lunedì 20 gennaio 2014

"Il popolo catalano è una minoranza e ha il diritto di votare”

Il dirigente dei conservatori austriaci Franz Schausberger ha approfittato della sua visita a Barcellona durante questo mese di novembre per visitare la sede dell’ANC (Assemblea Nacional Catalana). Franz Schausberger (Steyr, 1950) è un dirigente veterano del Partito conservatore Popolare Austriaco (ÖVP). I suoi otto anni (1996-2004) come governatore del land di Salzburg e il suo passaggio per il Comitato delle Regioni d'Europa l'hanno convertito in una delle voci più sensibili verso le rivendicazioni regionali.

Crede che i catalani hanno il diritto di decidere alle urne i loro futuro?

Naturalmente, sì. Per una questione di diritti umani. Il popolo catalano è una minoranza dentro Spagna. Le autorità spagnole dovrebbero rispettare degli standard minimi di democrazia e permettere che la minoranza catalana si pronunciasse alle urne.

Il governo spagnolo si oppone allegando che la consulta sarebbe illegale.

I land austriaci, dentro delle loro Costituzioni regionali, gli si riconosce il diritto ad organizzare referendum. Una consulta non può andare contro una Costituzione democratica. Ora, bisogna essere abili e proporre una domanda che entri dentro della legge.

Che senso darebbe alla domanda?

Io intenterei trovare una domanda che entrasse nel marco costituzionale. Se non si può chiedere direttamente sull’indipendenza, bisogna trovare una formula più indiretta, più facilmente accettabile dalla parte spagnola. In definitiva, tutti avrebbero chiaro di che cosa si tratta.

La UE accetterebbe uno stato catalano?

Non c’è nessun precedente nel quale ci possiamo fissare. Per ora, l’opinione ufficiale a Bruxelles è che tutti i nuovi soci avrebbero da seguire lo stesso procedimento che gli altri candidati, però credo che non si è ancora detta l’ultima parola. Se una regione diventa indipendente, dovrà compiere i criteri di adesione, è chiaro, però potrebbe abilitarsi una via rapida perché ci entrasse. La UE attua sempre di forma pragmatica e dovrebbe prepararsi per un caso così.




Nel caso di uno scontro politico Catalogna-Spagna, che ruolo avrebbe la UE?

Spagna e Catalogna dovrebbero trovare una via pacifica per arrivare ad un accordo. Per iniziare bisogna vedere che cosa vuole il popolo catalano. Se decidesse di diventare indipendente ed entrare nell’UE, la Spagna inizialmente potrebbe dire di no, però non sarebbe così facile dire sempre semplicemente di no a uno stato che compie con i criteri di adesione.





¿Sarebbe legittima una dichiarazione unilaterale d’indipendenza nel caso che la Spagna utilizzasse il veto sulla consulta?

Sia legittima, sia illegittima, non sarebbe un passo politicamente intelligente. Scozia ha negoziato durante anni fino a trovare una via legale. Per l’esperienza di casi simili, andare in fretta non è troppo buono. Bisogna avere una visione soprattutto a lungo termine. Catalogna e Spagna, nel futuro, devono poter convivere, insieme o come vicini. Devono cooperare, non possono sostenere un conflitto a lungo. Il camino verso l’indipendenza è spesso lungo e pieno di pietre. E in un processo come questo un anno non è nulla.















Si capisce la causa catalana nel resto del continente?

In Europa è negativo essere percepito come un nazionalista prepotente. Si preferisce presentarsi come una minoranza che lotta per i suoi diritti e che ha esaurito tutte le vie per trovare un posto in Spagna.

Roger Mateos

http://www.ara.cat




Tedesco

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domenica 19 gennaio 2014

Un controllore (donna) della Renfe fa scendere dal treno un nonno e suo nipote perché sono catalani





L'uomo denuncia che gli gridò: 'Ho mania ai catalani, e ora per i miei coglioni che scendete'

Josep Maria Sagrera, un abitante di Girona di settantadue anni, ha messo una domanda alla Renfe perché, secondo quanto spiega, un controllore del treno li ha fatti scendere, lui e il suo nipotino di quattro anni, giovedì scorso mentre gli diceva, in spagnolo: 'Ho mania ai catalani, e ora per i miei coglioni che scendete.' La vittima ha spiegato i fatti al quotidiano El Punt Avui (Il Punto Oggi), che oggi ci pubblica i dettagli: non aveva comprato il biglietto per il bambino, perché pensava che, essendo così piccolo, non dovesse pagare. E quando cercava i soldi per pagare il controllore ha fatto fermare il treno a Montcada i Reixac e li ha fatti scendere.

