sabato 6 settembre 2014

I sette errori che non dobbiamo commettere

Come disse qualcuno: 'Alea jacta est.' Siamo entrati nella tappa finale. Quest’anno non ci sono ferie. La battaglia finale ha avuto inizio. E mi sembra che abbiamo la fortuna di iniziarla con un leggero vantaggio. Dobbiamo approffittarne. La cosa principale è non commettere errori. Un errore nostro sarà voracemente sfruttato dall’avversario. Dobbiamo mantenere il controllo della palla. E, se possiamo, andare ancora più avanti. Ma la palla deve correre e farli stancare. E se perdiamo la palla, che sia in campo avversario. E se non la perdiamo, tanto meglio. Come dice Cruyff: il miglior modo di non far fare gol all’avversario è di avere il possesso della palla. Per questo, non dobbiamo commettere nessuno di questi errori:


—Piano B. Evidentemente, ci sono delle alternative previste se lo stato spagnolo impedisce totalmente la consultazione il prossimo 9 di novembre. Non avere delle alternative sarebbe un messaggio fatale: 'Se impedite la consultazione, fermerete il processo.' E invece no. Il processo non finirà se, sfortunatamente, non ci sono le condizioni minime per fare una consultazione con un risultato legittimo. Dobbiamo spiegare i piani B, C, D o E? No. Non dobbiamo. E’ un crimine e ci fa molto male spiegarli? No, neanche. Mi sembra che tutti siamo abbastanza grandi per capire che bisogna trovare la strada migliore per raggiungere l’indipendenza. Insisto a dire che, a mio parere, l’obiettivo è l’indipendenza e la consultazione è la migliore strada. Ma se dobbiamo intraprendere una strada diversa, democratica e pacifica, nessun problema. Nessuno. Pertanto, creare un problema dove non ce ne dovrebbero essere è un errore che non dobbiamo commettere. E’ meglio la consultazione rispetto alle elezioni? Si. Ma dire “o consultazione o niente”, questo no.


—Unità e trasversalità. L’unità e la trasversalità sono dei valori apparentemente positivi. Ma io preferisco la trasversalità piuttosto che l’unità. Noi catalani abbiamo un’ossessione preoccupante per l’unità. E i verbi 'aggiungere' e 'unire' non vogliono dire esattamente la stessa cosa. Tutte quelle azioni che aggiungono, sono benvenute. Ma alcune volte l’unità può sottrarre. L'esempio più semplice da capire è questo: se qualcuno, stanco della politica di CiU e dei tagli e del cosiddetto neoliberalismo pensa che l’indipendenzaa consiste necessariamente nell’allinearsi con Artur Mas, forse ci penserà due volte. E la stessa cosa, all’opposto. Se a qualcuno che ha fatto crescere l’attività con sforzi e sacrifici dicono che per ottenere l’indipendenza deve votare quelli che propongono che l’amministrazione regoli fino all’ultimo dettaglio della propria vita, è ovvio che anche lui ci penserà due volte. Bisogna capire che il fatto più importante è il coordinamento e il rispetto della trasversalità. L’unità è un sacrificio che dobbiamo riservare a pochissimi e determinati momenti.


—Legalità. Lo dicono quelli che se ne intendono: potremo fare solo una rottura legale. Per questo è assolutamente importante riuscire ad afferrare il momento giusto. La legalità si deve spezzare con la disobbedienza alla legge sulla Pubblica Istruzione di Wert? O con la consultazione? O con la dichiarazione d’indipendenza? Il momento è molto importante perchè le conseguenze sono definitive. Se non vogliamo far diventare il processo un caos, dove soltanto i più convinti e puri si sentono comodi, bisogna spezzare la legalità in un momento preciso che può essere soltanto la dichiarazione d’indipendenza. Il processo può interrompersi o incrinarsi se ci precipitiamo su questo punto così determinante.


—Serenità e gioia. Lo abbiamo detto ora e sempre. Dobbiamo sorridere fino all’ultimo secondo. Solo dopo potremo piangere di emozione. Ma mentre non raggiungeremo l’obiettivo, dobbiamo invitare e sedurre. Non possiamo perdere le staffe. Se manteniamo la serenità in ogni momento, nessuno potrà farci uscire fuori strada. Si avvicinano mesi molto complicati. Gli attacchi saranno selvaggi e la pressione sembrerà insopportabile. Ma dobbiamo riempire i polmoni, trattenere il respiro e lasciar passare i momenti critici. Gli assalti furiosi di quest’autunno pretenderanno di farci uscire dai gangheri. Cercheranno la nostra reazione sconsiderata. Non dobbiamo cogliere nessuna provocazione. Ricordate che non dobbiamo perdere il possesso della palla.


