venerdì 8 novembre 2013

Condanna unanime al veto di Mas nel forum economico

I partiti catalani hanno ricevuto con sorpresa ed indignazione che il governo spagnolo abbia vetato l’intervento del capo del governo catalano, Artur Mas, all’evento inaugurale del I Forum Economico del Mediterraneo Occidentale per dare il benvenuto agli assistenti, come voleva il governo catalano. In una conversazione telefonica, il consigliere alla presidenza, Francesc Homs, ed il ministro di Affari Esteri, José Manuel García-Margallo, non sono arrivati a nessun accordo. Dal esecutivo catalano assicuravano ieri che ancora non avevano ricevuto conferma ufficiale della decisione presa dal governo spagnolo, ma fonti di La Moncloa confemavano in serata che domani Mas è invitato ad accompagnare il presidente Rajoy nel Fòrum, ma senza intervenire.
Anche se la posizione del governo statale non dovrebbe variare nelle prossime 24 ore, i portavoce dei partiti catalani chiedevano a Rajoy di tirarsi indietro su quello che considerano “un veto assurdo”, secondo le parole del dirigente di Unió, Josep Antoni Duran i Lleida.
Il Palazzo di Pedralbes è la sede di “Unione per il Mediterraneo”, uno degli organismi che partecipano all’organizzazione dell’evento. Barcellona è stata più volte lo scenariio comune di molti incontri dei dirigenti dell’arco mediterraneo da quando nel 1995 si diede impulso a questi forum nella capitale catalana. Gli ex-presidenti catalani Pasqual Maragall e José Montilla sono intervenuti in eventi simili e da un luogo preminente. Di fatto, ieri, il PSC fu uno dei primi a chiedere che Mas potesse fare la stessa cosa dei suoi predecessori. I socialisti considerano che l’incontro dei due governanti potrebbe servire, inoltre, a dare un “segno di distensione” tra i due governis. Per il PSC, le recenti polemiche protocollari dimostrano che i due esecutivi “sono incapaci di fare buona politica”.
Si sono espressi con critiche più pesanti i repubblicani, che hanno qualificato l’atteggiamento di Rajoy come “settario”. La portavoce di ERC, Anna Simó, considera che dietro a questa decisione si nasconde la volontà politica di “dimostrare chi è che comanda qui”. Simó pensa che il rifiuto di Rajoy è la prova di “una nuova slealtà”. ICV si aggiunge alla petizione perchè il presidente della Generalitat possa comparire al fòrum. “Abbiamo sempre difeso che la Catalogna possa avere voce propria”, sottolineava la portavoce Laia Ortiz. Gli ecosocialisti chiarivano che la presenza di Mas dovrebbe servire a marcare una posizione su temi importanti quali la umanitaria di Lampedusa e l’uscita dalla crisi economica. “Il dibattito va oltre la sedia che ognuno occupa”, ha detto Ortiz.
La leader del PP, Alícia Sánchez-Camacho, ha difeso la decisione di Rajoy. “Speriamo che Mas agisca con buon senso e si renda conto una volta per tutte che è soltanto un presidente autonomico e non di una nazione”, ha replicat. Camacho ha chiesto a Mas di parlare durante la cena in serata.

Per vostra informazione: Mas è andato questa mattina a salutare tutti i presenti, prima dell’arrivo di Rajoy e poi, è andato via allegando impegni istituzionali prima di cominciare l’evento.

Avui.cat 22/10/13 02:00 - Barcelona - Emma Ansola

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giovedì 7 novembre 2013

L’Europa include la Spagna nella “lista nera” dei paesi senza libertà, come unico paese al mondo che non consente di ispezionare il proprio regime


La Spagna è l’unico paese del mondo che non consente all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) di indagare sul regime di monarchia dei partiti – o partitocrazia. Proprio per questo motivo la Spagna è stata inclusa nella “lista nera” dei paesi che restringono la libertà, insieme alla Serbia, Bosnia-Erzegovina, Russia, Bulgaria, Albania, Azerbaigian, Uzbekistan, Kazakistan e Kosovo. Oltre a condannare la Spagna, la OCSE si compiace dei miglioramenti a livello democrativo avvenuti in Turkmenistan, Afghanistan, Moldavia, Kazakistan, Bielorussia, Azerbaigian, Ucraina e Montenegro a livello di politica penitenziaria, rapporti esteriori, giustizia, industria, libertà di stampa, proprietà intellettuale, violenza di genere e ecologia. 

Al contrario, la Grecia, l’Italia, il Portogallo, la Svizzera, il Regno Unito, gli Stati Uniti, la Croazia, l’Ungheria, la Moldavia, la Polonia, la Serbia, la Slovacchia e l’Ucraina hanno permesso all’OSCE e a diplomatici indipendenti – in qualità di osservatori – di condurre delle ispezioni, con il fine di monitorare se vi sono le condizioni democratiche previste, come il diritto di riunione e di manifestazione. 

