mercoledì 13 marzo 2013

La Catalogna privata delle borse di studio statali


In tempi di crisi la diminuzione delle entrate fa sì che diminuiscano gli aiuti statali. Questo ha colpito anche le borse di studio che lo Stato spagnolo dà, ad esempio, al settore dell’istruzione. In Catalogna, però, questi aiuti sono stati direttamente eliminati. Stando a quanto pubblicato dal quotidiano El País, gli studenti catalani sono stati esplicitamente emarginati, dato che nel resto del paese i beneficiari di borse di studio continuano a riscuotere la somma a loro destinata, anche se con qualche ritardo.

Il Ministero dell’Istruzione spagnolo, capeggiato da José Antonio Wert, è passato all’attacco dopo avere espresso la sua volontà di introdurre cambiamenti nel sistema educativo catalano. Infatti, Wert ha collegato il processo democratico catalano – mediante il quale il popolo chiede il diritto all’autodeterminazione e l’autonomia – con un “indottrinamento” nelle aule della Catalogna. Wert punta a sradicare il sistema di immersione linguistica e ha sostenuto davanti al Congreso de los Diputados (l’equivalente della nostra Camera) di volere “spagnolizzare i bambini catalani)”.

Il Ministro dell’Istruzione spagnolo, nonostante abbia affermato di aver fatto “sforzi” per mantenere le borse di studio agli studenti, ha tagliato del 14,6% i fondi per questo settore. I tagli avvenuti in Spagna, equivalenti a 209 milioni di euro, corrispondono in Catalogna a una totale abolizione delle borse di studio. Inoltre, il Ministro Wert ha inasprito i requisiti per accedere alle borse di studio generali, quelle destinate agli studenti di famiglie poco abbienti.

Manel Bosch

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martedì 12 marzo 2013

“La patria vale di più della democrazia”: un generale spagnolo giustifica in questo modo un intervento militare in Catalogna.


Il generale dell’esercito Juan Antonio Chicharro, durante un atto pubblico, ha assicurato che “c’è un sentimento generalizzato di preoccupazione, paura, incertezza e confusione” tra i militari per “l’attuale offensiva separatista-secessionista” catalana. Ha poi continuato sostenendo che “la patria viene prima ed è più importante della demcrazia”.

Stando a quanto riporta “'El País”, Juan Antonio Chicharro, comandante generale della Marina militare fino al dicembre del 2010, ha rilasciato queste dichiarazioni durante un atto celebrato a Madrid lo scorso 6 febbraio, davanti a un centinaio di persone. Il titolo del dibattito era “Forze armate e ordinamento costituzionale”, durante il quale sono intervenuti anche il presidente della ‘Sala Militar del Tribunal Supremo’, Ángel Calderón, il rettore della Universitat Rei Juan Carlos, Pedro González-Trevijano, e il magistrato e direttore della ‘Revista Jurídica Militar’, José Antonio Fernández Rodera, che ha presentato l’evento.

La famosa testata spagnola assicura che, secondo le testimonianze di diversi presenti, Chicharro ha assicurato che “in circostanze normali avrebbe declinato l’invito all’evento”, ma che “l’attuale offensiva separatista-secessionista” lo obbligava a “parlare”. “La patria viene prima ed è più importante della democrazia. Il patriottismo è un sentimento e la Costituzione non è altro che una legge”. Ancora più sorprendente, però, è stata la reazione del pubblico, che durante il discorso gridava “Bravo! Bravo!”.

Il miliatare ha fatto una lettura personale della Costituzione e ha fatto capire che, davanti a una situazione che metta in pericolo “l’unità indissolubile della nazione spagnola” i militari dovrebbero intervenire su propria iniziativa, anche se il governo spagnolo non lo richiede: “una cosa è la normativa, un’altra la prassi”. L’evento si è svolto normalmente fino all’intervento di Chicharro, fino a tre anni fa comandante generale di un corpo con più di 4000 militari, che non ha nascosto che il suo discorso fosse un discorso ben preparato. Infatti, ha persino osato dare la propria versione della Costituzione, dicendo che “l’articolo 8.1 non implica l’autonomia delle Forze Armate”, alludendo al mandato che affida all’esercito la missione di “difendere l’integrità territoriale e l’ordinamento costituzionale”. Chicharro ha chiesto al Tribunale Costituzionale spagnolo e al Governo di difendere la Costituzione, così come – secondo lui – si legge all’articolo 97 della Costituzione stessa, dove a questi organi viene attribuita la direzione “dell’amministrazione civile e militare”.

