domenica 6 ottobre 2013

L'ONU ha scelto Barcellona per la sede della sua università, nel pieno del processo sovranista








Le Nazioni Unite hanno scelto Barcellona per installare l’Istituto per la Globalizzazione, la Cultura e la Mobilità dell’università ONU (UNU-GCM) e per iniziare il lavoro di ricerca nel Padiglione Sant Manel del recinto modernista dell’Ospedale di Sant Pau, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nell’anno 1997. Questa sarà l’unica sede educativa dell’ONU nel sud d’Europa.



La decisione, che arriva nel bel mezzo del processo sovranista, fa sì que la città di Barcellona diventi una delle 12 città del mondo dove l’università dell’ONU si concentra sulla promozione della pace e del progesso dei popoli attraverso la ricerca e l’educazione. “Si tratta di contribuire alla buona governabilità, la democrazia ed i diritti umani attraverso una comprensione migliore della cultura e della mobilità nel contesto della globalizzazione”, ha spiegato durante l’inaugurazione del centro la direttrice e fondatrice dell’UNU-GCM, Parvati Nair.



Il presidente della Generalitat, Artur Mas, ha affermato che la decisione dell’ONU “è una grande opportunità per dare un posto alla Catalogna nel mondo. Non è casuale che un istituto per lavorare per la globalizzazione, la cultura e la modernità abbia scelto proprio noi. Si tratta di tre caratteristiche che sono strettamente legate con i nostri piani per il futuro”. Durante l’intervento, Mas ha rivendicato anche la leadership della Catalogna nella ricerca e l’insegnamento, come anche ha ricordato che paesi come la Danimarca o l’Austria “hanno superato delle crisi molto dure e gravi ma adesso sono leaders in molti aspetti a livello europeo”. E si è mostrato fiducioso che questa capacità di reazione arriverà anche qui: “Ancora non siamo pronti per raggiungere un risultato del genere. Ma la cosa importante è avere le idee chiare”, ha concluso.



Albert Ribas
El Singular Digital

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sabato 5 ottobre 2013

"Help Catalonia', un esempio da seguire"




'Help Catalonia' è un esempio alliçonador che rompe topici e irradia il messaggio di una Catalogna che vuole essere se stessa. In momenti così difficili, questa volontarietà patriotica e civica è fondamentale per non perdere l'alè del nostro orizzonte nazionale e, soprattutto, per costruire una realità, nell’ambito internazionale, che sovente è manipolata e distorsionata. Adesso e quì, è necessario come mai che tutti insieme, nella misura delle nostre possibilità, imitiamo l’esempio eccellente, volontarioso e diafano di 'Help Catalonia'. Dai nostri paesi e città di tutta Catalgona è basico che facciamo pedagocia tra i turisti e visitanti, come fanno molto bene i tassisti per l’indipendenza, e irradiamo un messaggio positivo di tutta la nostra nazione in costruzione che, ora come mai, ha bisogno dell’aiuto di tutta la gente di buona volontà di tutto il mondo.



Josep M. Loste (Portbou) 
Lunedì, 26 agosto 2013

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mercoledì 2 ottobre 2013

Un alto dirigente del PP qualifica di assassini coloro che formarono la catena umana per l’indipendenza della Catalogna





Il consigliere del Municipio di Lerida Pau Pintó Torné compartió sul muro del Facebook (anche se dopo lo ha cancellato) che “la gente di Bildu, Amaiur, Aralar, Sortu, insieme con CiU, ERC, PSC e in generale tutti quelli che furono alla catena separatista come assassini”.

In seguito aggiunse la frase « non avete vergogna né dignità sepaRATTI », con il quale qualificó agli assistenti alla via catalana di ratti.

Questo comportamento sulla rete si unisce ad altri recenti, dei dirigenti del PP, come il numero 2 della Marca España (Marchio Spagna) che dimisionó dopo aver pubblicato sul twitter « catalani di merda non si meritano niente » alla radice dei fischi contro l’inno spagnolo durante la cerimonia d’inaugurazione dei mondiali di nuoto a Barcellona.

La pressione sociale in Catalogna a favore dell’inidipendenza è sempre più forte, e la maggior parte dei politici spagnoli stanno dimostrando che non hanno la capacità sufficiente per rispondere a questa pressione con il dialogo e gli argomenti razionali che la società richiede.