—Iniziativa. Dobbiamo essere noi a imporre il ritmo del gioco. La campagna per il sí-sí non deve fermarsi per nessun motivo. Marcare il compasso è il modo più sicuro di arrivare alla vittoria. Il mese di settembre deve iniziare forte e con una lunga lista di iniziative senza sosta fino al 9 di novembre. E’ molto importante che sia l’avversario a inseguire la palla. Certo che fino all’estate abbiamo vinto la battaglia per il 'diritto a decidere', poter votare e la consultazione. Ma la campagna del sí-sí non può più attendere ed essa dovrà segnare il dibattito nei due mesi che vanno dal 11 di settembre al 9 di novembre. Non intraprendere la campagna per il sí-sí sarebbe un grave errore. Il risultato non è così chiaro come pensiamo e bisogna rafforzare il blocco indipendentista perchè non possa affievolirsi in caso di malabarismi - non certo con un’offerta che la Spagna non può fare.


—Equilibrio. Siamo arrivati fin qui per una semplice ragione: l'ambizione popolare e il ritmo politico corrono paralleli. Certamente, il processo è spinto dal popolo. Senza la manifestazione del 2012 e la catena umana del 2013, oltre alle migliaia di eventi che si sono organizzati in tutti gli angoli del nostro paese, non saremmo dove siamo. Ma se il presidente Mas, o il capo dell’opposizione Oriol Junqueras, o la strema sinistra CUP e molti altri non si fossero messi d’accordo non saremmo dove siamo. La chiave del processo è che il tempo politico e il tempo popolare si sono incontrati sulla questione nazionale. E uno non avrebbe funzionato senza l’altro. Questo equilibrio tra la piazza e le istituzioni non si deve rompere. Se si spezza, il processo è finito. Dobbiamo esserne tutti consapevoli.


—Solidità. Come abbiamo detto, i prossimi mesi saranno duri. La Spagna sa che ha vissuto molti anni con le risorse prodotte nella Catalogna, nel Paese Valenziano e nelle Isole, principalmente. Se la Catalogna si stacca, lo stato spagnolo (così come funziona ora) non è più praticabile economicamente. Pertanto, gli attacchi saranno feroci e bisognerà essere fermi. Non lasciamo che possano mettere zizannia tra noi. La critica interna è sempre positiva e ci deve aiutare a fare le cose ben fatte. Ma la critica, in un momento come questo, si deve fare con lealtà. In tutte le direzioni. Se ci lasciamo trascinare dalle liti e le dispute che ci separano, loro avranno inflitto il colpo sicuro per vincere. E noi, per perdere.







Questi sette errori possono diventare anche molti di più. La lista può essere molto lunga. Ma credo che se rispettiamo questi sette principi avremo la vittoria pressochè garantita. Si, dovremo rischiare. In qualche istante potrà sembrare che tutto va a farsi benedire. E che le tensioni interne sono più forti di quanto non credevamo. E dovremo agire con serenità, contando fino a cento tutte le volte che sarà necessario. E tenere duro.

Non perdiamo il vantaggio raggiunto. Non perdiamo la strada e, soprattutto, non perdiamo l’obiettivo:

L’indipendenza.


Pere Cardús

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lunedì 1 settembre 2014

Aggressione alla bancarella de l'ANC di Granollers in piena luce del giorno

È la seconda aggressione che l'entità subisce in questi giorni di festa patronale di Bianchi e Blu, dopo l'atto vandalico portato a termine all'alba di mercoledí nei suoi locali. 

Prima c'e stato l'atto vandalico che ha patito il locale che l'Assemblea Nazionale Catalana fa servire a Granollers, questo mercoledí all'alba. E adesso, questo sabato nel pomeriggio, c'è stata una agressione diretta in piena luce del giorno, proprio davanti al Casinò di Granollers.

