lunedì 13 maggio 2013

L'Europa riconosca il diritto dei popoli



Le istituzioni europee riconoscano il diritto dei popoli di decidere della propria indipendenza: la storica battaglia della Süd-Tiroler Freiheit, il movimento separatista altoatesino, e si concretizza con l'avvio di una raccolta firme internazionale per chiedere all'Unione Europea di accogliere nel proprio quadro giuridico il principio di autodeterminazione. È Veneto Stato assieme a Liga Veneto Repubblica a portare la petizione sul territorio.
 
Obiettivo: raccogliere in tutta la regione 70 mila firme, parte di quel milione di sottoscrizioni da trovare in tutta l'Ue, che rappresenta la sfida dell'organismo promotore dell'iniziativa, la Commissione Internazionale del cittadini europei . A dare forma alle idee di «un'Europa democratica sia nella teoria sia nella realtà», ieri a villa Bonin Maistrello a Vicenza c'erano alcuni dei rappresentanti più battaglieri dell'indipendentismo: tra gli altri, la pasionaria altoatesina Eva Klotz, consigliera della Provincia Autonoma di Bolzano, che della Süd-Tiroler Freiheit è la fondatrice; dello stesso partito c'era anche Lorenz Puff; mentre per la parte  veneta, erano presenti Fabrizio Comencini, segretario generale della Liga Veneta Repubblica e Davide Lovat di Veneto Stato.
 
 «Un albero può crescere soltanto se ha radici forti. Le radici di un popolo sono la sua storia», dichiara Klotz che spiega poi le origini del principio di autodeterminazione dei popoli: «È una norma di diritto internazionale, sancita dal Patto di New York, secondo cui tutti i popoli hanno il diritto di decidere liberamente del loro statuto politico e di perseguire il loro sviluppo economico, sociale e culturale. Questo principio va riconosciuto dal diritto europeo».
 

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domenica 12 maggio 2013

Nel corso della propria storia, la Catalogna ha vissuto sette proclamazioni d'indipendenza

La proclamazione di sovranità della Catalogna come quella promulgata nel gennaio 2012 dal Parlamento Catalano non è affatto un evento unico nella storia, se essa viene considerata un passo nella costruzione di una struttura sovrana di potere, come viene riportato nel saggio Les proclames de sobirania de Catalunya Ed. Farell, 2009 nel quale vengono analizzati i cosiddetti "episodi di sovranità".

Il saggio riporta le sette epoche in cui la Catalogna s'è proclamata sovrana ed ha espresso strutture di Stato, come un potere giudiziario proprio o un esercito, oppure una struttura di base semplice ed efficente. Le proclamazioni di sovranità sono state: la rivoluzione del 1640; la resistenza barcellonese del 1713-1714; la Junta Superior contro la dominazione francese (1808-1814); lo Stato Catalano del 1873; la Repubblica Catalana del 1931; il Sei d'Ottobre del 1934 e la Guerra Civile dal 1936 al 1939.

Tutte questi momenti storici sono accomunati da due caratteristiche indistricabili: la sovranità e la rivendicazione sociale di un miglioramento delle condizioni di vita. Due aspetti che anche attualmente sono come due facce della stessa medaglia.

El Corpus de Sang del 7 giugno 1640, di fatto una proclamazione di sovranità.

Così viene interpretata la fine dell'occupazione da parte dei soldati ispanici del 1640 con la Guerra dei Mietitori (Segadors) che fa divenire la Catalogna una repubblica de facto con la creazione di un esercito, la nomina di consiglieri, l'istituzione di imposte e il conio di una moneta, fino a che la Giunta Generale di Braços accetta la protezione francese. Allo stesso modo, viene interpretato il volere dello Stato Catalano del 1873 con l'abolizione delle decime; la lotta per diritti civili del 1931; l'opposizione spagnola alla riforma agraria della Catalogna del 1934.