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Non c’è peggior sordo...





 
 
 
Da qualsiasi luogo civilizzato del mondo, la situazione della Spagna fa battere i denti. Dopo sette anni di crisi, l'economia è una molla rotta, i settori produttivi sono stati incapaci di definire un’alternativa afidabile al grande fallimento del folle settore immobiliare, la disoccupazione è leader nelle grandi cifre rosse dell’Unione Europea, la metà dei giovani non trovano lavoro ed i migliori cervelli emigrano per mancanza di opportunità. E, come se non fosse abbastanza, il partito che governa è implicato in un caso di corruzione infinito e sospettato di aver ricevuto finanziamenti illegali per ben due decadi; il suo presidente, che è quello del governo dello Stato, potrebbe aver preso soldi non dichiarati ed il suo ex-tesoriere ammaza il tempo giocando a domino con un buono a nulla a Soto del Real. E con tutta questa bardatura se ne vanno a Buenos Aires pensando di essere i favoriti nella corsa per la candidatura dei Giochi del 2020 e quando li scartano al primo scontro parlano di “furto” e di “truffa”. Secondo il detto, chi è il peggior sordo?




Vicent Sanchís

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martedì 1 ottobre 2013

Lettera aperta a tutti i leghisti




Questa lettera aperta è indirizzata ai deputati della Lega Nord che lo scorso 11 settembre hanno indossato in aula una maglietta con la bandiera indipendentista catalana in sostegno al giorno nazionale della Catalogna.

È per questo che non credo sia coerente appoggiare l’indipendenza della Catalogna e allo stesso tempo, avere come “alleato” in Catalogna ad un partito, Plataforma per Catalunya (PxC) che ha già dichiarato di esserene contrario. L’anno scorso, PxC è stata invitata dalla Lega ad un incontro a Belluno con gli eurodeputati leghisti Mario Borghezio, Francesco Speroni e Lorenzo Fontana.

Questo partito, la PxC, afferma nel suo programma elettorale che “è contraria a qualsiasi processo di frattura con la Spagna”. Pagina 52.

Inoltre, la PxC ha iniziato mesi fa la campagna “togliamo la stella dalla senyera”. La senyera è la bandiera catalana, e la estelada è la bandiera indipendentista, che contiene oltre le quattro barre gialle e rosse, una stella bianca con fondo blu. La PxC vuole vedere quest’ultima cancelltata giacché preferisce una Spagna ben unita. Cioè, vogliono togliere la stella che i propri deputati leghisti hanno esposto a Palazzo Montecitorio.

Grazie della vostra attenzione e spero che questo scritto serva a revisionare il rapporto che la Lega ha con la PxC e con coloro che sono contrari alla libertà del popolo catalano.

Porgo cordiali saluti,

Oriol Ges

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domenica 29 settembre 2013

Si rafforza il legame tra Alghero e la Catalogna

Si rafforza il legame tra Alghero, Barcellona e la Catalogna: firmato l'atto di gemellaggio tra il Parco del Garraf e il Parco regionale di Porto Conte.Un suggestivo percorso via mare in battello per ammirare le bellezze naturali del Parco regionale di Porto Conte e dell'Area Marina protetta di Capo Caccia – Isola Piana e la liberazione nelle acque antistanti la torre del Bollo, nei pressi di Cala Dragunara di un esemplare di tartaruga marina "Caretta caretta", hanno aperto il protocollo di appuntamenti istituzionali per la firma del gemellaggio tra il Parco del Garraf e il Parco regionale di Porto Conte.

"Questo atto di gemellaggio in chiave ambientale e di promozione del territorio naturale- ha detto il Sindaco Lubrano parlando rigorosamente in algherese- è la dimostrazione del legame forte che esiste tra Alghero e Barcellona e naturalmente tutta la Catalogna. Un legame prima di tutto linguistico e storico culturale, ma che oggi sempre di più trova sinergia in numerosi altri ambiti da quello turistico a quello enogastronomico e non ultimo, come in questo caso, nell'ambito della tutela e salvaguardia ambientale dei luoghi. Luoghi naturali che trovano tanti punti in comune come nel caso del nostro parco di Porto Conte e quello del Garraf."