L’unico militare presente all’atto parlava al condizionale e suggeriva le risposte a mo’ di domande. Successivamente, però, si è lanciato nella formulazione di una teoria per giustificare il colpo di stato. Il problema si porrebbe, ha spiegato, “se i responsabili della difesa della Costituzione non si comportassero come richiesto dalla funzione che svolgono”. E proprio questa affermazione lo ha portato a chiedersi “qual è il rango normativo del titolo preliminare della Costituzione”. Non l’ha detto, ma l’ha lasciato capire: l’articolo 8.1 è la parte principale della Costituzione, mentre non lo è l’articolo 97, che determina la subodinazione al Governo delle Forze Armate, e secondo il quale quindi il suo potere sarebbe minore.

Il generale ha proseguito offrendo ipotesi e immaginandosi cosa succederebbe se il PP (il Partito Popolare, attualmente al governo in Spagna) perdesse la maggioranza assoluta alle prossime elezioni e i nazionalisti pretendessero, in cambio del proprio sostegno, la riforma dell’articolo 2 della Costituzione, che parla di unità indissolubile della nazione spagnola. “Cosa fanno, allora, le Forze Armate?”, e poi ha continuato: “una cosa è la normativa, un’altra è la prassi”. L’unica autorità che, a quanto sembra, non è stato oggetto della sua revisione costituzionale è il Re, convertito – come nel famoso golpe del 23 febbraio 1981, conosciuto come 23-F, organizzato da alcuni militari – nel comandamento effettivo delle Forze Armate.

Durante l’evento la maggior parte delle domande, comunque, sono andate ben oltre quelle del generale Chicharro. “L’alternativa alla Costituzione è un suicidio collettivo”, ha avvertito il professore González-Trevijano.

Occorre infine dire che Chicharro non è più in carica, ma non si è ancora ritirato.

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domenica 10 marzo 2013

L'ex presidente della Comunità Autonoma di Madrid ha affermato che bisognerebbe mandare la Guardia Civil in Catalogna



L'ex presidente della Comunità Autonoma di Madrid, Joaquin Leguina, ha affermato che bisognerebbe mandare la Guardia Civil in Catalogna per fermare le intenzioni indipendentiste del governo catalano e che “anche solo un paio di agenti dovrebbe bastare”.
Leguina, durante un dibattito sul canale 13tv dopo l'adozione della Dichiarazione di Sovranità da parte del Parlamento Catalano, ha assicurato che "La battaglia si deve giocare lì. Questo scherzo è finito”. Secondo il politico spagnolo, "Né la Spagna vi ruba i soldi né colpevole di niente. Né la Spagna né il governo che si trova nella la capitale della Spagna."
Riguardo la Catalogna dice che "Bisognerebbe fare come in quel film che si chiamava, “radici profonde”, no?, in cui Alan Ladd gli dice al cattivo: «non proseguire per questa strada». Poi deve ucciderlo, ma almeno lo avverte di non proseguire per quella strada.”
Ha poi ripreso il suo discorso per dire che "la Repubblica dovette mandare il generale Batet per dare una regolata a quel Companys, no? Ecco qui io credo che un paio di agenti della Guardia Civil dovrebbero essere sufficienti”.
Bisogna ricordare che, dicendo “a quel Companys”, Leguina si riferisce al Presidente catalano della Seconda Repubblica, che fu democraticamente eletto dai cittadini e fu consegnato dalle truppe di Hitler alla dittatura spagnola, per poi essere fucilato. Questo fatto rende il Presidente Companys l’unico presidente europeo eletto democraticamente ad essere stato giustiziato.
A proposito di Artur Mas, ha sostenuto che "non può ridicolizzare i simboli dello Stato spagnolo.  Non puoi sparlare del Re e non puoi togliere la bandiera spagnola degli edifici pubblici, e non puoi perché è la legge che te lo vieta e la legge esiste per essere rispettata”.

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sabato 9 marzo 2013

Lavori per un valore di 6,5 milioni di euro all'ambasciata spagnola ad Amman

Lo spreco di denaro pubblico da parte del Regno di Spagna non ha avuto alcun rallentamento nemmeno negli ultimi anni. L'opulenza è diventata il marchio di uno stato in decadenza. Un esempio è l'ampliamento degli uffici dell'ambasciata spagnola ad Amman (Giordania). 
 
Da come si può comprovare dal Bollettino Ufficiale dello Stato, la spesa approvata per tali lavori è di 6.595.461,91 . Sei milioni di euro per un ampliamento. Con questi soldi e quelli destinati alla residenza dell'ambasciatore a Rabat potrebbero essere pagati a 315mila disoccupati un'indennità di 400 per un mese.