In maniera differente invece sono catalogate gli altri episodi che sono di fatto dei proclama di indipendenza perché organizzano una resistenza nella forma di stato moderno e sovrano. In questo gruppo sono incluse la resistenza barcellonese del 1714, la guerra d'indipendenza spagnola (la Guerra del Francès) e infine, la Guerra Civile del 1936-1939, che ha implicato la creazione di un Consiglio della Difesa, patrocinatrice di una sorprendente indrustria militare.

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sabato 11 maggio 2013

La Spagna regala 1000 € per lo studio, ma non a tutti

Mentre i catalani si vedono alzare le tasse e aumentare i tagli all’istruzione e alla sanità, il Governo regionale di Castiglia-La Mancia darà mille euro a tutti i 5000 laureati tra i 18 e i 25 anni che concluderanno quest’anno gli studi secondari obbligatori (in Spagna, la ESO). Verranno concessi i mille euro anche ai giovani disoccupati che terminano la cosiddetta Formazione Professionale (FP) e a chi desidera accedere al Bachillerato (scuola secondaria della durata di due anni più uno, necessaria per frequentare l’università). 



Il Piano d’azione per il lavoro giovanile approvato dall’esecutivo della Comunità Autonoma è un concreto programma di formazione, con un budget di 15,4 milioni di euro, volto a incentivare i giovani che hanno abbandonato gli studi e non trovano lavoro a tornare a studiare.

In Castiglia-La Mancia ci sono ben 33 centri di istruzione per adulti (Centros de Educación de Personas Adultas) e 81 aule a essi dedicate che si incaricheranno di svolgere i corsi, sia per i cinque mila alunni che devono terminare gli studi secondari obbligatori, sia per i mille che aspirano ad ottenere un titolo di Formazione Professionale. 




A ricevere la sovvenzione saranno anche i giovani disoccupati che hanno già concluso la cosiddetta scuola dell’obbligo e che vogliono, invece, frequentare il Bachillerato per adulti.

Un ultimo aiuto, anche in questo caso di mille euro, verrà destinato ai cinquecento giovani dei 20.000 (secondo i dati della Segreteria dell’Istruzione), che sono iscritti all’INEM (Instituto Nacional de Empleo, un servizio pubblico per l’occupazione) e che vogliono concludere gli studi secondari obbligatori.

La Spagna è, infatti, il paese europeo con l’indice di insuccesso scolastico più elevato. La Catalogna è la seconda Comunità Autonoma peggiore, con il 22% di studenti che non ottengono un diploma e il 26% che non conclude nemmeno la scuola dell’obbligo. Dati sconcertanti, considerando che negli ultimi cinque anni, questa percentuale si è abbassata di ben 7 punti.

Secondo una relazione della fondazione Bofill, in Catalogna nel 2011 i giovani tra i 16 e i 24 anni che non studiavano né lavoravano erano 140.000. Un dato di ben 3 punti percentuali più alto di quello della media spagnola.

Nell’ultimo trimestre del 2012 si è registrato un aumento del 1,6% del tasso di disoccupati tra i giovani in età compresa tra i 16 e i 29 anni, arrivando al 38,4%. Per il quarto trimestre consecutivo la disoccupazione giovanile ha raggiunto il punto massimo, da quando è iniziata la crisi. Parlando più concretamente, in Catalogna ci sono 261.300 giovani disoccupati. 


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martedì 7 maggio 2013

Il dibattito sovranista è tra democrazia o antidemocrazia

L’eurodeputato Raül Romeva ha chiesto alla Commissione Europea di sanzionare lo Stato spagnolo per la destituzione di Rodríguez Sol in quanto l’Unione europea deve proteggere i principi basilari della democrazia..