Dello stesso avviso l'intervento del presidente catalano Salvador Esteve che ha rimarcato lo splendido rapporto di collaborazione che esiste ormai da decenni con la città catalana di Sardegna e che sempre di più si sta ampliando sotto ogni ambito. "Sono rimasto piacevolmente sorpreso della straordinaria accoglienza avuta e dello splendido viaggio in battello che ha consentito alla delegazione di apprezzare le bellezze naturali di Alghero e il meraviglioso affetto che la gente di Alghero nutre per la Catalogna. Sono certo questa collaborazione porterà meravigliosi frutti".

Il protocollo di gemellaggio si inserisce poi in un accordo d'intesa più ampio che vede la Federparchi italiana, Legambiente, la fondazione Symbola e a livello locale Obra Cultural de l'Alguer.
 
Redazione 'Alghero Eco' Nella Foto: Stefano Lubrano e Salvador Esteve

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sabato 28 settembre 2013

Call their bluff (Mostrino le loro carte)






L’indipendenza catalana è possibile e, a giudicare dagli studi di opinione pubblica più recenti e la mobilitazione cittadina di massa pro-indipendenza della Via Catalana, è l’opzione di futuro con più probabilità di diventare realtà. Si può capire facilmente che nessuna autorità spagnola non si dedicherebbe a discutere dei presunti inconvenienti dell’indipendenza catalana se lo Stato catalano non fosse uno scenario pienamente fattibile.


La previsibile vittoria del “Si” in un referendum di autodeterminazione –o la vittoria indipendentista in elezioni plebiscitarie– dovrebbe intendersi come un inequivocabile mandato democratico per iniziare i cambiamenti strutturali necessari per stabilire un Stato catalano operativo. Conseguentemente, la transizione verso l’indipendenza –propriamente detta– avrebbe inizio il giorno dopo aver manifestato il mandato sovranista del popolo catalano. Dunque, se il referendum per l’indipendenza avesse luogo nel settembre del 2014 e, tenendo conto degli studi realizzati dal governo scozzese, sono da prevedere circa 16 mesi di trattative con lo Stato spagnolo e l’Unione Europea per determinare la meccanica indispensabile e per garantire il trasferimento di sovranità richiesta per il funzionamento del nuovo Stato catalano.


Considerando l’ostruzionismo delle elite centrali spagnole negli ultimi 10 anni di trattative sull’auto-governo catalano, l’endemica tendenza all’autoritarismo e la paura a scatenare un effetto domino in altre giurisdizioni (es. Euskadi), prevediamo un’opposizione tenace di Madrid all’inizio di questi summit. Pertanto, anticipando la mancanza di cooperazione spagnola, le trattative si potranno produrre con la mediazione e la pressione dell’Unione Europea (UE).


Si può sentire legittima perplessità di fronte allo scenario presentato tenendo conto delle dichiarazioni dell’on. Joaquín Almunia e di altri rappresentanti della Commissione Europea sulle conseguenze legali dell’indipendenza catalana. Ciò nonostante, gli avvisi dati dalla Commissione sono un bluff ed hanno una tripla natura: 1) vogliono evitare di attizzare altri movimenti indipendentisti in altri stati dell’UE; 2) rispondono alla preghiera del governo spagnolo fatta agli altri stati europei dopo aver constatato la perdita di autorità morale spagnola di fronte alla maggioranza dei cittadini catalani; e 3) pretendono scoraggiare gli indecisi più europeisti.


Mentre i catalani possiamo sperare che l’Europa accetti la nostra volontà democratica, dobbiamo essere abbastanza maturi da sapere che l’UE non si dedicherà a fomentare un cambiamente di “statu quo” interno. Di fatto, in altre occasioni precedenti, l’Europa è arrivta ad affermare tassativamente che non avrebbe riconosciuto dei nuovi Stati creati a partire dalla disintegrazione de uno Stato plurinazionale; eppure, la Slovenia e la Croazia oggi sono membri di pieno diritto dell’Unione.