Tutti i diplomatici del mondo hanno guardato con stupore come la Spagna stia reprimendo il diritto di manifestazione e di riunione dei suoi cittadini e iniziano a spiegarsi, così, come un paese con 6 milioni di disoccupati, 2 milioni di esiliati e 1 milione di bambini malnutriti non si riversi in strada più di sovente per protestare contro le autorità. Infatti gli appunti della OSCE sono una lettura obbligatoria per il mondo diplomatico e vengono inviate alle ambasciate di tutti i paesi in essi citati. 

Questo organismo ufficiale dell’Europa, che si incarica di controllare le libertà in quei paesi che si vantano della propria democrazia, lo scorso venerdì a Vienna si è trovato obbligato ad emettere un comunicato ufficiale nel quale condanna la Spagna per l’espulsione di sei diplomatici che si erano recati a ispezionare la manifestazione che – con il motto “Scacco al Re” – aveva come obiettivo quello di protestare contro la corruzione dei reali spagnoli e dell’assenza di un referendum che legittimi la presenza di una monarchia, insieme all’esigenzia di un progetto costituente che stabilisca le basi per qualsiasi regime democratico: divisione dei poteri, elezione diretta dei rappresentati, libertà di manifestazione, ecc… 

La OSCE è, ad oggi, l’organizzazione mondiale più influente a livello politico e la Spagna vi aderisce, motivo per il quale i diplomatici democratici sono rimasti perplessi: “con 57 stati tra Europa, Asia Centrale e Nord-America, la OSCE è la maggiore organizzazione di sicurezza regionale al mondo”, segnalano. Tra i numerosi osservatori, figurano anche i nomi dei sei diplomatici espulsi dalla Spagna: Omar Fisher, Irina Urumova, Aleksandra Dloubak, Bartlomiej Lipinski, Marcin Jezulin e Yevgenia Aretisova. 

Con questo gesto poco comune e pieno di significato, il comunicato ufficiale della OSCE contro la Spagna è stato firmato dal diplomatico sloveno Janez Lenarcic, massimo rappresentate e direttore dell’ODIHR (Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani). L’ambasciatore Lenarcic ricorda che la Spagna si è compromessa, di fronte alla conunità internazionale, a garantire la libertà di riunione e il controllo internazione che lo verifichi dev’essere preservato in ogni momento. 

Con l’arrivo di un nuovo governo del PP e l’alleanza stabile con il PSOE, l’unica cosa che la OSCE ha potuto verificare è che si tratta di “un cambiamento sorprendente”, dato che prima le autorità diplomatiche potevano monitorare lo stato delle libertà in Spagna “con buona cooperazione”, mentre ora non possono – dato che i rappresentati inviati sono stati espulsati. 

Quattro mesi fa – più precisamente a maggio – il presidente spagnolo Mariano Rajoy e il ministro García Margallo “si erano impegnati a cooperare in modo assoluto” con la OSCE, per far sì che i suoi ispettori potessero monitorare lo stato delle libertà spagnole. 

Dopo le numerose immagini apparse sulle televisioni e i giornali di tutto il mondo con la forte repressione della manifestazione “Rodea el Congreso”, convocata dalla “Coordinadora 25-S” (la stessa associazione di cittadini che ha organizzato “Scacco al Re”), i diplomatici internazionali temevano il peggio. 

Ed è quello che è successo: 1400 poliziotti per un numero di manifestanti stimato tra i 2000 e i 9000, secondo il Governo o gli organizzatori rispettivamente, oltre a arresti, identificazioni di massa, chiusura di una fermata della metropolitana (Opera) per impedirne l’accesso, blocco degli autobus dei participanti, ecc. Durante lo scorso 25-S tutto questo è stato accompagnato anche da attese prolungate nei commissariati, multe, aggressioni da parte della polizia e persino la “confisca” di materiale “sovversivo”, dato che – secondo il Governo di Madrid – Cristina Cifuentes, ancora convalescente, sosteneva che le aste delle bandiere e i cartelloni erano in realtà strumenti preparati per “aggredire” la polizia. 

Ciononostante, l’ambasciatore Janez Lenarcic non sembra credere alla versione che le autorità spagnole hanno dato circa il rifiuto delle verifiche: “l’opposizione improvvisa da parte delle autorità spagnole presenta un motivo di preoccupazione per le intenzioni”, dice la OSCE in un documento pubblico, chiedendo anche ai politici spagnoli al potere di “garantire pieno rispetto delle libertà di manifestazione pacifica, in accordo con gli impegni presi con la OSCE e le altre norme internazionali sui diritti umani”. 