L’eurodeputato ha chiesto di sanzionare lo Stato spagnolo per aver destituito il procuratore generale (fiscal superior) di Catalunya a seguito delle sue dichirazioni in merito a una consulta dei cittadini in Catalunya. Romeva ritiene che l’Unione europea debba reagire di fronte a questo attacco all’indipendenza del potere giudiziario e difendere i principi basilari della demoscrazia, come è recentemente accaduto nel caso dell’Ungheria con un progetto governativo rivolto a controllare più da vicino l’azione dei magistrati. Romeva ha dichiarato che gli eurodeputati catalani hanno deciso di “non lasciarne passare neanche una” allo Stato, e che ritengono che sia sconosciuta all’UE la “vulnerazione dei principi basilari della democrazia” che si produce in Spagna.
Per spiegare all’Unione europea la realtà istituzionale della Catalunya, hanno presentato alla Commissione europea una domanda (o interpellanza) perché prenda posizione sulla questione e vi sia una “reazione netta” di fronte a dimissioni imposte per “motivi politici”. A loro avviso, occorre spiegare la realtà istiituzionale catalana e svolgere una “riflessione democratica” affinché l’Europa reagisca a certi atteggiamenti spagnoli.
“La Commissione europea ha un ruolo determinante in molti aspetti della vita economica della Spagna ed è difficile accettare che quando succedano cose gravi non vi sia una richiesta di informazioni da parte della Commissione”, ha sostenuto.

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sabato 4 maggio 2013

Risposta all'articolo apparso sul The Times: “l'ascesa di Mas”


L'articolo recentemente pubblicato sul “The Times” sulle cause economiche dell'indipendenza catalana non aiuta ad avere né visione neutrale né equilibrata su quello che è in ballo in Catalogna.

Brevemente, l'articolo descrive la Catalogna come una regione ricca ma egoista che, in tempo di crisi, fugge di fronte alle proprie responsabilità nei confronti delle regioni più disagiate. Oltretutto, afferma che una Catalogna indipendente sarebbe più povera ed eccessivamente indebitata.

E' comprensibile che nel mezzo della peggior crisi economica degli ultimi tempi e con l'euro in piena lotta per la sopravvivenza, un conflitto politico all'interno di uno stato membro dell'UE sia visto come un rischio per l'Unione stessa e per Eurolandia. Tuttavia, ciò non giustifica la disinformazione nei confronti dei lettori.

In primo luogo, i debiti regionali sono solo una piccola frazione del debito pubblico della Spagna. Secondo le rilevazioni di dicembre 2012, il debito delle regioni rappresenta solo un 17,6% del PIL spagnolo, mentre quello del governo spagnolo ammonta al 72,54% del PIL, quello dei comuni a un 4% e quello degli enti previdenziali al 1,6%, per un totale del 84,2% del PIL.

Malgrado sia vero che la Catalogna è una delle autonomie più indebitate, è anche vero che le regioni col debito più elevato (Catalogna, Valencia e le Isole Baleari) sono quelle che hanno contribuito maggiormente al trasferimento verso le altre regioni (tra il 6% e il 14% del proprio PIL) e sono anche quelle che hanno ricevuto finanziamenti insufficienti per investire in educazione, sanità e servizi sociali.

Se la Catalogna decidesse democraticamente di separarsi dalla Spagna, vantando un passivo di 50 miliardi di euro e un PIL di circa 200 miliardi, il proprio debito rappresenterebbe solo il 25% del proprio prodotto interno lordo, sicuramente uno dei più esigui del mondo!

Se il processo avrà una soluzione negoziata civilmente, vale a dire la Spagna sarà  disposta ad accettare qualunque risultato del referendum senza bloccare l'ingresso della Catalogna nell'UE, Barcellona si prenderà carico di una parte proporzionale del debito pubblico spagnolo come prenderà possesso di una parte dei beni dello Stato, seguendo le indicazioni della Convenzione di Vienna del 1983 sulla Successione degli Stati rispetto ai beni pubblici. In questo caso probabilmente la Catalogna indipendente nascerebbe con un debito pubblico simile a quello spagnolo (tra il 90% e 100% del PIL).