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giovedì 7 marzo 2013

Breve storia della repressione della lingua catalana

“La nostra lingua non è mai stata un’imposizione, bensì un incontro; nessuno è mai stato obbligato a parlare in castigliano: sono stati i diversi popoli a fare propria la lingua di Cervantes”.
Questo frammento del discorso dell’ormai anziano re Juan Carlos I in occasione della consegna del premio Cervantes (2001) esprime a pieno le falsità raccontate negli ultimi anni sulla storia della Spagna. I suoi consiglieri o ignorano completamente la storia o presentano un alto livello di manipolazione e cinismo. Sicuramente entrambe le cose.
Tuttavia la storia è ben documentata. Ne propongo un breve riassunto, assolutamente non esaustivo:
Secondo le raccomandazioni del Conte-Duca de Olivares (1625), nel 1712 Filippo V diede istruzioni segrete ai suoi rappresentanti in Catalogna sottolineando che “userà una particolare cura nell'introduzione della lingua castigliana, adottando i provvedimenti più adatti per ottenere l’effetto desiderato, senza che si noti la grande cura”. Lo riconfermò nel 1714, sostenendo che bisognava “provare a introdurre la lingua castigliana nei paesi in cui ancora non viene parlata” (“paesi” è da intendersi come nazionalità e non come comuni o città).
Quindi, a partire dall'annessione del principato, la Castiglia promosse l'analfabetismo in catalano, per ottenere qualcosa che non era mai avvenuto: un territorio sottomesso alla sovranità della Corona di Castiglia. Infatti, il bilinguismo era il primo passo di un processo di sostituzione di una lingua. Questa volontà che inizia ad essere esplicita solamente a partire dal XVIII secolo, attraversa anche il XIX e il XX, e arriva sino ai giorni nostri.
Per essere più chiari, lo spiegheremo in modo sintetico affrontando tutti gli ambiti nei quali è stata applicata una legislazione di ferro senza precedenti, volta a cancellare una lingua. Come dice Jesús Tusón, stimato linguista, “uno stato, una lingua è una delle affermazioni più evidenti della diversità umana, una aberrazione che attacca il pluralismo naturale e storico della nostra specie”.

Ambito educativo
XVIII secolo:
1715 – Consulta del Consiglio di Castiglia: nelle aule non potranno esserci libri in catalano, inoltre non si potrà parlare né scrivere in catalano e la dottrina cristiana verrà insegnata e studiata unicamente in castigliano.
1780 – Regia provvisione promulgata dal Conte di Floridablanca: obbliga tutte le scuole a insegnare la grammatica della Real Academia Española.

XIX secolo:
1821 – Il “Plan Quintana” obbliga a usare il castigliano nel sistema scolatico.
1837 – Un regio editto imponeva punizioni fisiche e psicologiche agli alunni che continuavano a parlare catalano a scuola.
1837 – L'istruzione del Governo Superiore politico delle Isole Baleari: ordina di castigare gli scolari che parlano catalano, chiedendo ad altri alunni di riferire questi episodi.
1857 – Legge Morano: ratificava il divieto di usare il catalano nel settore dell'istruzione pubblica. Si reputa che questa legge sia quella che ha contribuito maggiormente all'analfabetismo nella propria lingua dei bambini catalani, visto che dalla metà del XIX secolo venne generalizzata l'istruzione primaria in Spagna.

XX secolo:
1923 – Circolare che obbliga l'insegnamento del castigliano (durante la dittatura di Primo de Rivera), ma non è l'unica come vedremo di seguito.
1924 – Il generale Losada impone l'insegnamento del castigliano a nelle scuole della Mancomunitat catalana, un territorio che comprendeva Barcellona, Girona, Tarragona e Lérida. Regio ordine che sanziona i maestri che fanno lezione in catalano. Fu proprio nel 1924 che Antoni Gaudi fu arrestato e picchiato per aver parlato in catalano davanti ai membri delle forze di “sicurezza” dello Stato.
1938 – Legge del 9 aprile che abolisce l'Estatut della Catalogna e proibisce il catalano.
1939 – Divieto di parlare e scrivere in catalano in tutte le scuole pubbliche o private.

Antecedenti
La persecuzione del catalano ha dei precedenti che risalgono al XVI secolo, quando il popolo dell'Andalusia fu oggetto di una forte repressione politica, culturale e linguistica. Fu, infatti, introdotta una legislazione di persecuzione nei confronti di quella popolazione: furono privati dei propri vestiti tipici e gli fu vietato di parlare l'arabo. L'espressione usata successivamente nei confronti dei catalani, “parli in cristiano” (“hable usted en cristiano”), deriva da quest'epoca. Se veniva celebrato un matrimonio in una famiglia di moriscos (i musulmani di Al-Andalus costretti poi a convertirsi al cristianesimo), questa doveva tenere aperte tutte le porte e le finestre della casa, in modo tale che i passanti potessero sentire se all'interno si cantava o ballava su musiche tradizionali. Questa popolazione andalusa fu cacciata e divisa su tutto il territorio interno della Castiglia, furono allontanati i figli dai genitori e affidati a famiglie cattoliche, per poter dare ai bambini un'educazione cristiana. La denuncia del regime di semi-schiavitù in cui vivevano questi bambini fu oggetto dell'opera teatrale El Lazarillo de Tormes, di un autore sconosciuto.

