalizione, Unió Democràtica de Catalunya (UDC), che si inclina per una sorta di "libera associazione" con la Spagna. Proprio quest’ultima è la ragione della scelta di due domande, la prima che asseconda il volere di UDC e l’ultima quello degli indipendentisti.

Sebbene tale ambiguità possa dare adito a un esito non indipendentista – come ha fatto notare dall’Inghilterra un importante quotidiano londinese - la reazione del governo centrale è stata di assoluto rifiuto, negando di netto il diritto alla libera autodeterminazione. A questa posizione, che nega il principio di autodeterminazione dei popoli, si è unito il partito all’opposizione, Partido Socialista Obrero Español (PSOE), per cui davanti ai catalani si erge un vero e proprio fronte unito dei partiti nazionali spagnoli.

Tale muro di rifiuto, oggi più invalicabile che mai, è stato erto sin dal momento in cui i partiti catalani, incoraggiati dal referendum indipendentista accordato tra il Regno Unito e la Scozia, hanno preteso che gli venisse riconosciuto il "diritto a decidere" il loro futuro come nazione. Il muro innalzato a Madrid, finora non è stato in grado di frenare il processo indipendentista, semmai il contrario. Nonostante il governo centrale, di timbro palesemente conservatore, appoggiato dal PSOE, non abbia ceduto neanche un millimetro, i catalani hanno portato avanti il loro programma e ora si preparano a convocare unilateralmente il referendum indipendentista.

In Europa iniziano a farsi sentire voci che chiedono al governo spagnolo di adottare una posizione più conciliante, che riconosca la sua realtà multinazionale. Il Financial Times di Londra ha pubblicato un articolo prospettando quanto sopra indicato che ha avuto pochissima ripercussione in Europa e poca tra il governo spagnolo.

È curioso vedere come il Partito Popolare attualmente al governo sia il vero responsabile dell’attuale stato di totale disaccordo che si respira tra la Spagna e la Catalogna. Durante il 2004 e il 2005, quando il PSOE (Partito socialista) era al governo centrale, si portò aventi un processo molto serio che si concluse con l’approvazione di un nuovo statuto di autonomia per i catalani. Sebbene la legislazione approvata ovviamente non soddisfacesse gli indipendentisti, maggioritariamente raggruppati tra le fila del partito indipendentista Esquerra Republicana de Cataluña (ERC), rappresentava un passo avanti importante rispetto allo statuto precedente. Il nuovo testo riconosceva la nazione catalana e creava un quadro giuridico accettabile per la protezione e lo sviluppo della loro lingua, cultura e istituzioni storiche. Il processo, inoltre, fu molto partecipativo. Ebbe inizio nel seno del parlamento catalano, passò poi al Congresso dei Deputati, camera bassa delle Corti generali spagnole e, infine, fu approvato dai catalani attraverso un referendum.

Una volta terminato tale intenso processo, lo storico "problema catalano" è caduto nel dimenticatoio e tutto pareva indicare che lì sarebbe rimasto per molto tempo però, non appena approvato, lo statuto venne impugnato dal partito di destra all’allora all’opposizione (PP) e portato davanti alla Corte Costituzionale formata (allora come oggi) maggioritariamente da giudici conservatori che si preoccuparono di denaturalizzarlo, decretando la nullità di 14 articoli. Le disposizioni annullate furono proprio quelle vincolate alla lingua, la cultura e la nazione, unitamente ad altre che aumentavano le competenze del governo autonomo. Dopo quella sentenza il popolo catalano si sentì oltraggiato e il sentimento indipendentista divenne maggioritario. Si arrivò alla convinzione che non era possibile arrivare a un ragionevole accordo con Madrid e che le istituzioni catalane si potevano sviluppare soltanto a partire dall’indipendenza.

Com’è possibile vedere la degenerazione della situazione ha condotto all’attuale stato di cose. Oggi i catalani più che di autonomia, parlano d’indipendenza e la destra spagnola, che si è resa conto che la situazione è seria, è in preda all’isteria. Nessuno in realtà sa dove arriveranno. Durante il regime politico dittatoriale di Francisco Franco i carri armati avrebbero già circondato la Rambla di Barcellona, però ora la Spagna fa parte dell’Unione Europea e la soluzione militare non sarebbe ben vista. Per di più l’unica cosa che chiedono i catalani è che li si lasci votare e, di questi tempi, a una simile richiesta non si può rispondere imbracciando le armi.