Sebbene l’alternativa d’includere lo Stato catalano –6a. zona industriale più importante d’Europa– nell’Associazione Europea di Libero Commercio (AELC) –European Free Trade Association (EFTA) in inglese– rimarrebbe una prospettiva inmune ad un veto spagnolo e garantirebbe la libera circolazione di merci e capitali tra la Catalogna ed il resto di Europa –chiave per proteggere gli interessi francesi e tedeschi nel nostro Principato– lo scenario dell’EFTA è da considerare, solamente, come una semplice controproposta di pressione durante il processo di trattativa tra lo Stato spagnolo e le nuove autorità catalane. Di più, una soddisfacente integrazione catalana nell’EFTA potrebbe essere controproducente per la stessa UE perchè, potenzialmente, favorirebbe la disintegrazione politica ed incentiverebbe altri movimenti euroscettici dell’Unione.



Se adottiamo una prospettiva consistente nella Realpolitik, nè lo Stato spagnolo –incapace di affrontare in esclusiva il pagamento del proprio debito– può arroccarsi durante le trattative di secessione catalana, e nemmeno l’UE può permettersi la perdita delle Stato catalano, il più ricco dell’Europa meridionale e destinato ad essere un contribuente netto alle casse dell’Unione. E ancora, con un mandato democratico inequivocabile, il caso catalano evidenzierà una doppia realtà: 1) La Catalogna rimane il paese dello Stato spagnolo più omologabile ai valori politici del resto dell’Unione come si sta dimostrando il pacifico e costruttivo processo sovranista; e 2) l’UE, come difensore del metodo democratico per risolvere i conflitti, non può accettare la prigionia di una nazione contro la sua volontà, in uno Stato coercitivo ostile culturalmente e che minaccia con penalizzazioni economiche future.


Ringrazio Aleix Sarri, assistente dell’on. Ramon Tremosa deputato del Parlamento Europeo, per la preziosa analisi di questo articolo.


Agustí Bordas
El Singular Digital .23/09/2013

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giovedì 26 settembre 2013

Indipendenza della Catalogna, il sostegno della Lega Nord alla Camera Italiana


I deputati della Lega Nord si sono presentati nell'Aula della Camera italiana indossando sotto la giacca una maglietta con la bandiera per l'indipendenza della Catalogna. "Si tratta di una espressione di solidarietà - spiega Massimiliano Fedriga". “”Le abbiamo indossate oggi” – ha spiegato all’Adnkronos Nicola Molteni – “in occasione della Diada, festa nazionale catalana che vedrà centinaia di migliaia di catalani impegnati in una catena umana di 400 km per chiedere un referendum sull’indipendenza della regione di Barcellona entro il 31 maggio”.
Per Matteo Salvini, vicesegretario federale della Lega: “Se oggi le nostre preghiere vanno alle vittime del tragico attentato a New York di 12 anni fa, il nostro sostegno e ammirazione va a questo popolo, che pacificamente sta lanciando un messaggio di libertà all’Europa e al mondo: con il sostegno della gente, come diceva anche il nostro professor Gianfranco Miglio, si puo’ fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro paese, formarne uno nuovo. A livello europeo, il presidente Arthur Mas e tutta la dirigenza politica Catalana, avra’ la Lega al loro fianco nel sostenere la richiesta di poter indire un referendum ufficiale e legale per decidere se continuare o meno ad essere parte del Regno di Spagna”.

Video ANSA

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mercoledì 25 settembre 2013

Né per la lingua né per i soldi


L’altro giorno ho parlato con un giornalista norteamericano che si è interessato alle notizie che provengono dalla Catalogna. Con sincerità mi ha spiegato che non sapeva molte cose del nostro paese, ma che si era documentato parecchio prima di arrivare. Il suo obiettivo –in base a quello che mi ha detto - è quello di capire i motivi “per cui una parte di cittadini spagnoli vogliono smettere di esserlo”. Lui lo ha espresso in questa maniera ed io ho specificato che non si trattava di respingere o sottovalutare nessuna identità, ma del semplice fatto di un popolo che può esercitare la democrazia.

Una volta entrati in materia, il giornalista americano ha cominciato a parlarmi di quello che la sovranità chiama “saccheggio fiscale” e ho dedotto che aveva ricercato le cifre basilari. Con i dati alla mano, mi ha detto quello che in molti sappiamo già: il deficit strutturale catalano è del 8’5% sul PIL catalano e rappresenta circa 16.500 milioni di euro negli ultimi tre anni. Aveva anche studiato come la solidarietà interterritoriale abbia effetti sulla Catalogna, che perde 7 posti una volta che si livellano le diverse autonomie, per colpa della mancanza del principio d’ordinalità. Il paradosso – ho aggiunto io – è che le comunità che creano meno richezza sono quelle che finiscono per avere più risorse per abitante rispetto a quelle che creano più richezza.