Secondo informazioni dell'ANC e di svariati testimoni, "con la strada piena di gente", due individui tra i 30 e i 40 anni hanno insultato i membri dell'entità che erano alla bancarella raccogliendo firme della campagna 'Firma un Voto' e "hanno tirato roll-ups e manifesti per terra".

I fatti, però, non sono terminati qui. In seguito, molte persone che erano nelle vicinanze li hanno voluti difendere e è scoppiata una rissa in cui due persone intervenute in difesa dell'ANC "ne sono uscite malamente". Secondo quello che riferisce l'entità, una è stata portata al pronto soccorso in ambulanza. Gli aggressori sono fuggiti verso il parco di Torras e Villà e alla fine sono stati arrestati dagli agenti della polizia catalana.


La popolazione, in difesa della democrazia

L'ANC Granollers ha emesso un comunicato ringraziando "la collaborazione della popolazione que ha difeso la democrazia". L'entità raccomanda, inoltre, di "lasciarli agire senza affrontarli" e, questo sí, "fotografare l’attaco o l’aggressione e mettere una denuncia". In più ricordano "che l’obbiettivo dell’ANC è ottenere l'indipendenza in modo pacifico".

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Il Governo catalano riceve altri quattro rapporti del Consiglio consultivo per la Transizione Nazionale



Il Consiglio consultivo per laTransizione Nazionale (CATN) ha consegnato al Governo catalano altri quattro nuovi rapporti: "La distribuzione degli attivi e i passivi”; “Politica monetaria (euro), Banca Centrale e controllo del sistema finanziario”; “L’approvvigionamento di acqua ed energia”;  e “Il processo costituente” durante una riunione nel Palazzo del governo della Generalitat. Con questi, sono già dieci i rapporti che il CATN ha consegnato all’esecutivo catalano.

Il presidente del CATN, il magistrato Carles Viver i Pi-Sunyer, accompagnato dal “conseller”(= ministro catalano) alla Presidenza, Francesc Homs, ha spiegato in conferenza stampa il contenuto di questi quattro nuovi rapporti che si aggiungono agli altri sei già presentati.

Il Consiglio consultivo per la Transizione Nazionale ha ricevuto l’incarico dal Presidente della Generalitat di individuare e promuovere le strutture di stato e tutti gli aspetti necessari per portare a termine la consultazione sul futuro politico della Catalogna.

Il ministro catalano alla Presidenza ha ringraziato “il lavoro di contenuto” e “di grande precisione all’altezza delle aspettative” che sta facendo il CATN. Per Homs, il Governo catalano condivide una  costante in tutti i rapporti finora consegnati dal CATN” che è “la ricerca permanente di collaborazione, di dialogo e di sottomissione alla disciplina della democrazia”. “Questo è il nostro scopo ed è così come tentiamo di condurre questo processo in tutti i sensi. E da questa prospettiva, da parte nostra c’è tutto l’impegno”, ha ribadito Homs.

Il ministro catalano alla Presidenza ha assicurato: “intendiamo che i governi devono tentare di portare avanti la volontà della cittadinanza, in particolare quando essa si esprime in forma chiara e diafana come ha fatto il popolo della Catalogna nelle ultime elezioni al Parlamento catalano.”  “Speriamo che, alla fine, il governo dello Stato spagnolo, si dimostri sensibile perchè si tratta di essere sensibili a quello che democraticamente è stato espresso”, ha concluso Homs.

La distribuzione dei beni e dei debiti in caso di indipendenza

Il settimo rapporto del CATN, La distribuzione degli attivi e dei passivi, studia gli aspetti più rilevanti della trasmissione di beni e debiti di uno stato in caso di secessione di una parte del territorio. Il testo analizza i criteri giuridici che si potrebbero utilizzare e la loro applicazione nel caso della Catalogna, pur senza quantificare numericamente gli attivi e i passivi dello Stato spagnolo che potrebbero essere trasmessi allo Stato catalano.

In quanto alla trasmissione del debito pubblico del governo centrale, il rapporto considera che “lo Stato catalano non dovrebbe assumersi il debito territorializzabile contratto dallo Stato spagnolo riguardante opere ed investimenti fuori dal territorio della Catalogna”. Invece, nel caso del debito non territorializzabile –quello destinato a soddisfare i servizi comuni a tutti i cittadini spagnoli, come ad esempio, la spesa per i ministeri della Difesa, Affari Esteri o Giustizia– bisognerà “trattare previamente” il criterio di proporzionalità nella ripartizione del debito.