Il fatto è che per la OSCE ogni paese ha un problema e questo si riflette nelle proteste dei cittadini, ma è la repressione da parte dei Governi a metterlo ancora più in evidenza: in Spagna “l’istituzione della Monarchia”, in Serbia l’uguaglianza degli omosessuali, in Russia, Azerbaigian, Uzbekistan e Kazakistan la libertà di stampa, ecc…

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mercoledì 6 novembre 2013

Cosa non hanno capito nella frase "cerco nuovo appartamento”?


Siccome abbiamo esaurito tutte le metafore sul divorzio e sull’emacipazione dei figli, ci provo con un appartamento di studenti.

Supponiamo che uno degli inquilini sta studiando al terzo anno di università e dal primo anno si sente a disagio. Non sa bene come mai, ma paga un pò di più rispetto agli altri compagni di appartamento, ha la stanza più piccola, deve preparare da mangiare più giorni e fare la spesa più volte rispetto agli altri, e gli spettano sempre e soltanto le ali del pollo. Tutto quanto lo sopportava con una certa dignità fino a quando si è accorto che, addirittura, lo accusavano di essere insaziabile e poco solidale, rinfacciandole il suo accento paesano.

E il ragazzo ha uno scatto di orgoglio, si offende per queste mancanze di rispetto. All’inizio di ogni anno c’è stata la promessa di rivedere le condizioni, qualche volta si sono anche messi d’accordo, ma alla fine non si rispettano mai i patti. Perfino ci scherzano su, vantandosi di riuscire a non rispettare gli accordi interni.

All’inizio di quest’anno il ragazzo ha annunciato che se ne va in un altro appartamento. Si sono messi a ridere, le hanno detto che non ne troverà un altro, lo hanno minacciato e hanno detto che per quanto lui possa ricattarli non avrà nè il petto nè la coscia del pollo. Il ragazzo è sconcertato.

Alcuni compagni misteriosi della stessa università, ma di un’altra facoltà (quelli che fanno il quarto anno di economia), le vaticinano che presto le daranno una camera media e la ripartizione del pollo sarà messa a sorteggio, tutto questo per evitare che vada via, ma il ragazzo non sa da dove proviene questa informazione.

In realtà sta capitando proprio l’opposto. Ieri quelli dell’appartamento lo hanno chiamato per dirle che non cambieranno nessuna condizione, e chi si crede di essere?.

Lui li aveva già avvisati che sta trattando per un appartamento più piccolo solo per sè, nello stesso condominio. Ma, che volete, non lo ascoltano o non lo capiscono.


CARLES CAPDEVILA – Ara.cat  - 15/10/2013

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martedì 5 novembre 2013

"Possiamo celebrare la consultazione? No? E allora, addio!”

Lo ha detto oggi Quim Arrufat, portavoce della CUP in Parlamento (catalano) e la domanda e la risposta sono condivise oggi da molti cittadini e cittadine di questo paese stanchi di aspettare che qualcuno in Spagna sia disposto a muovere qualcosa in questo senso. La domanda e la risposta sono anche appropriate a tutti quelli disperati che da settimane supplicano a Madrid che “dia qualcosa”.
Disperati come oggi leggiamo su La Vanguardia dove, malgrado il sondaggio che da un’ampia maggioranza agli indipendentisti, si tenta di utilizzarlo come un grido di allerta alla Spagna: o muovete qualcosa o la Catalogna se ne va, l’addio alla Spagna è più evidente che mai ma, sfortunatamente per i sostenitori della terza via e, fortunatamente per noi, in Spagna non si tratta mai, lei preferisce essere sconfitta, ed è per questo che nel secolo XXI bisognerà sconfiggere la Spagna, questa volta democraticamente.
Oggi l’indipendenza significa anelito, speranza e soprattutto, dignità, e questo rende il processo vincente, più di 2.000.000 di persone sono andate alla via catalana, l’anno scorso 1.500.000 furono presenti alla manifestazione e, ora, la cittadinanza voterà (alle europee) quei partiti che diranno pane al pane e vino al vino e non genereranno dubbi in questo momento storico e, soprattutto, in un processo nel quale è in gioco la dignità di un popolo.
Costerà più o meno, ma i sostenitori della terza via, con l’on. Duran i Lleida a capofila finalmente capiranno che in Spagna nessuno li ascolta, piuttosto il contrario, e a prova di questo leggete le dichiarazioni del Ministro delle Finanze Montoro, leggete cosa dice alla Camera di Commercio di Barcellona, accusando loro di essere ancorati al passato solo perchè lamentano pochi investimenti pubblici in Catalogna. Oggi sicuramente alcuni dei loro membri hanno deciso di votare per l’indipendenza.