Secondo il relato dei fatti, Sagrera era andato a prendere il suo nipotino a Barcellona, dove vive con i suoi genitori. E quando tornava a Girona con un treno Talgo, nella zona del Passeig de Gràcia, il controllore gli ha chiesto i biglietti. Quando lui le ha chiesto in catalano se il bambino doveva pagare, il controllore gli rispose in malo modo 'e molto arrabbiata' che da quest’anno tutti i bambini pagano. Decise di pagare, e le chiese se lo poteva fare con la carta di credito. Come non si poteva fare, cercò i soldi per pagare, mentre si stava innervosendo. E in quello stesso momento il controllore gli gridò, in spagnolo: 'Poiché ora non ne ho voglia. Ho mania ai catalani e per i miei coglioni che scende.' Fece fermare il treno a Montcada i Reixac e li fece scendere.
Quest’abitante di Girona chiede alla Renfe i soldi del suo biglietto e i quattordici euro che diede al controllore per il biglietto del bambino, in più dei danni e risarcimenti per aver avuto d’aspettare molto a lungo che passasse il seguente treno (giovedì c’era sciopero della Renfe) e per il tempo che perse facendo due trasferimenti fino ad arrivare a Girona, due ore e mezza più tardi del previsto.


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sabato 18 gennaio 2014

C’è già la data per il referendum sull’indipendenza: 9 novembre 2014.


La consultazione ha già data certa ,e quesiti fissati, con l’accordo dei partiti “CiU”, “ERC”, “ICV-EUiA “ e “CUP”. Si celebrerà domenica 9 novembre 2014 e si chiederà ai cittadini riguardo all’indipendenza della Catalogna.
L’accordo comprende una doppia domanda ai cittadini: la prima sarà: “Vuole che la Catalogna diventi uno Stato? Con le possibili risposte sì o no. E,  quelli che voteranno per il sì alla prima domanda, dovranno rispondere alla seconda per dire se vogliono o meno che la Catalogna sia uno Stato indipendente.
Artur Mas, accompagnato dai dirigenti di tutte le formazioni che hanno formato l’accordo, lo ha annunciato solennemente al Palau de la Generalitat. In tale comparizione, Artur Mas ha detto che la domanda è molto comprensiva e maggioritaria: “Tutti quelli che vogliono un cambio di status politico potranno votare a favore di questo, e tutti coloro che vogliono che sia uno Stato indipendente potranno votare.”

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venerdì 17 gennaio 2014

Il governo spagnolo trova il modo di rovinare la linea ferroviaria del Mediterraneo



Obbligato dall’Europa a costruirlo, ha fatto in modo che solo il tramo tra Castellon e Vandellos abbia i binari con la larghezza degli altri in Europa, così obbliga i treni merci a passare per Madrid

L'Unione Europea ha obbligato lo stato spagnolo a completare il corridoio mediterraneo, che forma parta della Rete Trans-Europea di Trasporto (TEN-T) e che va da Aldesira, al sud di Spagna fino a oltre la frontiera tra Ungheria e Ucraina, con collegamenti fino a Cipro e Helsinki. Però il governo di Madrid ha trovato il modo di continuare a non utilizzarlo.

In una decisione assurda la settimana scorsa, l’esecutivo spagnolo ha permesso che soltanto il tramo Vandellos-Castellon, abbia i binari con una larghezza come gli altri in Europa. Questo tramo è stato paralizzato durante decadi, con una sola via lungo una buona parte però ora, improvvisamente, si farà tutto nuovo, con la larghezza dei binari secondo lo standard europeo. Così i treni che vengono dal sud si dovranno deviare per Valencia verso Madrid prima di andare verso l’Europa. Un colpo basso, specialmente per gli impresari valenciani.

La decisione è più che sorprendente. C’erano tre alternative. La prima era creare un tracciato con la larghezza europea parallela all’attuale tracciato con larghezza iberica. La seconda era creare una via, con una larghezza “europea” di fianco all'attuale “iberica”, compartendo infrastrutture e la terza era smontare tutto il tracciato attuale per farne uno esclusivamente europeo. Questa era la più cara e che i dirigenti valenciani e catalani sconsigliavano. Ed è quella che ha scelto Madrid.