Sul piano del commercio, le esportazioni internazionali della Catalogna, per la prima volta nel 2011, hanno superato quelle della Spagna e la tendenza è in aumento. Ovviamente la Spagna continuerà ad essere uno dei maggiori partner commerciali della Catalogna. I boicottaggi economici possono avere effetti nocivi solo nel breve termine. Anche in casi estremi come per paesi che entrarono in conflitto bellico tra di loro, quali la Serbia e la Croazia, i rapporti commerciali si normalizzarono entro pochi anni.

D'altro canto, malgrado la perdita di una regione industriale e dinamica nel breve termine può rappresentare un problema per la Spagna, sono sicura che nel medio e lungo termine ciò sarà positivo e sarà la chiave per liberare il potenziale spagnolo, una volta portate a termine alcune riforme strutturali ed una volta rimosse quelle élite che hanno approfittato delle sovvenzioni invece di investire in competitività e produttività. Oltretutto, una volta che il nazionalismo spagnolo si sarà liberato della propria ossessione di controllo sulle competenze trasferite in Catalogna, non sarà più necessaria la duplicazione dei poteri e dei controlli che ha reso l'amministrazione pubblica spagnola una delle più ridondanti sul panorama europeo.

Auspico che le preoccupazioni del “The Times” siano incanalate nell'assicurare che la Spagna risponda a questo conflitto con la stessa eleganza e democrazia che ha contraddistinto il Primo Ministro britannico di fronte alla richiesta di referendum in Scozia: “Ho sempre mostrato rispetto per gli scozzesi, loro hanno votato un partito che vuole celebrare un referendum e io ho fatto il possibile affinché questo referendum sia decisivo, legale e giusto.”


 

Elisenda Paluzie

Docente della Facoltà di Economia

Università di Barcellona
 
 
 
 
 

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venerdì 3 maggio 2013

Ministro della Cultura di Catalogna: il Governo spagnolo "pregiudica doppiamente" la Catalogna

 

Il ministro della Cultura del Governo di Catalunya, Ferran Mascarell, ritiene che il Governo spagnolo "pregiudica doppiamente" Catalunya, non solo con l’oppressione fiscale ma anche attraverso misure che impediscono lo sviluppo delle “aspirazioni culturali”.

Lo ha detto in un’intervista nel corso del programma 'El Suplement' di Catalunya Ràdio, dove ha confermato la creazione della Fondazione Catalunya Cultura, che ha per obiettivo quello di trovare finanziamenti privati per sostenere il mondo culturale catalano.




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sabato 27 aprile 2013

Un errore del primo ministro spagnolo.

Il 21.02.2013 il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha presentato al parlamento spagnolo la relazione sullo stato della nazione. Nella discussione seguente, e interrogato sul conflitto con la Catalogna, ha detto tra le altre cose : “Non é buono negare ai catalani il diritto ad essere spagnoli ed europei.”

Questa frase ha condotto il professore Eduard Sagarra a farne un commento. Eduard Segarra é professore di Diritto Internazionale a ESADE, a Barcellona, una delle migliori scuole di relazioni, riconosciuta a livello internazionale.

Il professore Sagarra dice che anche se la Catalogna arrivasse ad avere uno stato proprio, non vi sarebbe nessuna ragione per la quale i cittadini catalani dovessero perdere la nazionalità spagnola nè l’appartenenza alla UE. Chiarisce che il suo ragionamento non è político, ma strettamente giuridico in base alla Costituzione spagnola del 1978, e i trattati europei, specialmente il trattato del 2009 sul funzionamento dell' Unione. Le sue principali argomentazioni, esposte in forma breve, sono le seguenti.

I catalani, ovunque essi vivano, oggi sono spagnoli. Se sono spagnoli di nascita sono considerati (art.112 della CE) come “spagnoli d’origine” quindi non gli si puó togliere il diritto alla nazionalità spagnola. Anche se hanno una ulteriore nazionalità catalana. Fare altrimenti sarebbe una violazione  della costituzione spagnola.