Come ha detto Quim Arrufat, "possiamo celebrare la consultazione? No? E allora, addio”! Noi siamo educati, ce la caveremo da soli.
6 ottobre 2013 – Editoriale – Directe.cat

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lunedì 4 novembre 2013

PPC i C’s, principali partiti unionisti del Parlamento, non votano a favore della mozione per condannare il fascismo.


La situazione grottesca vissuta al Parlamento il passato 10 d’ottobre, quando i deputati del Partit Popular de Catalunya e Ciutadans hanno abbandonato la camera, ha evidenziato la negativa di entrambi i partiti a votare a favore della mozione di condanna del fascismo che si stava dibattendo al Parlamento.

 La mozione di memoria storica trattava la condanna del fascismo, la dimissione della delegata del Governo spagnolo, Llanos de Luna, per il suo omaggio alla División Azul, ed il supporto esplicito a la “querella argentina” per l’assassinato di Lluís Companys.

 L’incidente si concluse con l’abbandono della sala da parte dei deputati del PPC e Ciutadans, attimi prima di procedere alla votazione della citata mozione. Senza il voto dei deputati dei due partiti unionisti, la proposta ricevette 105 voti a favore ed uno solo contrario. Risulta significativo il voto contrario, procedente da un diputato del Partit Popular. A differenza dei suoi compagni, Calbó (PP) rimase al suo posto e con il suo voto sottolineò palesemente la inclinazione del suo partito rispetto alla condanna del fascismo.

Francese

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domenica 3 novembre 2013

La consultazione: due o tre opzioni?

Ci sono due tipi di sostenitori della consultazione con una domanda a tre risposte (cioè, statu quo, indipendenza e una presunta "terza via"): quelli in mala fede e quelli in buona fede.
Quelli che sono in mala fede aspirano alla divisione del voto contrario allo statu quo, a far diventare minoranza gli indipendentisti e ad allungare il processo sine die fino a farlo marcire. D’altra parte, i sostenitori in buona fede difendono l’introduzione di un’opzione intermedia con tre argomentazioni:
1.    si potrebbe utilizzare come moneta di scambio per forzare il governo spagnolo ad accettare la celebrazione di un referendum
2.    permetterebbe ricostruire una Spagna plurale soddisfacendo le aspirazioni della Catalogna,
3.    incrementerebbe le opzioni dei votanti, riducendo la tensione creata da una domanda binaria, aumentando la legittimità del referendum.
Dei sostenitori in mala fede non c’è bisogno di parlare perchè, per definizione, non può esserci alcuna ragione strategica che possa far cambiare la loro opinione. Invece, e contro quelli che si sono affrettati a ridicolizzare i seguaci della terza via proposta con sincerità, abbiamo il dovere di valutare la ragionevolezza delle loro argomentazioni con serietà.
La prima argomentazione è debole. La posizione del governo spagnolo non cambierà in funzione della domanda perchè, per loro, è la possibilità stessa di un referendum (e, quindi, il riconoscimento della Catalogna come comunità con capacità di autodeterminazione) che Madrid ritiene inaccettabile.
La seconda argomentazione si riassume nella seguente domanda: esiste una terza via che possa soddisfare le aspirazioni di auto-governo della Catalogna? Per rispondere, vale la pena di risalire alla sentenza del Tribunale Costituzionale sullo Statuto, in cui quella istituzione ricorda che il "popolo spagnolo" è l’"unico  titolare della sovranità nazionale" (parte II, comma 9) ed insiste nel dire che "la Costituzione non conosce altra nazione oltre alla Nazione spagnola [...] nella quale la Costituzione si basa" (parte II, comma 12).
Essere sovrani significa avere autorità o capacità suprema per approvare Costituzione, leggi e qualsiasi norma, determinarne il significato ed eseguirle. In questo senso, la sentenza fu completamente coerente: ad esempio, il TC chiarì (nella parte II, comma 138) che le Cortes spagnole non erano vincolate dalle regole stabilite nella disposizione addizionale terza dello Statuto sugli investimenti pubblici –come si è visto in questi ultimi giorni.
Considerando che il popolo spagnolo (e, pertanto, gli organi che lo rappresentano) è l’unico sovrano, la delegazione di competenze esclusive per legge non sarebbe sufficiente a garantire l'autonomia catalana, perchè le Cortes potrebbero eliminarle ed il TC potrebbe annacquarle. Per le stesse ragioni, e con una sola eccezione che esaminerò più avanti, una riforma della Costituzione che concedesse competenze esclusive o presuntamente blindasse quelle catalane, non sarebbe nemmeno una garanzia di autonomia completa.
Non lo sarebbe perchè lo stato spagnolo non è, rispetto alla Catalogna, un arbitro imparziale, ma è un soggetto di parte e giudice in tutti i conflitti che accadono tra le due amministrazioni. Per ragioni culturali e politiche, la Catalogna è una minoranza in Spagna. Come tale, non può blindare nessuna delle proprie attribuzioni di fronte alla maggioranza. Certo, durante il periodo di egemonia socialista (dal 1982 fino alla metà degli anni novanta e, successivamente, temporaneamente, sotto Zapatero), la Catalogna partecipò (e nutrì) una maggioranza di governo. Quella situazione era, però, un miraggio: sotto il PSOE l'autonomia catalana fu sempre molto limitata. E il miraggio esplose precisamente quando il PSC (partito socialista catalano) di Maragall (leader catalano di allora) volle cambiare le cose.
Federalizzare lo stato spagnolo (se ciò può significare qualcosa) non risolverebbe la situazione minoritaria della  Catalogna: in un ipotetico Senato federale, ad esempio, la Catalogna seguiterebbe ad essere una minoranza, per via della sua identità ed interessi.
Una volta assunto che lo stato spagnolo è un sovrano che non arbitra nessun gioco con la Catalogna con imparzialità (un fatto empirico che abbiamo osservato e subito sistematicamente), l'unica riforma costituzionale che potrebbe proteggere l’autogoverno della Catalogna sarebbe quella di dotare la Generalitat di capacità di vetare l’intervento dello Stato. Tuttavia, questa capacità di porre un veto stabilisce che la Catalogna è in una situazione di parità con la Spagna. Implicherebbe negare allo Stato l'autorità suprema propria di un sovrano e, in definitiva, fare della Catalogna uno stato sovrano. In altre parole, l'unica via plausibile per raggiungere gli obiettivi che ci propongono i sostenitori della terza via passerebbe per l’assicurare un sistema di sovranità completa (preferibilmente in un’Europa dove le istituzioni comunitarie non mostrano di avere lo stesso pregiudizio che mostra lo stato spagnolo). Ovviamente, questo si chiama indipendenza.
Visto che la terza via passa per la sovranità completa, è evidente che l’offerta di tre opzioni per il votante non è ragionevole: introdurre una risposta che non garantisca l’obiettivo che i suoi sostenitori dicono di voler  ottenere implicherebbe frodare il cittadino e porterebbe ad aumentare il livello di frustrazione, già molto alto, del paese. Dunque, l'unica domanda politicamente accettabile può essere soltanto quella che prevede due opzioni: si o no ad uno stato sovrano.
Ara.cat - CARLES BOIX  - 08/10/2013  - Docente di Scienze Politiche presso l’università di Princeton. Dottorato ad Harvard. Consulente della Banca Mondiale.