Il motivo è ovvio. L'effetto che si era ottenuto mantenendo paralizzato il tramo Castellon-Vandellos durante decadi era stato quello di complicare la via diretta a Europa per gli impresari del Bacino Meditteraneo. Visto che l’Unione Europea ha obbligato la Spagna, in fine, a fare l’opera lo stesso effetto si può ottenere ora al contrario, evitando la sanzione europea. Con la larghezza della via “europea” soltanto per tutti i treni merci con uscita da Castellon verso sud avranno da passare per Madrid se vogliono andare in Europa. Con ciò Madrid recupera parte del corridoio centrale che l’Unione Europea ha respinto però l’Unione Europea non potrà accusarla di non compiere con le obbligazioni che gli hanno imposto.

Gli impresari valenciani e catalani si sono fatti vedere perplessi davanti la proposta del ministero di Fomento.



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Il PP avvisa che «adotterà tutte le misure necessarie» per evitare la consultazione popolare

Il portavoce del partito popolare al Congresso dei Deputati (La camera bassa dello Stato spagnolo) ha assicurato che "non ci sarà consultazione popolare".

Alfonso Alonso, portavoce del Partito Popolare (PP) al Congresso, ha già fatto le prime dichiarazioni in merito all’accordo raggiunto lo scorso giovedì dai partiti favorevoli alla consultazione affinché il popolo possa esprimere la propria volontà, il prossimo 9 novembre 2014. Per essere più precisi, Alonso ha affermato che lo Stato “adotterà tutte le misure necessarie per evitarla”.

Per di più, il portavoce dei popolari, ha assicurato che si tratta di un referendum “impossibile” da realizzare perché “non contemplato né dalle leggi, né dalla costituzione e che la Spagna è uno Stato di diritto”. Secondo Alonso, quello del governo della Generalitat è un atto di "irresponsabilità assoluta" e ricorda ad Artur Mas che "deve attenersi alle leggi" e che la "Catalogna fa parte dello Stato spagnolo".

 Al contempo il rappresentante popolare ha avvertito Mas che "si sta allontanando pericolosamente dalle sue funzioni" e ha tuonato minaccioso che è un fatto "grave" e che, se non fosse per quest’ultimo aspetto, più che una domanda per il referendum sembrerebbe "una richiesta per il tió” il ceppo magico che, secondo la tradizione catalana, dispensa le strenne natalizie".

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giovedì 16 gennaio 2014

L'ex presidente Aznar minaccia Artur Mas


Lo scorso martedì, José María Aznar, l’ex presidente del governo spagnolo, ha invitato ad applicare pene di reclusione avverso chi osasse convocare illegalmente un referendum, alludendo chiaramente al presidente catalano Artur Mas.
Nel corso di un’intervista concessa a Onda Cero (una radio nazionale), ha affermato che se lui fosse il leader del governo centrale non esiterebbe ad applicare le legge alla Catalogna “con tutte le conseguenze che ciò comporta”.
Questa legge fu approvata durante il suo mandato, sebbene in seguito derogata dal  PSOE (Partito socialista operaio spagnolo) e l'attuale governo non l’abbia ristabilita. Secondo lui, “ora si dimostra” che il suo governo aveva ragione a “mettere limiti a chi voleva violare la legalità e rompere il paese e ora si è dimostrato che alcune persone facevamo bene a difendere allora determinate posizioni”.

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mercoledì 15 gennaio 2014

I volontari di Help Catalonia: “siamo il popolo”


Help Catalonia è un mezzo digitale dedicato all’internazionalizzazione dell’indipendentismo catalano da più di tre anni ed è costituito esclusivamente da volontari.

Chi siamo?
Volontari, volontari ed unicamente volontari di varie nazionalità che, senza appartenere a nessun partito politico determinato, pretendiamo di denunciare la guerra silenziosa che lo stato spagnolo sta portando avanti contro il popolo catalano.

Quali sono le evidenze di questa guerra silenziosa?
Insulti, maltrattamenti, minacce, disprezzo, slealtà, furto della nostra identità, occultamento della nostra storia e tante inadempienze.

Siamo volontari di Help Catalonia perchè vogliamo il diritto a decidere, fare un referendum, proteggere la nostra lingua e vivere in un paese più democratico.

Siamo volontari di Help Catalonia perchè NON vogliamo scomparire come popolo nè essere dominati.

Siamo volontari per la nostra sopravvivenza e dignità.

Siamo la voce del popolo catalano che desidera essere libero e che necessita dell’aiuto internazionale per liberarsi dalle grinfie dello stato spagnolo e, per questo, scriviamo i nostri propri articoli oppure li traduciamo da altri mezzi, principalmente in inglese, francese, castigliano, italiano e tedesco.