Questo criterio può considerare il peso demografico del territorio diviso rispetto all’insieme dello Stato matrice per non indebitare di più alcuni cittadini rispetto ad altri. Tuttavia, questo peso potrà essere ponderato dalla percentuale di PIL del territorio rispetto all’insieme o dalla percentuale di spesa e di investimenti precedenti effettuati dal governo centrale nel territorio secessionato.

In questo senso, il rapporto assicura che se lo Stato spagnolo non rispetta i suoi impegni finanziari e di investimento già concordati con la Generalitat della Catalogna, lo Stato catalano sarebbe “legittimato ad esigere la riduzione del debito dello Stato spagnolo da assumere” in proporzione equivalente.

Per quanto riguarda il capitolo dei beni, il rapporto distingue tra attivi territorializzabili e non. I primi, cioè, quelli ubicati nel territorio diviso, passerebbero direttamente a far parte del nuovo stato. La ripartizione dei secondi come le riserve della Banca di Spagna, i conti correnti, i titoli delle imprese pubbliche e private, il patrimonio nazionale, ecc. dovrebbe farsi con lo stesso criterio di proporzionalità accordato per la trasmissione del debito pubblico.

Il rapporto parla anche della trasmissione degli archivi e delle risorse naturali. Sugli archivi, lo Stato spagnolo “dovrebbe trasferire senza contropartita allo Stato catalano tutti gli archivi che gli appartengono, quelli che facciano riferimento esplicito al suo territorio, popolazione o storia e quelli che siano necessari per il buon funzionamento delle sue istituzioni”. Ciò include tute le banche dati del fisco sui contribuenti, censi elettorali, registro civile, registro penale, archivi ospedalieri, di polizia, dell’INPS, di traffico, di fondi documentali, archivi storici, ecc.

In quanto alle risorse naturali, il rapporto stabilisce che “nessuna delle parti può reclamare la sovranità esclusiva delle risorse idrografiche ed energetiche condivise”. Inoltre, secondo lo studio del CATN, lo Stato successore eredita automaticamente e senza contropartite, tutti i diritti sugli spazi di sovranità marittima, sullo spazio aereo e sullo spazio radioelettrico.

Il rapporto del CATN fa anche un’analisi sulla cornice giuridica internazionale esistente in materia. In questo senso, prende atto che la maggior parte delle norme vigenti sono di carattere dispositivo, cioè, non sono obbligatorie e, pertanto, nei casi di successione di Stati predomina la volontà delle parti.

Dunque, delle ipotetiche trattative tra lo Stato spagnolo e la Catalogna potrebbero effettuarsi, secondo quanto indica il rapporto, prima o dopo la data effettiva della secessione. Vista la prevedibile difficoltà di poter fare una ripartizione di attivi e passivi prima dell’indipendenza, il CATN esplora la strada di condurre le trattative posteriormente all’indipendenza secondo il Diritto Internazionale che regola la materia. In pratica, dice il rapporto, le trattative si risolvono con più soggetti: lo Stato predecessore, lo Stato successore, le autorità monetarie internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale), Unione Europea (attraverso la Banca Centrale Europea) e altri organismi che rappresentino gli interessi dei creditori.

Politica monetaria

La politica monetaria di un eventuale stato catalano indipendente è l’argomento dell’ottavo rapporto del CATN. Una delle principali osservazioni dello studio è il valore del mantenimento dell’euro come moneta di uso comune, anche nel caso in cui il nuovo Stato resti fuori dall’eurosistema e/o dall Eurozona. In questo ultimo scenario è da sottolineare la preferenza per raggiungere un accordo monetario. Se non fosse possibile, dice il rapporto, bisognerebbe adottare unilateralmente l’euro. Secondo quanto ha spiegato in conferenza stampa il magistrato Viver i Pi-Sunyer, “sarebbe conveniente per il nuovo stato mantenere l’euro come unica moneta, anche solo per i costi difficilmente sostenibili, per affrontare una transizione o un cambio di moneta”. Il presidente del CATN ha detto che gli autori del rapporto sono stati “categorici” nell’affermare che la Catalogna potrebbe benissimo continuare ad utilizzare l’euro in quanto ci sono ”esempi sufficienti di paesi che non si trovano all’interno dell’Unione Europea ma che stanno utilizzando la moneta unica”.