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sabato 2 novembre 2013

La sorpresa baltica

Che la Lituania e la Lettonia, attraverso entrambi i primi ministri, abbiamo espresso simpatia verso le richieste catalane rientra nella normalità. Che lo facciano pubblicamente e in questo momento del processo, non è più normale. Ma che la Spagna reagisca chiamando i rispettivi ambasciatori è ancora più sorprendente, un’altra prova del disorientamento in cui si trova.


La diplomazia è una disciplina artistica con molte regole. I contatti tra ambasciatori ed il paese che li acredita sono frequenti. Riunioni periodiche, cocktail quotidiani, incontri ed interviste di ogni tipo servono per commentare il giorno per giorno e oliare gl’ingranaggi. Per questo motivo, generalmente, i gesti pubblici sono quasi inesistenti. La diplomazia dà molto valore alla discrezione e soltanto quando un affare si considera veramente grave e importante si prendono delle decisioni con visibilità pubblica.


Decisioni che sono fondamentalmente tre: Quando c’è una questione scomoda un paese di solito invia una nota ufficiale di protesta all'altro, come prima misura. Soltanto quando il conflitto persiste viene chiamato l’ambasciatore dell’altro paese o chiama a consultazione il proprio ambasciatore nell’altro paese, un gesto che solitamente riguarda un deterioramento dei rapporti bilaterali. Sostanzialmente perchè oltre questa fase, il confronto può soltanto aumentare interrompendo i rapporti diplomatici.


Nella recente crisi per Gibilterra, per esempio, Madrid non chiamò l’ambasciatore britanico. Londra lo fece con quello spagnolo. Ma la Spagna evitò, in ogni momento, di rendere visibile il conflitto diplomatico. Infatti, negli ultimi anni la Spagna ha chiamato pochissimi ambasciatori. Quello di Venezuela alcune volte e quello dell’Argentina durante la nazionalizzazione della Repsol. Aparte alcune azioni comuni a tutta l’Europa verso l’Iran o l’Egitto, che si capisce non corrispondono alla propria politica.