A quel punto è rimasto  a pensare, mi ha chiesto del tentativo fallito del nuovo patto fiscale e ha detto, soddisfatto: “adesso capisco: questo movimento per l’indipendenza catalana è un fatto di interessi, come succede in Italia con la Lega Nord”. Sul momento, ho detto che, se gli argomenti economici e fiscali erano molto importanti in questo movimento di sovranità e che avevano convinto molte persone, sarebbe un errore giustificare il movimento soltanto per questo fattore. C’è bisogno di andare più lontano, ho detto.

L’americano ha sorriso e mi ha mostrato altri documenti. A partire da quel momento, mi ha fatto una sintesi abbastanza corretta della storia della cultura catalana, con riferimenti a “El Tirant”, il monastero di Montserrat, il rinascimento, l’immersione della lingua nelle scuole e la creazione di TV3. Nel suo iphone aveva canzoni di Raimon, Lluís Llach, Sopa de Cabra e Manel, di cui non capiva niente ma gli piacevano molto. Qualcuno gli aveva dato – lo aveva su l’ipad – un episodio della serie di TV Dallas doppiato in catalano e un frammento del film “Pa negre”.

Lui continuava a sorridere: “Forse non mi sono spiegato bene prima, volevo dire che i soldi sono determinanti, ma so che l’ identità della Catalogna si basa su una cultura e una lingua diversa da quella spagnola”. Io ascoltavo affascinato. Poi ha parlato del ministro Wert e delle occorrenze del governo aragonese, perché mi voleva dimostrare che sapeva tutto e alla fine disse: “Capito, il movimento per l’indipendenza è una cosa tra lingua e cultura, si deve evitare che spariscano, un po’ come in Quebec”. Lui pensava che, questa volta, aveva detto bene ma io ho detto che: era evidente la base culturale del nazionalismo catalano, ma la gente non vuole separarsi solo per la protezione culturale.

Il giornalista non sorrideva più. Se non erano né i soldi né la lingua, cos’è è quello che muove una parte importante dei cittadini catalani a volere un referendum? Mi ha guardato come un giocatore di Poker e ha buttato il suo asso in tavola. Sorrideva un’altra volta: “Credo che adesso lo capisco: il movimento per l’indipendenza si tratta di potere. L’obiettivo è quello di avere una bandiera all’ONU, avere ambasciate, parlare a Bruxelles, dire che Barcellona è capitale di uno Stato e...” l’ho interrotto, e con gentilezza ho detto che non era nemmeno quello. Per capire l’attuale momento della Catalogna, doveva considerare una dimensione che nessuno diceva mai però che era quella più importante.

La sovranità – ho spiegato mentre lui lo scriveva – è, sopratutto, una causa morale. Questo significa che nasce da affermare che la catalanità è stata ed è, per i poteri formali e non formali spagnoli, un modo anomalo e difettoso di spagnolità. Se la catalanità è una identità sospettosa dentro la Spagna, si deve scioglere, annegare e soprattutto escludere da qualsiasi posto di potere. Pochi anni fa un’ azienda catalana su un’altra disse “meglio tedesca che catalana”. Il catalano è sempre colpevole di non essere uno spagnolo autentico, anche se non è nazionalista. Il giornalista americano non credeva quello che stavo dicendo. Ho aggiunto che quello tra i baschi e gli spagnoli non c’entrava, perché era chiaro che – ad esempio – nessuno discute il concerto fiscale di Euskadi e Navarra.

La sovranità catalana è una causa morale. Si nutre di argomenti economici, culturali e politici che offre Madrid ogni giorno, ma va tutto più lontano. È una causa morale perché è correlata con la necessità di non dover dare spiegazioni a tutti su quello che siamo, come se fossimo bambini. Chi non capisce questa dimensione profonda del conflitto non potrà mai capire quello che muove migliaia di catalani e catalane. Il visitante si che capì il concetto.