Ambito giuridico
1716 – Decreto de Nueva Planta: “le cause nella Regia Udienza verranno recitate in lingua castigliana”.
1768 – Cedola regia di Aranjuez, sotto Carlo III di Borbone. Ratifica l'imposizione del castigliano in tutti gli ambiti del settore della giustizia, in tutte le scuole pubbliche e persino nell'ambito ecclesiastico catalano.
1838 – Gli epitaffi dei cimiteri scritti in catalano non possono più essere utilizzati.
1862 – Legge del Notariado: proibisce l'uso del catalano negli atti notarili.
1870 – Legge del Registro civile: proibisce l'uso del catalano nel registro civile.
1881 – Legge dei procedimenti giudiziari: proibisce l'uso del catalano nei tribunali.

Ambito religioso
1755 – Decreto di visita provinciale dell'ordine degli Scolopi: viene trasmesso a tutti gli ordini religiosi l'obbligo di parlare unicamente in castigliano e in latino, di parlare queste due lingue sia tra di loro sia alla popolazione. Impone inoltre ai trasgressori la pena di vivere a pane e acqua.
1902 – Regio decreto di Romanones: proibisce l'insegnamento del catechismo in catalano.

Ambito dell'intrattenimento
1799 – Cedola regia: proibisce di “rappresentare, cantare e ballare brani che non fossero in castigliano”.
1801 - “Istruzioni” di Manuel de Godoy in merito ai teatri: viene proibita qualsiasi lingua che non sia il castigliano.
Isabella II, mediante Regio Ordine del 1837, confermò il divieto dell'uso del catalano nelle sale pubbliche e nelle rappresentazioni teatrali. Inoltre, le opere scritte in questa lingua non potevano essere presentate al censore (e quindi non potevano essere pubblicate e rappresentate).

Ambito commerciale delle comunicazioni
1772 – Cedola regia: obbliga a scrivere i libri contabili in castigliano, con la seguente epigrafe: “Cedola regia di Sua Maestà mediante la quale i mercanti e i commercianti all'ingrosso o al dettaglio del mio regno e delle mie signorie, autoctoni o stranieri, sono obbligati a tenere i libri contabili in castigliano, ai sensi della presente legge”.
1886 – Direzione generale delle poste e telegrafi: proibisce di parlare in catalano al telefono.

Negazionismo
Nonostante tutto, è importante ricordare che fu presentata davanti alle Corti di Cadice la proposta di rendere ufficiale il catalano. Detta proposta fu respinta con 120 voti contro e 13 a favore. Il Conte di Romanones, intervenendo in merito a questa questione, affermò che rendere il catalano lingua co-ufficiale era “inaccettabile”. La domanda però è: la Costituzione di Cadice non si basava sul principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge?
Oltre all'imposizione del castigliano in tutti i modi possibili, il passo successivo fu quello di negare che il catalano fosse mai stato una lingua ufficiale, nemmeno in Catalogna. A questo proposito Menéndez Pidal pubblicò sul quotidiano El Imparcial di Madid un articolo titolato “Catalogna bilingue”, nel quale affermava che le Corti Catalane non avevano mai usato il catalano come lingua ufficiale. Addirittura, una volta che le persone che parlavano catalano raggiunsero il bilinguismo con il castigliano, si iniziò a negare il fatto che la società catalana fosse mai stata monolingue. La relazione di Jesus Patiño illustrava chiaramente la situazione reale. Questo documento confermava, infatti, la situazione “peculiare” del monolinguismo dei catalani dopo l'arrivo delle truppe di Filippo V nel 1714: “sono innamorati della loro patria a tal punto da perdere il lume della ragione e parlano solamente nella loro lingua madre”.

Franchismo
La repressione linguistica nei confronti del catalano e dei suoi parlanti diventò una “ragione di Stato” quando, nel 1939, iniziò uno dei periodi più neri per la lingua catalana: il franchismo. In quell'anno, infatti, il vincente generale Franco proclamava: “desideriamo un'unità nazionale assoluta, con un'unica lingua – il castigliano – e con un'unica personalità – quella spagnola”.
1939 – In breve, fu vietato di parlare o scrivere in catalano:
·        alla radio
·        nei libri
·        a teatro, persino nella piece teatrale catalana “Els Pastorets”
·        in tutti i documenti scritti, comprese le partecipazioni di matrimonio e nei documenti della prima comunione
·        nei cartelli e negli annunci
·        al cinema, fino al 1964
·        nelle fabbriche
·        in tutte le scuole pubbliche e private
·        nelle lapidi dei cimiteri e nei necrologi
·        nelle insegne degli hotel, ristoranti, bar, nomi commerciali, marche e imbarcazioni
·        conferenze e atti culturali
·        corrispondenza privata, fino al gennaio del 1940
·        nelle iscrizioni sul registro civile
·        per i funzionari, sia tra di loro, sia con il pubblico
·        nei nomi delle strade

A questo elenco si può aggiungere una grande quantità di bandi municipali, ordini militari e civili. A titolo informativo, proponiamo un frammento della lettera del ministro spagnolo Ramón Serrano Suñer a tutti i vescovi catalani: “nuova normativa degli usi linguistici nella comunicazione della chiesa con i fedeli, in modo che la lingua spagnola sia compresa da tutti (comprensione ottenibile solamente attraverso un'importante lavoro scolastico)”.  Un situazione simile si rileva nel regolamento delle carceri del 1956 che specifica che i prigionieri possono parlare unicamente in castigliano.