Chiamare gli ambasciatori della Lettonia e della Lituania per delle dichiarazioni ragionevoli dei primi ministri in questo contesto, quanto meno sembra una esagerazione. Nessuno dei due avevano detto cose insensate. Si sono limitati a dire che in caso di indipendenza legale, ci avrebbero riconosciuto e si sentivano contenti che l’esempio della Via Baltica fosse stato seguito qui. Hanno misurato molto bene quello che hanno detto. E, sebbene sia vero che risulta sorprendente che lo abbiano fatto, è ancora più certo che la reazione spagnola enfatizza queste dichiarazioni in un modo che, mi sembra, non conviene per niente alla Spagna.


Non perchè la Lettonia o la Lituania possano arrabbiarsi, che già lo hanno fatto. Ma anche perchè denota un nervosismo acuto e dei modi di estrema intolleranza su questo argomento concreto, evidenziando chiaramente le paure dello stato, la sua debolezza. Ricordiamo che ci sono dei paesi europei che negli ultimi due anni hanno detto cose molto gravi sull’economia o la società spagnola senza reazioni pubbliche come questa da parte dello stato, che abbiano evidenziato un conflitto diplomatico.


Devo dire che mi ha sorpreso. E molto. No credevo che nessun paese si discostasse dalla prudenza massima e dalla discrezione assoluta fino alla proclamazione dell’indipendenza, quando tutti dovranno prendere posizione inevitabilmente. In questo senso è possibile che quanto è capitato sia un sintomo dell’impazienza con la quale Bruxelles, dicono, guarla l’atteggiamento ostruzionista di Rajoy.


Teniamo conto che la Lituania esercita questo semestre la presidenza di turno dell’Unione, e ciò significa che ha tutti i cinque sensi rivolti alla politica comune. Non si trova solo in cucina, ma sta manovrando le pentole. Dunque, è impossibile che il primo ministro lituano non fosse cosciente del malessere che potevano causare le sue parole a Madrid. E ciò nonostante le ha dette. Forse per questo la Spagna ha reagito in forma così veemente. Presto lo sapremo...


A proposito, non posso evitare di raccontarvi qualcosa di divertente. L'ambasciatore lettone in Spagna è Janis Eichmanis, un professore di scienze politiche con grande esperienza... e canadese. Toronto è la prima città lettone del mondo, prima di Riga, e quando la Lettonia diventò indipendente ci furono molti lettoni del Canada che li aiutarono. Tra questi il professore Eichmanis che, durante il conflitto con il Quebec, difese pubblicamente la famosa sentenza della corte suprema secondo la quale il Quebec non aveva diritto costituzionale all’indipendenza ma che, siccome la costituzione deve essere sottomessa alla volontà popolare, se gli abitanti del Quebec votavano favorevolmente non c’era altro rimedio che accettarla. Con franchezza, mi piacerebbe proprio ascoltare la lezione che potrebbe dare a Margallo (ministro degli esteri spagnolo)...






Vicent Partal

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giovedì 31 ottobre 2013

Rapporti bilaterali inesistenti





19 luglio 2011. La commissione bilaterale tra il governo catalano e quello spagnolo si riunisce a Madrid e si raggiungono diversi accordi: viene calcolata in 759 milioni di euro la disposizione addizionale terza dell’esercizio 2008 e lo Stato si impegna a cedere 150 immobili di proprietà della Previdenza Sociale (INPS, per intenderci) –inclusi 8 ospedali, diversi ambulatori e la sede dell’Istituto Catalano della Via Balmes di Barcellona.



Questa è stata l’ultima volta che i due esecutivi si sono incontrati, perchè da allora non c’è stato un altro gesto da Madrid. “Il governo statale ha provocato la paralisi dei rapporti bilaterali con la Generalitat”, argomenta il rapporto del governo catalano. Ma quello che è più grave è che gli accordi presi nel 2011 sono rimasti carta straccia e non sono stati mai rispettati.



Questa situazione ha fermato tutti gli organismi di coordinamento, come la giunta di sicurezza che non si riunisce dal 2009, o anche la commissione mista di trasferimenti che si occupa delle risorse da trasferire previste nello Statuto.



In questo senso, dal 2011 non c’è stato nessun altro trasferimento e non ne hanno ampliato altri. Secondo il governo catalano, ci sono diversi motivi che spiegano questo scenario: la posizione politica poco “favorevole” all’autogoverno catalano esibita dal PP; la dottrina stabilita dal Tribunale Costituzionale (TC) nella sentenza contro lo Statuto che ne ha “debilitato” alcuni aspetti e la congiuntura economica della crisi che ha “costretto” la Generalitat a non accettare altri trasferimenti che non abbiano anche una copertura economica sufficiente.