 


Francesc-Marc Álvaro

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martedì 24 settembre 2013

Conseguenze della Guerra di Sucessione: la storia di 5000 barcellonesi obbligati ad abbandonare le loro dimore







“Tra il 1717 ed il 1718 fecero scomparire il 17% della superficie urbanizzata della Barcellona di allora, fatto che avrebbe comportato un grado di distruzione ancora più grande rispetto alla propria guerra”. L’artista Frederic Perers spiega come renderà omaggio alle 73 famiglie obbligate a lasciare le loro case. 

1. Cosa vedranno le persone che visiteranno i dintorni del Mercat del Born? Lo hai fatto tu da solo, hanno collaborato con te? Fino a quando si potrà vedere “La Ribera onora la Ribera”?

Vedranno settantatre cognomi appesi sui balconi delle facciate rivolte verso il mercato, lignaggi che corrispondono alle settantatre famiglie che abitavano nelle case trovate nello scavo. Rappresentano simbolicamente i cinquemila barcellonesi che, costretti dalle autorità borboniche, dovettero lasciare casa per permettere la costruzione di una fortezza militare: la Cittadella. La Ribera onora la Ribera è un progetto personale fatto con la partecipazione imprescindibile degli attuali vicini e potrà essere visto fino al giorno dopo la Diada (11 settembre).

2. Cosa capitò esattamente a migliaia di barcellonesi del quartiere della Ribera nel 1714? Quale impatto ebbe per la città?

Nel settembre del 1714, alla fine della Guerra di Sucessione, Barcellona era rimasta sconfitta ed occupata dalle truppe franco-castigliane. Con il decreto di Nuova Pianta, Filippo V aboliva le istituzioni della Catalogna ed imponeva l’organizzazione politica castigliana. Tuttavia, la repressione di Filippo V contro la capitale catalana non si fermò qui. Finita la guerra, uno dei primi propositi dei vincitori fu la costruzioni di due fortezze un modo da dominare i barcellonesi e togliere loro dalla testa qualsiasi tentativo di ribellione futura. La prima, che doveva essere posizionata sui cantieri navali, non arrivò a concretizzarsi. La seconda, doveva collocarsi verso il fiume Besòs, vicino il baluardo di Santa Chiara, ed ebbe delle brutali conseguenze per il Quartiere di Mare. Iniziata nel 1716, la fortezza richiedeva un grande spazio davanti libero di edifici, fatto che comportò un grado di distruzione maggiore della propria guerra.

Tra il 1717 ed il 1718 avvennero le demolizioni che avrebbero creato il grande piazzale. Si colpirono, in un solo colpo, un gran numero di strade e di diversi quartieri e, in due anni, scomparve il 17% della superficie urbanizzata della Barcellona dell’epoca.

I proprietari, alcuni dei quali avevano già ricostruito i danni causati dall’artiglieria borbonica, furono espropriati senza alcun indennizzo e obbligati a demolire i loro propri immobili. Circa cinquemila vicini –la stessa popolazione che avevano allora alcune città come Vic o Girona- dovettero andare via, il 70% dei quali verso i paesi vicini. 

Convertita la zona in un immenso piazzale, non fu ricostruita fino alla fine del secolo successivo. Nel 1869 i terreni della Cittadella furono restituiti alla città e, successivamente, l’architetto Fontserè avrebbe progettato il parco, il mercato e la ri-urbanizzazione della zona, dando al quartiere l’attuale aspetto.

3. Come è sorta l’idea di omaggiare quei barcellonesi?

Alla fine del 1999 ho installato il mio studio nella via della Ribera, praticamente di fronte a una delle porte laterali del mercato. All’interno, nel 2001 ebbero inizio gli scavi che avrebbero scoperto la Barcellona degli inizi del secolo XVIII. Dal balcone di casa mia ho potuto seguire giorno dopo giorno l’evoluzione di questi lavori, che rendevano sempre più visibili le vestigia della Barcellona antecedente all’occupazione borbonica.