La transizione
Anche dopo la morte di Franco, nell'epoca della transizione, nonostante lo stato di benessere che hanno portato le Comunità Autonome, sia in Catalogna che in Spagna, e nonostante si volle far credere che la repressione nei confronti dei catalani e della loro lingua fosse terminata, continuarono ad essere pubblicate delle leggi volte a relegare il catalano a una posizione secondaria.
Dal 1976 al 2008 furono pubblicati almeno 149 regi decreti e altre normative per garantire l'obbligatorietà dell'etichettatura dei prodotti alimentari e di altri prodotti solamente in castigliano, rispetto all'unica legge esistente, ad esempio, in Catalogna.
1986 – Legge sui brevetti, che obbliga ad usare il castigliano nella documentazione presentata.
1989 – Regio decreto che approva il regolamento del registro mercantile: obbliga a fare uso unicamente del castigliano per le iscrizioni al registro.
1995 – Legge 30/1995 di ordinamento e supervisione delle assicurazioni private: obbliga a scrivere le polizze solo in castigliano.

XXI secolo:
Nonostante la persecuzione che il catalano ha subito nel corso della storia, come abbiamo raccontato brevemente sinora, ad oggi il catalano è una delle lingue con più utenti all’interno dell’Unione Europea, al livello dello svedese, del portoghese e del greco, tra le altre. Tuttavia lo Stato spagnolo blocca il riconoscimento dell’ufficialità del catalano in Europa, come afferma Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo. La negazione continua ad essere un questione di stato:
2010 – Sentenza del Tribunale Costituzionale rispetto all’Estatut della Catalogna: il catalano non è la prima lingua utilizzata nel settore amministrativo catalano e non è neanche la lingua veicolare del sistema educativo.
2011 – Inizio della persecuzione senza precedenti del catalano nelle isole Baleari da parte del Governo della Comunità Autonoma. Questa persecuzione ha portato, in segno di protesta, alcuni pensionati a fare uno sciopero della fame. Anche nella Comunità Valenciana il Governo regionale sta portando avanti una persecuzione dell’uso quotidiano della lingua all’interno del proprio territorio, trascurando le domande di scolarizzazione in catalano di più di 1.000.000 di famiglie.
2012 – Il Tribunale di Giustizia catalano impone la possibilità di scolarizzare, dietro richiesta di sei famiglie, il proprio figlio in catalano.
2012 – Il Tribunale di Giustizia catalano rifiuta la richiesta di usare il catalano come prima lingua nel Comune di Barcellona.
2012 – Il Governo della Comunità di Aragona ribattezza la lingua parlata nella Frangia di Aragona, confinante con la Catalogna, come “lingua aragonese dell’area orientale”. È come se il tedesco parlato in austria venisse chiamato “austriaco”…
2012 – Il Tribunale di Giustizia catalano rifiuta la richiesta di rendere il catalano lingua veicolare dell’istruzione in Catalogna.
2012 – Il Ministro dell’Istruzione spagnolo presenta un disegno di legge nel quale il catalano diventa una lingua a scelta e non è quindi necessario fare un esame in questa lingua per ottenere il titolo di scuola dell’obbligo. Sembra però che questa seconda parte sia stata rivista…
Conclusione: il quadro giuridico che proteggeva il catalano, dopo secoli di persecuzione implacabile, non è più garantito. Neanche un po’.
Molti sudamericani che vivono nel nostro territorio rimangono sorpresi della vitalità del catalano, perché lo paragonano a molte delle lingue scomparse nei loro paesi in seguito al dominio coloniale. Ma non sanno come sono andate qui le cose!
Se da un lato è vero che le lingue sono sempre innocenti e che sono gli uomini ad utilizzarle come strumenti di potere e sottomissione, dall’altro è vero anche, come sostiene J. Tusón, che “la morte di una lingua non è mai innocente, non è mai voluta dai parlanti”. Il caso del catalano non rappresenta un’eccezione nella storia: la scrittrice estone Sofi Oksanen, nel suo celebre romanzo “La Purga” – premio europeo al miglior romanzo del 2010 – racconta, con un realismo e una crudezza straordinari, l’occupazione sovietica nel suo paese. In un’intervista sulla pubblicazione del suo romanzo, la scrittrice ha spiegato che, durante l’occupazione, quando ci si recava a comprare qualcosa e si parlava in estone, la risposta era “parli una lingua umana, per favore”. E questa situazione allucinante è durata solamente cinquant’anni.
Tornando a J. Tusón, in Patrimonio natural, scrive: “e se chiediamo rispetto per ogni essere umano, sembra assolutamente giusto che preteniamo la sopravvivenza degna e forte di ognuna delle lingue abbiamo coltivato negli anni”.