In quanto alle competenze non trasferite, l'esecutivo le ha divise in due blocchi. Nel primo troviamo i trasferimenti con una commissione tecnica già istituita per studiarne le modalità di attuazione e sui quali il governo statale ha rifiutato di dare inizio alle trattative”. Quelli più importanti sarebbero gli immobili della Previdenza Sociale, il salvataggio marittimo o la sicurezza privata. In questo stesso blocco, ci sono anche le borse di studio e le funzioni relative agli enti di credito, due trasferimenti che si negoziavano da anni e che erano arrivati sul punto dell’approvazione, ma che il PP ha fermato comunque.



Nel secondo blocco ci sono le materie statutarie che sono suscettibili di sviluppi ulteriori su cui le trattative non sono mai state avviate: come la protezione civile, l'archivio storico provinciale di Barcellona, le funzioni della Previdenza Sociale o l’ispezione delle imbarcazioni e la sicurezza marittima, tra le altre.



Economia – Avui.cat - 16/10/13

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mercoledì 30 ottobre 2013

Mas replica a Rajoy que adesso non è il momento di “scambiarsi delle figurine” ma di fare la consultazione


Il Presidente della Generalitat, Artur Mas, ha replicato questo martedì al Presidente spagnolo, Mariano Rajoy, affermando che adesso non è il momento di “scambiarsi delle figurine” ma di fare una consultazione. Dopo aver partecipato all’omaggio floreale davanti alla tomba del presidente della Generalitat Lluis Companys (morto fucilato il 15 ottobre 1940, consegnato a Franco dalla Gestapo) Mas è tornato a chiedere a Rajoy che dia una risposta “matura e democratica” alle aspirazioni del popolo catalano. “Non è in gioco uno scambio di figurine”, ha detto (Rajoy aveva dichiarato che non avrebbe scambiato “nessuna figurina” con la Catalogna). Inoltre, ha colto l’occasione per deplorare che la mentalità “intollerante” spagnola non sia cambiata dopo 35 anni dalla Costituzione. Lo ha detto facendo riferimento alle dichiarazioni di diversi ex-presidenti spagnoli, tra cui José María Aznar.

 Sulla stessa linea di quanto già accennato lunedì sulla manifestazione del 12 ottobre, Mas ha chiesto di nuovo di poter celebrare la consultazione. “Qui non è in gioco uno scambio di figurine, un gioco di carte o di collezionabili, qui è in gioco il dare una risposta matura e democratica alle aspirazioni di un popolo in cammino”, ha argomentato. Il Presidente ha sottolineato che la risposta in un momento di tensione come quello attuale passa attraverso la democrazia “allo stato puro” e non un modello di finanziamento, perchè il modo di “canalizzare la tensione è votare”. Per questo, ha chiesto al governo spagnolo che ascolti la voce del popolo e si sieda a trattare i termini di una consultazione.

 Mas è stato duro con le opinioni di alcuni ex-presidenti spagnoli, come nel caso del popolare José María Aznar, per le opinioni che ha espresso “imbevute d’intransigenza, intolleranza e belligeranza”. “35 anni dopo l’approvazione della Costituzione, sarebbe ora che questa mentalità intollerante potesse cambiare”, ha lamentato.

 Il presidente ha deplorato che lo Stato sia installato nel “no a tutto”, ma ha assicurato che le porte del governo (catalano) per trattare e dialogare con la Spagna saranno aperte sempre, perfino nei momenti più difficili. “Ma per un abbraccio, per darsi la mano, ci vogliono due soggetti”, ha concluso.

 Per quanto riguarda la commemorazione della fucilazione di Lluís Companys, Mas ha sottolineato che il processo catalano si fa anche come un “tributo” a tutti quelli che diedero la vita per la Catalogna. “Questo processo guarda verso il futuro, è molto più importante quello che verrà, ma non dimentichiamo il passato e le persone che fecero un passo avanti per la dignità della Catalogna”, ha assicurato.


Avui.cat - Política - 15/10/13

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martedì 29 ottobre 2013

12-O, Una raccolta di quattro gatti




Ebbene si, è stato spettacolare. Il Partito Popolare e Ciudadanos volevano che la concentrazione spagnolista del Giorno della Hispanidad e della Razza da tenersi a Barcellona fosse spettacolare e lo è stata.

E’ stato un fiasco spettacolare.

Nemmeno con dei pullman portando gente dalla Spagna hanno potuto radunare più di 30.000 persone –cifra molto generosa facilitata dai Vigili Urbani– e sono rimasti, più o meno, quelli dell’anno scorso.