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sabato 15 febbraio 2014

La Wikipedia in catalano batte ogni record

La Viqipedia, la versione in catalano della Wikipedia, batte per secondo mese consecutivo il record di visite. Ignasi Fortuny indica nel quotidiano Periódico de Catalunya, i dati raccolti dall’Amical Wikimedia. “In settembre le pagine visitate sono arrivate a quota 33,7 milioni, cifra che ha raggiunto i 45,9 milioni di visite lo scorso ottobre.”


Non solo, su Global Voices, Violeta Camarasa racconta che durante il congresso “Open Science”, tenutosi alla Vrije Universiteit Brussel il 24 ottobre 2013, Jimmy Wales, fondatore della Wikipedia, ha citato la Viquipèdia, la Wikipedia in catalano, come un esempio di successo. È possibile vedere su YouTube il video del momento in cui Wales elogia il compito della Viquipèdia.


Sul web in questione troverete la trascrizione delle sue parole realizzata da un editore della Viquipèdia, Arnau Duran):

“…in some of our small language Wikipedias, we have very active communities, and there’s maybe only a few people there, but they are very passionate about their mother tongue, and they really want to do the work, and so they work really hard. If we have a look some of the larger minor languages of Europe, like Catalan is a good example. Catalan Wikipedia is far larger than you would have guessed from the number of people who are speaking Catalan. And it is because the Catalan people are quite passionate about their language, which has been historically under threat.”

L’istituto Estudis d’Arts i Humanitats e la cattedra di Multilinguismo desiderano complimentarsi con tutti coloro che fanno sì che la Wikipedia in catalano, una delle prime al mondo, mantenga un elevatissimo livello qualitativo e una vasta copertura (oltre 400.000 articoli!).


Ora è solo necessario utilizzarla sempre più spesso. In questo senso, ci sono voci critiche che affermano che i professionisti dei mezzi di comunicazione catalani siano soliti ricorrere a versioni in altre lingue piuttosto che a quella catalana.


Secondo Wikimedia il catalano è la 85ª lingua al mondo per quanto riguarda il numero di parlanti ma si trova al 37º posto se si considera il numero di editori di cui dispone, mentre conquista il 17º posto al mondo se si parla di numero di articoli. Scende nuovamente al 30º posto nel ranking mondiale se prendiamo in considerazione il numero di consultazioni realizzate nell’arco di un’ora. È quest’ultima cifra che dobbiamo sforzarci di migliorare! Siamo certi che tutti i link di questo articolo contribuiscano alla causa.

Miquel Strubell i Trueta

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venerdì 14 febbraio 2014

Carta ai Cancelliere di Europa






Egregio Cancelliere,


Vorrei porVi al corrente personalmente degli ultimi progressi importanti della Catalogna. Lo scorso 12 dicembre, i partiti politici che rappresentano il 65% del Parlamento della Catalogna hanno concordato di fare un referendum sul futuro della Catalogna.

Il referendum porrà un quesito diviso in due parti: 'Volete che la Catalogna diventi uno stato?' e, se così è, 'volete che lo stato sia indipendente?' Il referendum si svolerà il giorno 9 di novembre del 2014.

Questo processo è la richiesta del popolo catalano, espressa nel mandato delle ultime elezioni del 25 novembre del 2012 e manifestato in ripetute occasioni mediante atti popolari.

Contro quello che dicono alcune informazioni, esiste un ventaglio di opzioni giuridiche e costituzionali che permettono che questo referendum possa celebrarsi in Catalogna. Abbiamo identificato cinque di queste formule almeno ed ho scritto al governo spagnolo esponendole.

Cerchiamo il dialogo e l’accordo sul futuro del nostro paese con il governo spagnolo.

Confido che posso contare con Lei per promuovere un processo pacifico, democratico, trasparente ed europeo, con il quale ci siamo impegnati io e la grande maggioranza del popolo catalano.