Contemporaneamente, tutti gli spagnoli e i catalani sono cittadini della UE con diritti individuali garantiti dai trattati europei. Se i catalani sono, come si è detto prima, “spagnoli di origine” hanno il diritto di cittadinanza spagnola, e continuerebbero a essere cittadini della UE con tutti i diritti e obbligazioni che ciò comporta.

Secondo il professore Sagarra, i catalani hanno il diritto alla doppia cittadinanza (art.13.3 della CE e art.24 del codice civile) allo stesso modo dei portoghesi, degli iberoamericani, dei filippini o dei discendenti degli ebrei sefarditi, anche se non si arriva ad avere un nuovo trattato tra la Spagna e la Catalogna.

Si puó avere una o altra opinione sul  fatto legale in quanto se è corretto o facilmente realizzabile politicamente. Peró per i catalani  è chiara la deficente comprensione spagnola di quello che è democrazia, che include ignorare le leggi in vigore attualmente se queste non formano parte di quello che i politici  vogliono.



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giovedì 25 aprile 2013

La Catalogna nel mirino della stampa internazionale

A quanto pare il quotidiano The Times ha iniziato una crociata mediatica contro ogni ipotesi di una Catalogna indipendente. Due giorni fa con un editoriale ha affermato che l'eventuale separazione farebbe tanto male economicamente alla Catalogna quanto al resto della Spagna. Alcuni giorni prima lo stesso giornale pubblicava un articolo a firma Matthew Parris con le stesse argomentazioni e con il titolo incendiario “La Catalogna è una bomba a orologeria peggiore di Cipro”. 

E' risaputo che il quotidiano britannico The Times ha uno spiccato accento conservatore e che l'ex-presidente del PP Aznar ne è un opinionista. 

Ciò che forse non è molto noto è che il signor Parris, oltre ad essere un giornalista, è stato anche un membro del partito conservatore britannico. Un uomo con un interessante curriculum arricchito da alcune curiosità, come aver ricevuto una medaglia dalla “Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals” direttamente dalle mani della recentemente scomparsa Margaret Thatcher, per essersi tuffato nel Tamigi per salvare un cane. Non stiamo parlando del solito corrispondente che lavora a Madrid e non ha la minima idea di ciò che accade in Catalogna. Il signor Parris ha vissuto e lavorato nel nostro Paese, e per questo si suppone conosca bene la nostra realtà anche se non sembra volerlo dimostrare. 

“Il danno che il separatismo catalano può fare al resto della Spagna è esso stesso un argomento contro il separatismo”. 

“Se i separatisti dovessero ottenere il referendum e vincerlo, questo potrebbe devastare tutta la regione”. 

Se abbiamo capito bene, lo Stato spagnolo ha il diritto a difendere i propri interessi. Stessa cosa vale per l'Europa. Ma se lo fanno i catalani allora sembra incombere l'apocalisse. 

Andiamo in ordine. E' interessante che una pubblicazione del prestigioso The Times dica che senza la Catalogna lo Stato spagnolo affonderebbe. Ciò che non è tollerabile in alcun modo è che i catalani siano ritentuti responsabili della sopravvivenza economica di un Paese che li ha asfissiati per tutti questi anni. E mi sembra allo stesso modo irresponsabile affermare che, senza la Spagna, le cose per la Catalogna volgerebbero al peggio. 

Questa sorta di ricatto psicologico no fa presa su di noi, tuttavia indigna profondamente un Paese che ha subito per anni un prelievo fiscale ingiusto con la scusa della solidarietà fra autonomie, che ha cercato invano di trovare un accordo con lo stato centrale e che in cambio ha ricevuto solo insulti e rappresaglie. 