Eugènia de Pagès
Professoressa universitaria di Storia

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mercoledì 6 marzo 2013

Gli oneri della Catalogna causati della politica economica spagnola (al di là del deficit fiscale)

Il bilancio del 2013 sarà critico a causa della congiuntura economica e finanziaria della Catalogna e del resto della Zona Euro: per la Catalogna la situazione sarà ulteriormente peggiorata da alcune decisioni del governo spagnolo. E' conveniente analizzarle una per una perché ciascuna di esse ha un effetto negativo sui conti della Catalogna, la cui amministrazione, in prima linea, presta i servizi pubblici propri dello Stato Sociale: scuola, salute e assistenza.

Di seguito gli impegni non onorati e le insolvenze del Governo spagnolo nei confronti della Catalogna:

- Finanziamenti non onorati relativi agli investimenti in infrastrutture per gli anni 2008, 2009 e 2010 riportati della “Disposició Addicional Tercera” dello Statuto dell'Autonomia, con un impatto di 1,689 miliardi di euro.

- Pagamenti non corrisposti relativi allo stesso bilancio autonomico, relativi al 2013, per un controvalore di 661 milioni di euro.

Di seguito invece gli incrementi di spesa causati da altri provvedimenti:

- Entrate ridotte que lo stato centrale invia per spese fisse, molte delle quali rese obbligatorie dallo stesso governo, e che la Generalitat s'è trovata costretta a compensare parzialmente: 661 milioni di euro.

- Aumento dell'IVA a carico del governo della Catalogna e che entrerà nelle casse dello stato centrale (ovviamente per lo stato centrale l'aumento dell'IVA è neutrale in quanto è un'imposta che paga a se stesso): 66 milioni di euro.

Boicottaggio dell'utonomia fiscale della Generalitat:

- Istanze di incostitizionalità che sospendono l'applicazione di determinate imposte e tasse approvate dalla Generalitat, in virtù dell'autonomia fiscale riconosciuta dalla Costituzione e dallo Statuto dell'Autonomia. Solo la sospensione dell'imposta sui depositi bancari a carico degli enti finanziari provocherà un saldo negativo di 500 milioni di euro sul bilancio del 2013.

Blocco dell'indebitamento:

- Limite di deficit fissato allo 0,7% su un totale statale del 4,5%, contrariamente alle raccomandazioni del Parlamento Europeo ed non proporzionali alla partecipazione delle Comunità Autonome all'insieme della spesa. Applicando invece il criterio di proporzionalità, il tetto del deficit dovrebbe essere dell'1,7%, il che annullerebbe la necessità di tagli alla spesa per 2 miliardi di euro.

Se si sommano le cifre elencate, si vedrà che il totale è superiore alla cifra che circola riguardante i tagli alla spesa prossimi venturi (4 miliardi di euro) necessari a far quadrare i conti per il 2013 della Generalitat de Catalunya.

Deputato al parlamento della Catalogna

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martedì 5 marzo 2013

Artur Mas : “Se il paese ha la coscenza che il viaggio si deve fare, lo faremo”.


Il presidente del governo della Catalogna, Artur Mas, è ritornato ad usare metafore di marinari per descrivere la situazione della Catalogna. Come un “paese che, poco o molto, sta salpando” ed ha avvertito che, nel processo democratico che è cominciato, ci sarano ostacoli “di tutti i tipi”. “Ci sarà gente che farà tutto il possibile perchè la nave non segua il suo percorso”, ha dichiarato Mas, che ha chiesto ai cittadini di avere la “coscenza che il viaggio si deve fare”. Se è così, ha detto, si potrà fare. Mas ha qualificato la Catalogna come un paese “amante delle norme e le leggi”, con la mentalità aperta e la volontà di “dialogo e consenso”.
“Se il paese ha la coscenza che il viaggio si deve fare, lo faremo”.
Artur Mas ha avuto alle “Drassanes Reials” che si sono riaperte dopo un restauro, il miglior scenario per riusare le metafore di marinari che ha usato ripetutamente per fare riferimento al processo democratico che ha iniziato la Catalogna. Il presidente ha paragonato la Catalogna con una nave che salpa, ed ha avvertito che questo “non sara mica facile”. “Ci sarano ostacoli di tutti i tipi, ci sarano venti davanti, ci sarano onde molto alte, perfino fortissime” ha dichiarato Mas, che ha riassunto l’idea affermando che “Ci sarà gente che farà tutto il possibile perchè la nave non segua il suo corso”.
Tuttavia, ha detto Mas, “se il paese ha la coscenza che il viaggio si deve fare, lo faremo”. Per raggiungere il successo del processo, secondo Mas, sarà fondamentale il carattere della Catalogna, che ha qualificato come un paese amante delle leggi e le normi, e con la volontà di dialogo e consenso. Queste caratteristiche sono nel DNA della Catalogna, ha confermato Mas, grazie alla mentalità dei commercianti ed industriali che la convertirono in leader del mediterraneo nel Medioevo.
Al fianco del presidente, c’era il sindaco di Barcellona, Xavier Trias.