Siamo volontari perchè lo dobbiamo ai nostri padri, nonni e a tutti i nostri avi che lottarono, soffrirono e morirono per la Catalogna.

Siamo la voce di un popolo che si sente catalano perchè, come disse Joan Sales: “Mi sento catalano semplicemente come un’albicocca si sente albicocca e non pesca”.

Vuoi essere volontario di Help Catalonia? Non pagherai nessuna retta, nè prenderai un centesimo perchè non riceviamo contributi nè aiuti di nessun tipo. Ma, d’altra parte, non dipenderai da nessun partito politico nè da nessun governo, perchè Help Catalonia è nata libera e per la libertà.

Vuoi diventare volontario come noi? Aiuterai una delle cause più nobili: La liberazione di un popolo che da 300 anni piange la propria libertà.

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domenica 12 gennaio 2014

Dopo aver toccato il fondo: una nuova politica europea per la Spagna (2)

Ma tutto questo suppone solo una premessa neanche tanto sufficiente. Di fatto, risulta pericoloso confondere ambedue piani e proclamare senza fondamento –scavando inoltre nel dissenso tra i due grandi partiti che così dannoso è stato– che si può tornare al cuore dell’Europa con un semplice atto di volontà del governo. E’ vero che ci sono stati alcuni bagliori riusciti, come la recente trattativa di bilancio, e progressi positivi quando la posizione spagnola ha beneficiato di alleanze con altri Stati (nel Consiglio Europeo di giugno del 2012) o di più sintonia con la Commissione e la BCE (sempre dalla scorsa estate). La Spagna sta partecipando anche, pur se in modo non molto attivo, ad alcune iniziative collettive per pensare il futuro istituzionale dell’Europa (come il G-11 promosso dal tedesco Guido Westerwelle) ed il suo ruolo nel mondo (come la European Global Strategy promossa dallo svedese Carl Bildt).
Bisogna osare di più. Soprattutto, davanti alla prospettiva delle trattative per creare l’Europa del dopo crisi. Si può misurare in tutti i modi –come si è visto con l’implementazione troncata dell’unione bancaria o con la questione non proprio aneddotica dell’esclusione degli spagnoli dai posti di responsabilità– la Spagna non è oggi ben messa per dare forma alla futura unione economica e monetaria (UEM) o alla unione politica e non sembra capace di guidare nessun sviluppo della politica estera europea.


Elementi strategici per rinforzare la capacità di plasmare della Spagna nell’UE
Non esiste nessun motivo strutturale che condanni la Spagna ad essere poco rilevante in Europa. Pur riconoscendo l’impatto che ha la dinamica politica Nord-Sud su questa perdita di potere, la crisi non è l’unica causa che spiega questa erosione e, allo stesso modo, esiste un margine importante per ripristinarla. In realtà, la Spagna conta a priori con importanti vantaggi di confronto che risultano invidiabili per la maggior parte degli Stati membri. Non si tratta solo del suo peso istituzionale e della sua vasta presenza internazionale, che è il riflesso della sua preziosa condizione di quinto Stato in una UE atomizzata in una trentina di membri, ma della combinazione intelligente che può essere fatta di questo potenziale quantitativo con potenziatori qualitativi, come la proiezione globale alla quale contribuisce sulla lingua, sulla relativa stabilità istituzionale ed amministrativa, l’europeismo convinto –quasi intatto nelle elite e non troppo deteriorato nella popolazione– o la solidità dei suoi grandi partiti nelle due principali famiglie ideologiche del Parlamento Europeo.