Cordialmente,

Artur Mas


Barcelona, 20 dicembre del 2013

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giovedì 13 febbraio 2014

Mas reclama in un articolo sulla rivista 'New Europe' che Madrid "si attenga ai suoi principi democratici" e permetta il referendum


Il presidente della Generalitat, Artur Mas, reclama nel 'New Europe' che Madrid "rispetti i suoi proclamati principi democratici" e permetta la celebrazione del referendum. In un articolo pubblicato nello speciale 'Our World in 2014' (Il nostro mondo nel 2014), Mas spiega il processo che ha portato la Catalogna a rivendicare l’indipendenza e difende che "nel XXI secolo risolviamo queste dispute pacifica e democraticamente, con le urne e i voti". Il presidente scrive nello speciale insieme ad altre personalità come il primo ministro francese, Jean-Marc Ayrault, quello italiano, Enrico Letta, il ministro di Economia britannico, George Osborne, o le eurocommissarie Neelie Kroes e Androulla Vassiliou. Mas spiega nel articolo che dal 1714 la Catalogna "ha mantenuto la propria identità viva malgrado le dittature e la repressione culturale a grande scala" ma che, anche con il recupero della democrazia "i governi di tutti i partiti tentano di centralizzare e costruire un paese ispanico omogeneo". "Questo ha convinto molti catalani che soltando il diritto all’autodeterminazione può garantire la propria sopravvivenza politica, economica e culturale", difende il Presidente.

Artur Mas assicura nel 'New Europe', settimanale di Bruxelles, che il Tribunale Costituzionale "eliminò delle parti fondamentali" dello Statuto di Autonomia del 2006. Inoltre, ricorda le affermazioni del ministro della Cultura e la Pubblica Istruzione, José Ignacio Wert, sulla spagnolizzazione dei catalani e assicura che ciò "illustra chiaramente le priorità dello stato centrale" in materia.

Mas presenta la Catalogna come una "nazione europea" che è stata "un ponte tra l’Europa ed il Mediterraneo". "Come popolo, noi catalani, abbiamo sempre legato la nostra identità alla cultura e l’apertura internazionale. Barcelona, la nostra capitale, è una vibrante metropoli mediterranea, una gran destinazione per gli investimenti stranieri, un centro di architettura gotica e modernista ed un magnete per molti dei movimenti artistici dei secoli XIX, XX e XXI", descrive.

Il presidente della Generalitat difende nel articolo che il movimento indipendentista "è stato liderato dalla nostra vibrante società civile attraverso grandi manifestazioni in tutta la Catalogna" menzionando quelle del 11 settembre 2012 e la Via Catalana del 2013. Secondo Mas, le manifestazioni dimostrano che la "Catalogna non si accontenterà di qualcosa che non  sia un referendum di autodeterminazione come quello concordato tra i governi britannico ed scozzese".

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mercoledì 12 febbraio 2014

Figuraccia strepitosa del ministro di Economia Luis de Guindos

Il ministro de Guindos sta soffrendo un dramma in silenzio. Mentre assicura che il processo non preoccupa gli agenti economici internazionali perchè "non ci sarà nè referendum nè indipendenza", un prestigioso analista finanziario spagnolo, rappresentante di una importante banca svizzera d’investimenti affermava durante una riunione del Circolo di Economia, settimana scorsa, che "La nostra banca ha organizzato una squadra specializzata per seguire la situazione della Catalogna al fine di prendere le decisioni che si renderanno necessarie nel momento in cui uno scenario di indipendenza o qualcosa di simile diventi irreversibile", come spiega Francesc-Marc Álvaro in un articolo sul giornale La Vanguardia intitolato “Gli svizzeri la vedono possibile”.




Il ministro di Economia, Luis de Guindos, ha affermato giovedì che il processo sovranista in Catalogna "non è un argomento specialmente importante" per gli agenti economici internazionali per "una semplice ragione: perchè non ci sarà referendum e nemmeno indipendenza della Catalogna". "Vi assicuro che parlo con le agenzie di rating, con investitori internazionali e con i miei colleghi, e (il processo sovranista) non è un argomento specialmente importante" ha affermato in un’intervista presso l’emittente COPE.

Dice Álvaro nel suo articolo che “soltanto in sei mesi, una importante banca elvetica è passata dall’ignorare il processo sovranista alla creazione di un gruppo di lavoro monografico per studiare ed anticipare lo scenario di una Catalogna separata dalla Spagna”. E’ rilevante e significativo. Ha aggiunto che “il mondo globale e gli osservatori esterni senza pregiudizi scoprono le dinamiche profonde della società catalana” e che i messaggi apocalittici non sono la regola. Sottolinea anche che le previsioni negative per una Catalogna indipendente da parte dell’agenzia Moody's furono diffuse dopo che il ministro degli Esteri Margallo avesse spedito alle ambasciate il dossier “per diffondere la propaganda del Governo spagnolo contro il diritto a decidere”.

Directe.cat

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