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Sarà il governo spagnolo a proclamare l’indipendenza della Catalogna


La vicepresidente del Governo spagnolo ha annunciato di voler ricorrere al Tribunale Costituzionale contro l’approvazione della “Dichiarazione di Sovranità” da parte del Parlamento regionale catalano. Secondo Soraya Sáenz de Santamaría la dichiarazione approvata lo scorso 23 gennaio ha effetti giuridici e quindi, sebbene sia una risoluzione volta a promuovere un’azione politica (ai sensi dell’articolo 145 del Regolamento del Parlamento catalano) e non sia un testo di carattere normativo, merita di essere riconosciuta come tale per poterne dichiarare la sua incostituzionalità.

A quanto sembra il Governo spagnolo ha ignorato la posizione assunta inizialmente dal ministro degli Esteri Margallo, che sosteneva che la Dichiarazione non avesse effetti giuridici, e riconosce, quindi, natura giuridica alla suddetta dichiarazione. La motivazione sarebbe da individuare nel contenuto politico della dichiarazione stessa, che andrebbe contro allo “spirito costituzionale”, che non viene identificato – come dovrebbe essere – con il passaggio da una dittatura a una democrazia, ma con l’indissolubile unità della patria spagnola. Si vuole presentare ricorso contro una volontà politica approvata dalla maggioranza assoluta dei membri del Parlament, che rappresenta anche la volontà del popolo: un fatto inedito nella storia politica e costituzionale recente dello Stato spagnolo. Le opinioni contrarie all’unità della Spagna sono diventate ora incostituzionali e, quindi, illegali.

Il fatto di presentare ricorso apre il vaso di Pandora con delle conseguenze politiche e giuridiche che hanno una portata imprevedibile, tra le quali le seguenti:


a) La natura antidemocratica dello Stato spagnolo presuppone una violazione dei principi democratici fondamentali: spesso al popolo catalano viene detto che avrebbe diritto all’autodeterminazione solamente se fosse un popolo sottomesso, privato dei propri diritti fondamentali. Ma è chiaro che se un Parlamento, in questo caso quello catalano, non può promulgare una dichiarazione di volontà politica basata sulla libertà di opinione, la Spagna si sta presentando agli occhi del mondo come un paese che non rispetta il pluralismo che lo caratterizza e i principi democratici.


b) Gli effetti dell’incostituzionalità: quando una norma viene dichiarata incostituzionale, non viene applicata o se ne sospende l’entrata in vigore. Ma nel caso di una dichiarazione volta a promuovere un’azione politica, cosa faranno? Dichiareranno incostituzionale l’espressione di una volontà politica del Parlament? Che cosa comporterà concretamente l’incostituzionalità della Dichiarazione? Il Parlament verrà obbligato a cancellare la Dichiarazione dal sito internet e dalla Gazzetta Ufficiale catalana, il Butlletí Oficial?


c) Nel caso in cui il Tribunale Costituzionale accetti il ricorso del Governo spagnolo, questo aprirebbe la porta a ricorsi a organismi internazionali. Che posizione prenderanno organismi come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo nei confronti della proibizione di un’opinione, in particolar modo ai sensi degli articoli 9, 10 e 11 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo? O cosa diranno della contraddizione che nasce dal proibire una manifestazione di volontà di un parlamento regionale – volontà espressa mediante una dichiarazione senza carattere normativo – rispetto all’articolo 20 della Costituzione spagnola, all’articolo 55 dell’Estatut, lo Statuto catalano, o rispetto a diversi trattati internazionali firmati anche dalla Spagna?

d) Cosa faranno se il Parlamento la approvasse nuovamente? Se fosse una norma, dovrebbe essere annullata ancora una volta, ma è consentito annullare un’opinione? In che modo lo faranno? Sospenderanno il Parlament che intende votarla?

E soprattutto, concedono validità giuridica per quanto riguarda le discussioni sulla sovranità di una dichiarazione di questo tipo e, quindi, legittimano il ricorso al diritto pubblico internazionale che già in svariate occasioni ha regolato l’accesso democratico alla sovranità dei popoli.