In questi momenti è difficile rivendicare qualcuno di questi elementi, ma tutti possono essere capiti come forze se si articolano bene e si integrano in una nuova strategia di politica europea che sostituisca quella esaurita del 2001. Una strategia che, come corrisponde a qualcosa che porti questo nome, rinunci al tatticismo, agli andirivieni programmatici ed all’approccio reattivo. Qui si menzionano 10 elementi che potrebbero aiutare a configurarla:
Sviluppare e difendere una narrativa propria: l’animo rigenerazionista è senza dubbio meglio dell’autoindulgenza, ma non per questo la Spagna deve smettere di avere un racconto proprio sull’integrazione. Soprattutto se questo aiuta ad equilibrare la rigidità intellettuale con la quale, per esempio, la Germania sta affrontando la riforma dell’UEM. La perdita di competitività e l’indebitamento sono, in effetti, due grandi cause che hanno acutizzato fino allo estremo la crisi in Spagna, ma è anche vero che un cattivo funzionamento dell’euro e della BCE tra il 2001 ed il 2012 costituiscono il terzo fattore senza il quale non si capisce il dramma attuale. Bruxelles e, in parte, Francoforte hanno assuntp adesso una visione più ecuanime, ma è necessario che la Spagna sviluppi più pedagogia sulla distribuzione delle colpe e sulle esternalità ingiuste che soffre per l’atteggiamento di alcuni attori centrali che, inclinati verso le proprie preoccupazioni nazionali, minacciano l’interesse generale dell’UE tanto o più della periferia.
Identificare quale Europa conviene alla Spagna: la crisi dimostra che non tutte le strade percorse dall’integrazione risultano positive per la Spagna. E’ necessario definire quella che più interessa ad un progetto nazionale –capace di sopravvivere nella sostanza ai cambiamenti di governo– per sapere verso dove bisogna orientare la trattativa. Negli anni 90 una UE esigente in economia (Mercato Interno e criteri di convergenza) e ambiziosa nella genesi della PESC aiutò ad applicare l’agenda modernizzatrice ed aperta al mondo dei governi spagnoli. Adesso, ad esempio, un’Europa più integrata che prenda sul serio la competitività e la Strategia 2020 può anche rinforzare la steering capacity di uno Stato che vuole trasformare il proprio modello produttivo.
Adattare l’interesse spagnolo a quello generale dell’UE: una volta identificato l’interesse dello Stato bisogna incastrarlo nell’agenda generale. La shaping capacity di un paese membro della misura della Spagna, che può farsi sentire ma non è sufficientemente forte per imporre le sue proposte, dipende dalla sintonia con la Commissione ed il Parlamento. I considerati fallimenti degli ultimi anni (come il sistema di voto post-Nizza e le patenti) sono capitati per non aver saputo associare la visione spagnola con quella europea.
Sfruttare i punti di forza istituzionali spingendo per la federalizzazione: il carattere maggioritario della democrazia spagnola (due grandi partiti, governo monocolore e Parlamento debole) ha effetti negativi indubitabili, ma anche dei vantaggi che bisogna approfittare. La Spagna, che è anche un paese europeista disposto a condividere sovranità, vince in termini relativi quando il Consiglio Europeo, il Consiglio, il Parlamento Europeo e la Commissione assumono potere. Invece, ne esce danneggiata in un’integrazione che riposi in punti di veto nazionali come i parlamenti o i tribunali costituzionali.
Preoccuparsi della qualità dei rappresentanti spagnoli: le energie impiegate nel promuovere candidati spagnoli alle alte cariche europee potrebbero essere destinate, senza rischi di frustrazione, al miglioramento della qualifica degli agenti che rappresentano la Spagna nel quotidiano e che sono, francamente, migliorabili. L’elaborazione delle candidature per le elezioni europee del 2014 è una buona opportunità per cominciare. Nel frattempo, niente impedisce di sostenere i negoziatori al Consiglio con più mezzi e migliori direttive di comportamento.
Coordinare, coordinare e coordinare: la posizione che difende la Spagna nell’UE deve rispondere ad un progetto generale –sostenuto implicitamente dalla grande maggioranza sociale– e le priorità contenute in esso devono essere trasmesse alle politiche settoriali. A tal fine, è necessario rafforzare gli attori ed i fori orizzontali che elaborano e monitorano la politica europea in seno al governo (organi interministeriali, Segreteria di Stato e Rappresentazione Permanente) e tra questi e le comunità autonome (Conferenza di Affari riguardanti la UE) e in Parlamento e al Senato (Commissione Mista).
Curare le amicizie: oltre alla Commissione, bisogna tessere alleanze con altri Stati che bisogna coltivare con empatia, sopratutto nei momenti difficili. Aznar fece male a trascurare l’asse franco-tedesco a partire dal 2001, Rodríguez Zapatero sbagliò anche abbandonando la Polonia nel 2004 e c’è un errore permanente nel non aver creato un asse ferreo con Italia e Portogallo con i quali la Spagna condivide la visione nel 95% dei dossier. Con tanti potenziali alleati, è imperdonabile restare isolati.
Convertire le fragilità interne in punti di forza: quando lo Stato manca di risorse o difende una posizione scomoda su qualche questione, può fare di necessità virtù con un discorso europeista. Se, come succede adesso, deve tagliare in cooperazione o in spesa diplomatica, non deve nascondersi timido ma deve guidare il dibattito sull’europeizzazione delle politiche di sviluppo o lo spiegamento di un SEAE ambizioso. Altro esempio concreto: se in Kosovo è in minoranza e complessato per le proprie tensioni centrifughe, invece di incastrarsi e frustrare gli altri, deve aiutare a risolvere il contenzioso rivendicando che la Spagna sa gestire le tensioni interterritoriali.
Sapere aude: la politica europea della Spagna soffre di un deficit sorprendente di prospettiva e di idee proprie. Bisogna osare e generare pensiero sul terreno della governance economica, la dinamica politico-istituzionale e l’azione esteriore. In confronto con gli altri Stati, i think-tanks dedicati all’integrazione sono pochi e mal dotati, non c’è collegamento con le Università e non c’è quasi niente che meriti il nome di policy unit nel governo o nelle Comunità Autonome nè organi di consulenza ai parlamentari.
Non perdere la cittadinanza: nella situazione di delegittimazione generale della politica e di perdita di fiducia nell’Europa come conseguenza dell’austerità, risulta molto pericoloso sfruttare l’immagine di Bruxelles come quella che impone i tagli. Sia con il proposito di deviare la lamentela (blame shifting) o per suggerire che i tagli si potrebbero evitare fuori dall’UE, i discorsi populisti non aiutano. Il governo e l’opposizione devono interrogare i cittadini trattandoli da adulti, spiegando con sincerità e trasparenza le opzioni praticabili, e anticipare le conseguenze di prendere una o l’altra via. Malgrado tutto, c’è margine e può allargarsi se si è più attivi in Europa; non più offesi.