E sì che c’era tutto il nazionalismo spagnolo: PP e Ciudadanos manifestando a fianco di organizzazioni fasciste e razziste, Falange Española, España 2000, Plataforma per Catalunya, il neonazi Casal Tramuntana del quartiere del Clot, bandiere della dittatura, saluti fascisti a fianco di Alícia Sánchez-Camacho mentre suonava l’inno spagnolo... Nostalgici e ignoranza (noi la chiamiamo “forfora spagnola”). 12 di ottobre, Giorno della Forfora.

Questo era l’annuncio che il 9 di ottobre scorso pubblicava la Falange Española di Madrid:

• “FE de las JONS (Falange Española de las Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista) di Madrid organizza un viaggio alla concentrazione del 12 Ottobre a Barcellona per l’unità della Spagna e contro il separatismo, promossa dal Movimento Civico 12 ottobre, che avrà luogo a partire dalle ore 12 del mezzogiorno nella Piazza di Catalogna di Barcellona. Se vuoi venire con noi da Madrid, per dare supporto ai nostri camerati catalani che assisteranno, iscriviti a madrid@falange.es oppure recati presso la nostra sede, a calle Carranza, nº 13.”

Veramente, è stato molto duro per questa gente aver dovuto ingoiare il successo spettacolare della Via Catalana con la partecipazione certificata dall’Official World Record di 2 milioni di persone. Molto duro. Soprattutto per il fatto di vedere che contro questa evidenza democratica soltanto possono opporre la violenza arbitraria del potere dello Stato, uno Stato assolutista che criminalizza qualsiasi dissidenza dal principio divino della “sacra unità di Spagna”.



Ed è come ripete spesso Fabian Picardo, ministro principale di Gibilterra, “la faccia della Spagna attuale non è molto diversa da quella che aveva il famoso dittatore Franco”. La concentrazione assolutista del 12-O non è stata una concentrazione di democratici, ma di totalitari che usano la democrazia per imporre gli stessi principi di oppressione che difendeva il dittatore: “¡Somos España!”, “¡Cataluña sempre España!”, “¡Cataluña es España!”. Eccoti i grandi argomenti del totalitarismo.



Se fossero democratici direbbero: “Io non voglio che la Catalogna sia indipendente, ma soltanto la Catalogna ha il diritto di decidere cosa deve diventare la Catalogna ed accetterò la decisione democratica che prenda”. Se fossero democratici, non negherebbero il diritto di voto ad una collettività nè criminalizzerebbero le urne. Ma sono totalitari che pretendono di calpestare con gli stivali del loro assolutismo minoritario il grido pacifico di una maggioranza democratica.

E’ ovvio che si sono comportati senza provocare disordini nella piazza di Catalogna. Cos’altro potevano fare, dopo la lezione di civiltà che aveva dato la Via Catalana? In realtà non fanno altro che imitare. Mancano d’iniziativa e ci imitano. Mancano di argomenti ed essendo abituati ad imporre la propria volontà dall’alto della loro sella, adesso non si capacitano che il sottomesso abbia perso la paura e dica loro ‘ciao’. Tuttavia, è ovvio che hanno al loro servizio tutto l’apparato repressore dello Stato e credono che ci tengono sotto controllo. Un controllo mediante il quale pretendono di sostituire la nostra identità, la cultura e la lingua, cambiando la nostra storia, imponendoci i principi del Decreto di Nuova Pianta (1714), espoliandoci per soddisfare i propri deliri di grandezza con treni, aeroporti e autostrade fantasma, dirigendo le nostre scuole e l’amministrazione di giustizia e prendendoci per i fondelli dicendo che il nostro referendum è possibile se si cambia la Costituzione. Ma quello che non dicono è che la Costituzione spagnola soltanto può essere cambiata nel Congresso di Madrid con maggioranza assoluta che sempre –sempre– sarà aritmeticamente in loro potere.

Diciamolo ben chiaro: mentre la Via Catalana fu una concentrazione in favore del diritto a decidere e, pertanto, una concentrazione di democratici, quella del 12 Ottobre –effemeride di un genocidio– è stata una concentrazione contro il diritto a decidere e, pertanto, una concentrazione di totalitari. I se qualcuno non lo era, dovrà spiegarci cosa ci faceva là, a fianco dei figli ideologici del franchismo.



La parte positiva di tutto questo è che in Catalogna, come loro stessi hanno dimostrato, sono quattro gatti. E dato che, come abbiamo anche visto, hanno dovuto recuperare della gente dalla Spagna, è ovvio che stiamo parlando di una raccolta di quattro gatti.



Víctor Alexandre – El Singular Digital - 15/10/2013
Fotografia: Jordi Borràs

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