Quale risposta possiamo dare ai nostri lavoratori pubblici che subiscono per il terzo anno consecutivo un decurtamento dello stipendio? E alle 100˙000 famiglie catalane che vivono al di sotto della soglia di povertà? E ai 860˙000 catalani disoccupati? E alle imprese catalane che esportano ma che non ricevono credito? 

D'altro canto, l'autore tralascia di parlare del deficit fiscale che anno dopo anno la Catalogna subisce (16 miliardi di euro, l'8% del PIL) o del deficit cronico di infrastrutture che riduce il potenziale economico del Paese. Senza questo peso, la Catalonga non dovrebbe solo limitarsi alla sopravvivenza, come suggerisce l'editoriale del The Times, bensì godrebbe di un'economia nella media europea, con un livello di benessere paragonabile a quello dei cittadini olandesi o danesi. 

Se noi fossimo indipendenti, la sopravvivenza economica della Spagna sarebbe un problema del solo Stato spagnolo e dell'Europa, non della Catalogna. Non sarebbe giusto appiopparci questa responsabilità perché siamo i primi a preoccuparci di assolvere i nostri doveri, di aggiustare i conti e di aumentare la nostra competitività. Ognuno sia resposabile di se stesso ma ovviamente tutti dobbiamo fare il possibile per il benessere comune. La Catalogna vorrebbe contribuire alle finanze europee direttamente perché siamo convinti che Bruxelles, con tutti i suoi problemi e imperfezioni, amministra meglio di Madrid. Perlomeno ai catalani ispira molta più fiducia il suo senso di giustizia e democrazia. 

La stampa internazionale dovrebbe porre più enfasi nel pressare lo Stato spagnolo affinché assolva ai propri doveri, patteggi la celebrazione di un referendum in Catalogna e così dia la possibilità di decidere ad un territorio e ad una popolazione che lo sta chiedendo a gran voce. 

Non sarebbe più facile insistere sulla negoziazione e sui possibili accordi piuttosto che minacciare il fallimento economico dell'intera penisola iberica?  

Leggi questo articolo in inglese, spagnolo e tedesco
Elisabet Nebreda, 
Cesc Iglésies,


Cesc Iglesies e Elisabet Nebreda 
Rispettivamente Vicesegretario Generale all'Azione Politica e Segretaria nazionale alle Politiche Internazionali 
Esquerra Republicana

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Graffiti unionisti a Igualada contro la Dichiarazione di Sovranità

Gli unionisti reagiscono con nervosismo alle mozioni di supporto alla Dichiarazione di Sovranità che vengono approvate da decine di Comuni del Paese. Ieri sera, l'assemblea del Comune d'Igualada ha approvato una mozione con 18 voti favorevoli e 3 contrari: i rappresentanti del CiU, ERC, PSC e ICV hanno votato a favore, mentre si sono opposti i membri del PP e PxC. All'indomani però, sulle mura del municipio e del dipartimento del Cultura, Educazione e Servizi Sociali, sono apparsi dei graffiti raffiguranti la bandiera spagnola, la croce celtica e gli slogan Viva España, Catalunya es Espanya e Siempre unionistas, nonché le bandiere spagnola e catalana unite, un simbolo molto utilizzato durante la scorsa manifestazione del 12 ottobre nella Plaça de Catalunya a Barcellona.

Alcuni graffiti, oltre che sugli uffici municipali, sono apparsi anche sulla facciata della Basilica di Santa Maria, che si trova a fianco. Gli operai comunali le hanno cancellate tutte durante le prime ore del mattino.

Alcuni di questi graffiti sono firmati dalla sigla DNJ, corrispondenti alla formazione di ultradestra “Democrazia Nazionale”.

Graffiti unionisti sulle mura del Municipio d'Igualada. Foto: @JoanRequesens.

Altri graffiti sulle mura del Consiglio Comunale Igualadino.