Questi 10 elementi, come corrisponde ad un decalogo, si possono riassumere in due: pensare più in spagnolo ma agire più in europeo. Anche se la Spagna non ha pensato ad un modello globale di integrazione adeguato alle sue preferenze strategiche nazionali e genera poche idee per conto proprio, si comporta stranamente in modo tattico ed a breve termine su molte questioni concrete dove manca di attitudine europea. Deve fare proprio il contrario: non accettare acriticamente il grande pensiero che producono gli altri e, invece, agire senza egoismo inseguendo attivamente gli obiettivi che abbia definito come europei.


Conclusioni: Dopo anni di lenta diseuropeizzazione –con una perdita correlativa di influenza a Bruxelles– la Spagna non solo debe ricollocare nel nucleo del proprio progetto nazionale il processo d’integrazione ma deve osare e co-guidarlo. Malgrado le apparenze, la estrema difficoltà che attraversa il paese non è l’unica nè la principale causa che le impedisce di esercitare il protagonismo che potrebbe corrisponderle come Stato medio-grande e che, in un certo qual modo, godette durante il decennio dei 90. Fu piuttosto l’autocompiacenza generata dagli anni di crescita che portò, a partire dal cambio di secolo, a disattendere gradualmente l’UE come riferimento per il proprio programma politico, economico o di azione esteriore.


La crisi del debito è servita affinchè la Spagna si renda conto amaramente della trascendenza che continua ad avere il fattore europeo nel suo destino. Tuttavia, dal 2010 sta dimostrando che torna ad essere decision-taker, non ha saputo diventare anche decision-maker e ubicarsi all’avanguardia dei dibattiti sulla nuova governance dell’euro o gli sforzi per convertire l’UE un attore globale. L’esempio proporzionato da altri paesi con meno peso obiettivo (come i Paesi Bassi, la Polonia e la Svezia) o che sono stati anche molto colpiti dalla crisi (come l’Italia di Monti e perfino l’Irlanda) dimostra che l’autorità di ogni membro si misura, in realtà, dalla capacità di pensare a delle proposte attrattive per tutta l’Europa e per creare alleanze con altri Stati e con le istituzioni comuni.


La buona notizia è che se la Spagna decidesse di dedicare più intelligenza e volontà politica al processo d’integrazione dispone di diversi vantaggi comparativi che permetterebbero presto un ricollocamento come socio influente. La cattiva è che, al momento, non ci sono indizi chiari del desiderio di abbandonare il basso profilo e disegnare una strategia per i prossimi anni. Se c’è qualcosa di peggio del “toccare fondo” è il non sapere cosa fare per risalire.



Ignacio Molina

Ricercatore principale di Europa del Reale Istituto Elcano e docente di Scienze Politiche dell’Università Autonoma di Madrid

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