Insomma, alla fine – nel caso in cui qualcuno ancora non ci credesse – sarà lo stesso Governo spagnolo, attraverso l’esclusione della realtà catalana dal quadro della legalità costituzionale spagnola, a proclamare l’indipendenza allo Stato catalano. E probabilmente lo farà con lo stesso stile del nazionalismo spagnolo: l’indipendenza a causa dell’esclusione della volontà democratica del popolo catalano dalla legalità costituzionale spagnola. Se confrontano la Costituzione spagnola e la democrazia è chiaro chi ne uscirà vincitore. Fermezza e… tempo al tempo.


Pere Aragonès
Deputato al parlamento della Catalogna




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domenica 3 marzo 2013

Il Governo spagnolo porterà la dichiarazione di sovranità catalana davanti al Tribunale Costituzionale


La vicepresidente del governo spagnolo, Soraya Sáenz de Santamaría, ha annunciato lo scorso venerdì che la Abogacía del Estado (Avvocatura dello Stato) ha concluso la relazione in merito alla dichiarazione di sovranità approvata dal Parlament catalano il 23 gennaio, in quanto ritiene che ci "siano motivazioni concrete" per presentare un ricorso per la sua incostituzionalità.
Durante la conferenza stampa che ha seguito il Consiglio dei Ministri spagnolo, la vicepresidente ha spiegato che l’esecutivo chiederà al Consiglio di Stato di redigere una relazione prima di procedere alla decisione in merito al ricorso da presentare o meno al Tribunale Costituzionale (TC) spagnolo. Ha sottolineato anche che la relazione dell’Avvocatura dello Stato è un "elemento molto determinante" per stabilire la posizione del Governo di Mariano Rajoy, ma non è vincolante: la decisione definitiva sarà infatti presa in seguito alla presentazione di un’altra relazione del Consiglio di Stato.
Sáenz de Santamaría ha proseguito spiegando che l’esecutivo spagnolo "rispetta e farà rispettare la Costituzione e le leggi" e che "terranno presenti" le valutazioni e le argomentazione date dal Consiglio di Stato. Ha inoltre affermato che sin da subito il Governo non aveva dubbi sul "contenuto incostituzionale" della risoluzione catalana, ma voleva essere sicuro se questa ha "effetti giuridici", per poter presentare ricorso.
Infatti, la vicepresidente spagnola ha spiegato che per poter presentare ricorso contro la dichiarazione di sovranità catalana, il Consiglio di Stato deve confermare che il testo "ha contenuti incostituzionali" ed è "ricorribile", e ha lasciato intendere che sarà così. A questo proposito ha assicurato che l’Avvocatura dello Stato considera che riconoscere il popolo catalano come soggetto sovrano va contro quattro articoli della Costituzione spagnola, tra cui l’art. 1, che stabilisce che la sovranità risiede nel popolo spagnolo, l’art. 2, che parla di "indissolubile unità della Nazione spagnola" o l’art. 9 che i cittadini sono "soggetti alla Costituzione e all’ordinamento giuridico".
Inoltre, la numero due del Governo spagnolo ha proseguito illustrando che la dichiarazione di sovranità è "ricorribile perché produce effetti giuridici ‘ad extra’ e ha una finalità chiaramente incostituzionale". Sostiene infatti che, a differenza del piano Ibarretxe (processo d’autonomia del popolo basco) – che in principio si era detto non infrangesse alcuna legge – la risoluzione del Parlament "conclude il processo decisionale e presuppone l’apertura di un processo molto più ampio".
Tuttavia è necessario ricordare che la dichiarazione di sovranità e il diritto di decidere è stato approvato dal Parlament de Catalunya, scelto alle urne, in maniera democratica, dai cittadini catalani che avevano ben chiaro quale fosse il programma elettorale di ognuno dei partiti che si sono presentati alle elezioni. Di conseguenza è evidente come tutto quello che ne è conseguito abbia valore e legittimità democratica.

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sabato 2 marzo 2013

Deputato unionista spagnolo: "né i tori, né il resto degli animali hanno diritti alla libertà e alla vita"





Un deputato spagnolo, unionista, Antonio Cantó, ha causato un’ondata di indignazione in rete per aver parlato, la settimana scorsa, di corrida (che il governo spagnolo vuole dichiarare bene di interesse culturale e imporla anche in Catalogna, dove queste manifestazioni erano già state vietate), argomentando che gli animali "non hanno diritti né doveri". Ha continuato dicendo che "né i tori, né il resto degli animali hanno diritti alla libertà e alla vita" e, per confermare la sua posizione, ha aggiunto che "non dovrebbe creare nessun tipo di problema etico il maltrattamento di un animale".
Il Governo spagnolo investirà nelle corride 570 milioni di euro provenienti da fondi europei.

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