Nell’anno 2003, in occasione della Diada, TVC aveva trasmesso il documentario El Born, un vincolo con il passato, diretto da Jordi Fortuny e Marina Pi. Che io ricordi, quella fu la prima volta che ebbi notizia della tragedia vissuta in quel quartiere pochi anni dopo l’assedio del 1713-1714, e che mi furono date delle cifre di quella barbarie, venendo a conoscenza solo allo di quella catastrofe umana.
Le mie opere partono quasi sempre dal luogo, dallo scenario dei fatti. Inutile dire che la conoscenza della sfortunata vicenda dei riberesi di allora mi motivò enormemente a dare vita ad un memoriale che potesse ridare loro dignità. Quasi fin dal primo momento ho pensato di usare i cognomi di quelle famiglie, ma l’unica persona che me li poteva procurare era lo storico Albert Garcia Espuche, la persona che più conosce la storia di questa città. Garcia Espuche lavorava da anni all’opera che doveva compendiarli, La Città del Born, ma fino al 2009 questo lavoro non vide la luce.
Con la pubblicazione e l’ottenimento dei cognomi eravamo a metà del’opera perchè ancora dovevamo capire quale grado di empatia con il progetto si sarebbe ottenuto tra i vicini. La Ribera onora la Ribera ha subito diversi rinvii, e finalmente, alla fine del 2012 decisi di riprendere il progetto e portarlo avanti nei primi mesi del 2013, prima dell’apertura del Born Centro Culturale.


                                                          Frederic Perers


4. Perchè le tele sui balconi? Pretende essere un evento di partecipazione cittadina (o, almeno, che coinvolga i vicini?)
 Mi piaceva l’idea di vedere vicini che omaggiavano dei vicini, che gli abitanti della Ribera di oggi fossero gli attori principali di questo memoriale ed i protagonisti del ritorno al quartiere dei cognomi degli espulsi. Separati unicamente dal tempo, i vicini della Ribera di oggi hanno solidarizzato simbolicamente con i vicini della Ribera di ieri. Con una rimembranza austera, serena e silenziosa, senza sigle nè consegne. 

E mi piaceva specialmente che l’installazione usasse i balconi come supporto, il punto più pubblico di una casa, di un ambito privato. Lo spazio dove, senza uscire di casa, la cittadinanza appende ed esprime individualmente il suo impegno, le sue rivendicazioni e le sue gioie collettive. 

Balconi vestiti di cognomi, una forma diretta, visibile, viabile e partecipativa di fare un omaggio.

5. Qual’è l’obiettivo principale?

Da una parte, ricordare i profughi della Vilanova dei Mulini del Mare, la Fusina, la zona del convento di Santa Chiara, la Ribera, il piano di Llull,… quartieri scomparsi, la maggior parte di questi nomi non risultano più familiari agli abitanti della Barcellona del 2013. Sembra incredibile ma tre secoli dopo i fatti, la città aveva in sospeso di rendere omaggio a tanti e tanti barcellonesi che, dopo un assedio brutale ed un’imposizione straniera, furono esiliati dalle loro case.

D’altra parte, che i riberesi di oggi prendano coscienza che si trovano nella zona zero del 1714, nel luogo della barbarie. Gli attuali abitanti della Ribera svolgono le loro vite nelle prime case costruite dopo la distruzione di questa parte di Barcellona. Valeva la pena reincorporare i fatti nella memoria collettiva del quartiere e del paese. 

6. Consideri importante ricordare i fatti del 1714 e le sue conseguenze? Perchè?

Insomma, che ti eliminino dalla faccia della terra a furia di bombe è un fatto che, come paese, non abbiamo voluto mai dimenticare. La nostra “minorizzazione” come popolo ha inizio da quella sconfitta, ma la data tragica è anche l’inizio del duro cammino verso il recupero della pienezza nazionale. E’ stato necessario che ci abbiano creduto molte generazioni per arrivare dove siamo adesso, alle porte del raggiungimento dello stato proprio.


7. Vedi un rapporto tra i catalani del 1714, o alla situazione che si viveva allora in Catalogna, con i catalani ed il paese attuali?

In ambedue i casi ci si trova in un crocevia, in un momento determinante per il futuro del paese. La differenza giace basicamente nella direzione degli eventi. Mentre 300 anni fa la Catalogna sprofondò con la perdita delle libertà nazionali, adesso precisamente siamo alle porte di ridiventare nuovamente proprietari del nostro futuro. La chiave è che allora le cose si sistemavano a botte e vinceva il più forte. Adesso le decisioni le prendono le maggioranze e, se facciamo squadra, saremo quello che vorremo essere, qualsiasi cosa dicano in Spagna o nel mondo.

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