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mercoledì 24 aprile 2013

La lotta per l’indipendenza


Dicono che le argomentazioni dei favorevoli all’indipendenza catalana abbiano origine nella sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo (2010) contro lo Stato della Catalogna (2006) e nella crisi economica che stiamo vivendo e che rende ancora più evidente la spoliazione dei beni della Catalogna da parte del governo spagnolo.

Oggi la lotta dei catalani per la propria libertà fa parte della storia dell’umanità. Il testo che presentiamo, illustra brevemente due personaggi del passato della Catalogna. Entrambi si chiamavano Francesc Macià e entrambi hanno avuto il titolo militare di colonnello, ma le loro figure sono state separate da diversi secoli e da circostanze diverse.


Francesc Macià i Ambert (1658?-1713), più conosciuto come Bach de Roda, era un contadino e proprietario terriero che combattè contro l’occupazione francese della fine del XVII secolo. Durante la Guerra di Successione (conflitto bellico europeo su base politica, economica e dinastica) i catalani presero le parti di Carlo d’Austria.
Nel 1704 Bach de Rosa prese parte alla rivolta dei "vigatans" (termine usato per indicare i dirigenti e combattenti nella zona de La Plana de Vic filo-austriaci). Nel 1705 partecipò alla conquista di Barcellona e, durante lo stesso anno e quello successivo, la difese dai borbonici.
Negli anni successivi ottenne il grado di colonnello del Reggimento dei Fucilieri di Montagna. Nel 1713 continuò a combattere nonostante l’occupazione della città di Vic e l’abbondono degli alleati di Carlo, come conseguenza del trattato di Utrecht. Infine, quando si trovava in uno dei terreni di sua proprietà, venne tradito e impiccato a Vic senza alcun processo.
Per i catalani la Guerra si concluse con la conquista di Barcellona l’undici settembre del 1714. Significava esecuzioni, prigioni, bandi, esili. Il Decreto di Nueva Planta del 1716, imposto dalla Spagna, era un nuovo ordinamento politico-amministrativo. Per quanto riguarda l’economia, dal 1714 i borbonici imposero una tassa straordinaria per la guerra e, nel 1716, introdussero anche una nuova tassa catastale.


Francesc Macià i Llussà (1859-1933) entrò all’accedemia di ingegneria militare nel 1874. Nel 1895 divenne comandante e, nel 1904, tenente colonnello. A causa degli incidenti del Cu-Cut! (rivista satirica che pubblicò una caricatura considerata offensiva nei confronti dei militari spagnoli, che decisero di distruggerne gli uffici) del 1905 si pronunciò a sfavore dell’anticatalanismo e, nel 1907, si presentò come candidato di Solidaritat Catalana, rinunciando alla carriera militare di colonnello.
Deputato presso il comune catalano Les Borges Blanques, nel 1919 creò la Federació Democràtica Nacionalista e, nel 1922, il Estat Català (nonostante il suo obiettivo fosse fondare una Repubblica Catalana). Fu esiliato in seguito al colpo di stato di Primo de Riversa nel 1923, ma provò a invadere la Catalogna nel 1926, tentativo fallito e per il quale fu processato in Francia.
Al termine della dittatura (1931), decise di tornare in Catalogna e partecipò alla creazione della Esquerra Republicana de Catalunya (ERC). Dopo avere vinto le elezioni comunali, il 14 aprile del 1931, proclamò la Repubblica catalana. Successivamente però accettò uno statuto di autonomia della Catalogna e accettò il ruolo di presidente del governo catalano, ruolo che ricoprì fino alla morte, nel 1933.
Il governo della Catalogna, chiamato Generalitat, sarà poi eliminato dalla dittatura di Franco al termine della guerra civile spagnola, nel 1939. I campi di concentramento, le esecuzioni, le prigioni, gli esili furono una dura realtà per molti anni.
Attualmente ERC è il secondo partito al Parlamento catalano e uno dei partiti nazionalisti catalani che lotta per ottenere l’indipendenza della Catalogna.

Francesc Bonastre i Santolària.

Spagnolo

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