In qualunque caso, il CATN considera necessaria una nuova “Banca Centrale della Catalogna”, con capacità e competenze comuni alle altre Banche Centrali così come una nuova agenzia per la regolazione e il controllo degli investimenti e del mercato dei valori. La nuova agenzia (Autorità Catalana di Investimenti e Mercati ACIM) potrebbe essere finanziata con i costi che attualmente sono già assunti dal tessuto produttivo catalano per il funzionamento della CNMV – Comisión Nacional Mercato Valores.

Speciale rilevanza bisogna dare alla liquidità nel periodo di transizione del nuovo Stato. In questo senso, i membri del CATN considerano che i potenziali danni derivanti da una mancanza di accesso alle risorse monetarie sarebbero “minimizzati” dalla stessa Unione Europea, visti gli interessi imprenditoriali e commerciali in gioco. Per questo motivo, il rapporto crede sia ragionevole pensare che l’UE agirà per evitare uno scenario in senso catastrofico, nella misura in cui questi danni avrebbero una ricaduta su cittadini e aziende che sono già pienamente membri dell’UE. In ogni caso, il CATN aggiunge che i potenziali effetti negativi si produrrebbero solo a breve termine.

Infine, il CATN afferma che, probabilmente, la stessa UE lavorerà per favorire un accordo, non soltanto per coerenza con i principi dell’integrazione europea ma anche perchè una strategia contraria potrebbe danneggiare lo Stato spagnolo e l’insieme dell’economia spagnola, in quanto la solvenza del suo debito si indebolirebbe fortemente e ricadrebbe sulla stessa credibilità della moneta comune.

Il processo costituente

Il decimo rapporto elaborato dal CATN analizza il processo costituente della Catalogna, inteso come processo che dovrà essere aperto, in caso di costituire uno stato proprio ed indipendente, per la sua piena istituzionalizzazione, secondo degli standard democratici più esigenti. Secondo Viver i Pi-Sunyer, questo rapporto “è il più rilevante dal punto di vista politico” in quanto è il seguito del primo rapporto già presentato dal CATN sulla consultazione. Il presidente del CATN ha spiegato che il rapporto indica cosa bisognerebbe fare dopo la celebrazione di una consultazione, o di elezioni plebiscitarie con le quali, maggioritariamente, si decidesse a favore della creazione di un nuovo stato catalano indipendente.

Dopo il voto positivo espresso dalla cittadinanza dovrebbe prodursi una “dichiarazione solenne in Parlamento in favore della creazione di un nuovo Stato”. Per il CATN, questa dichiarazione dovrebbe includere l’offerta allo Stato spagnolo per trattare il processo della separazione con un appello, se fosse necessario, alla mediazione internazionale e all’Unione Europea per fare possibile l’apertura di questo processo. A partire da qui, il rapporto prevede due scenari: collaborazione e non-collaborazione dello Stato spagnolo.

Nel caso di collaborazione, secondo il CATN, le istituzioni catalane ed spagnole dovrebbero aprire un “processo di trattativa per preparare la nascita del nuovo Stato”, un processo nel quale potrebbe avere un ruolo fondamentale sia la mediazione internazionale dell’Unione Europea che la mobilitazione cittadina. Questa trattativa, dice il rapporto, dovrebbe avere quattro obiettivi cardini: trattare con lo Stato le condizioni della separazione; cercare il riconoscimento internazionale; trattare con l’Unione Europea e gli organismi internazionali le condizioni dell’incorporazione del nuovo Stato e preparare internamente la creazione del nuovo Stato.

Su questo ultimo punto, il CATN considera “essenziale” la preparazione di “strutture di stato” come le finanze e l’amministrazione economica e tributaria, l’Inps, il potere giudiziario, la sicurezza pubblica, le infrastrutture, le telecomunicazioni, l’energia, l’acqua e i rapporti all’estero, al di là delle decisioni che potessero essere prese nella futura Costituzione catalana. Durante questo processo, il rapporto consiglia che los Stato e la Generalitat concordino un protocollo di attuazione per offrire la massima sicurezza giuridica.

In questa fase previa, si dovrebbero preparare le decisioni di base per la regolazione  del processo costituente (procedura di elaborazione e approvazione della futura Costituzione). Queste decisioni potrebbero essere contenute in una “legge costituzionale provvisoria della Catalogna”, che dovrebbe includere il diritto applicabile transitoriamente in questo periodo “per garantire i diritti e le libertà delle persone” fino all’entrata in vigore della nuova Costituzione.

Se lo scenario fosse l’opposizione dello Stato spagnolo, il CATN conclude che la Generalitat potrebbe tentare di “forzare la trattativa con lo Stato facendo appello a diversi attori di carattere internazionale e della società civile”. Se non ci fosse risposta, l’alternativa della Generalitat sarebbe la “proclamazione unilaterale dell’indipendenza” ratificandola con un referendum. In questo caso, dice il rapporto, bisognerebbe avere già le strutture di stato indispensabili per rendere effettiva questa proclamazione e poter esercitare da subito il governo del nuovo Stato.

Dopo la proclamazione di indipendenza, con o senza la collaborazione dello Stato, comincia propriamente il processo costituente.  

Questo processo, secondo il CATN, dovrebbe includere i seguenti elementi: “1.elezioni costituenti”, da tenersi secondo la legislazione elettorale vigente nel momento della proclamazione dell’indipendenza e che soltanto potrebbero non aver luogo nel caso in cui le elezioni plebiscitarie fossero state celebrate poco prima della dichiarazione di indipendenza; “2.iniziativa costituzionale”, che dovrebbe ricadere nel Parlamento mediante un documento congiunto di tutti i gruppi parlamentari; “3.elaborazione e approvazione parlamentari” della legge di costituzione provvisoria catalana, per la quale si potrebbe valutare la possibilità di una maggioranza rinforzata; “4.formule per la partecipazione cittadina” e “5.referendum di ratifica” da parte della cittadinanza.

Provvisoriamente, considera il rapporto, si potrebbe mantenere il sistema istituzionale della Catalogna previsto nello Statuto di Autonomia, con l’introduzione di alcune modifiche. Nel caso dei diritti che non fossero contemplati nello Statuto, il CATN suggerisce que si potrebbero incorporare i diritti riconosciuti nei principali strumenti giuridici vigenti in Catalogna fino a quel momento, come il Titolo I della Costituzione spagnola relativo ai diritti e le libertà, o ai diritti riconosciuti dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani.

Questa legislazione provvisoria dovrebbe includere la “regolazione sulla cittadinanza catalana”, in quanto ciò determinerebbe chi potrebbe votare nel processo costituente. In questo senso, il CATN conclude che si potrebbe partire dalla regola di cittadinanza inclusa nello Statuto di Autonomia, secondo la quale “sono cittadini catalani i nazionali spagnoli con residenza amministrativa in un municipio della Catalogna”.  Il rapporto sottolinea la convenienza che l’acquisizione della cittadinanza catalana non sia condizionata alla rinuncia di quella spagnola.

In quanto al regime linguistico, il rapporto del CATN dice che dovrebbe stabilirlo la futura Costituzione e la legislazione derivante da essa. Tuttavia, il Consiglio raccomanda determinare provvisoriamente un regime applicabile durante il periodo costituente, che dovrebbe tenere conto di due criteri: concedere al catalano il pieno riconoscimento e uso in tutti gli ambiti, mantenendo la continuità degli usi del castigliano.

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venerdì 29 agosto 2014

Operazione seduzione

Quando questo processo sarà finito, la strategia della ‘seduzione’ dello Stato spagnolo verso la Catalogna dovrà essere studiata in tutte le Facoltà di Scienze Politiche su “come non si dovrebbe affrontare un conflitto territoriale” se quello che si desidera è che quel territorio rimanga all’interno dello stesso stato.

Questa settimana abbiamo avuto due nuovi esempi (ma in realtà da mesi ce ne offrono quasi uno al giorno). Con soltanto due giorni di differenza, il ministero dei Lavori Pubblici e quello della Pubblica Istruzione e Cultura, hanno aggiunto altre due decisioni per aiutare -ironicamente, si intende- a rendere più attraente per i catalani la continuità della Catalogna in Spagna.

Il primo di questi “gesti di marketing” emozionale è quello perpetrato dal ministero dei Lavori Pubblici, quel ministero gestito dalla grande amica della Catalogna e promotrice del dialogo intergovernativo, Sig.ra Ana Pastor. Il ministero, attraverso “Puertos del Estado” (con sede nella bella città portuale di Madrid), ha deciso di redistribuire il guadagno dei porti dello Stato in modo che quelli più redditizi aiutino quelli con disavanzo. Nel caso del porto di Barcellona, uno dei più redditizi di Europa, la cosa dovrebbe andare così: la metà del guadagno per il Porto di Barcellona, l’altra metà per aiutare gli altri porti dello Stato. Anche se finora abbiamo comunque dato: il Porto cedeva un 4 per cento del proprio fatturato all’ente (Puertos del Estado con sede a Madrid) e un altro 4,5 per cento al detto fondo di solidarietà per gli altri porti. A quanto pare, ciò è insufficiente e adesso la frustata viene triplicata. Nel 2013 il Porto cedette 10 milioni di euro, ma con la nuova normativa nel 2014 saranno 37 milioni di euro. Non è un meccanismo nuovo, si tratta di applicare ai moli quello che già si fa con la redistribuzione fiscale e che si traduce nelle inique e famose bilance fiscali conosciute da tutti. Quello che succede ora è che lo troviamo scritto in forma di decreto evidenziandone la sfacciataggine.

Due giorni dopo questo annuncio, l’amico José Ignacio Wert (Cultura) ci ha comunicato che interromperà (ancora una volta) il ritorno delle mal nominate “Carte di Salamanca”. (Mal nominate perchè si tratta delle Carte “a” Salamanca – si tratta di tutti i documenti degli archivi della Generalitat della Catalogna e di altri enti politici, culturali e privati rubati nel 1939 da Franco e portati a Salamanca. Dalla morte di Franco c’è un tira e molla tra la Generalitat e i successivi governi spagnoli per riavere queste “carte”) . Wert si è inventato una nuova formula per evitare e ridurre la, già di per sè, lenta restituzione di questi documenti. La truffa consiste nella seguente villania: finora il Ministero della Cultura restituiva i documenti alla Generalitat ed essa si incaricava di discernere tra documenti dell’amministrazione e documenti privati (con eredi ai quali consegnarli). In caso di non trovare eredi passavano a far parte dell’Archivio Nazionale della Catalogna nella cittadina di Sant Cugat). Dunque, adesso si sono inventati un altro decreto che consiste nel non restituire alla Catalogna i documenti che non possono accreditare un proprietario. Pertanto, da Salamanca decideranno se una carta ha un proprietario. Se lo trova, il Ministero lo restituisce e se non lo trova resterà eternamente a Salamanca. E fa lo stesso se questi amanti della legislazione ad oltranza se ne fregano di una legge approvata in parlamento con il conseguente accordo tra il governo spagnolo e quello catalano. E se non ti piace, arrangiati.

Quando questo processo sarà finito, si potranno scrivere romanzi o sceneggiature cinematografiche su “cosa sarebbe successo se lo Stato spagnolo avesse agito in un altro modo durante l’effervescenza indipendentista”. 

Immaginate cosa sarebbe successo se, al posto di sbattere la porta in faccia, Rajoy avesse risposto a Artur Mas che era disposto –non a concedere- ma a studiare quella “cosa” del patto fiscale? E se la legge Wert (sul catalano nella scuola) non fosse mai esistita? E se lo Stato, insieme alla Generalitat, fosse andato in Europa a lottare per il corridoio Mediterraneo con un tracciato mediterraneo? (invece di boicottarlo?). E se non avesse mai proposto la chiusura della tv catalana “TV3”?

Insomma, cosa sarebbe successo se lo Stato avesse visto la Catalogna come uno dei suoi pilastri invece che una proprietà alla quale disprezzare, maltrattare e non rispettare mai gli accordi tenuti con essa? 

Di sicuro le cose sarebbero andate diversamente, ma ora è troppo tardi. La risposta l’avremo soltanto nei film di fantascienza.


El Singular Digital – 25.06.14 -

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martedì 26 agosto 2014

La Spagna in stallo

La Spagna si trova in un vicolo cieco, ma fa finta di non saperlo. La ferma posizione della maggioranza della società catalana chiedendo una consultazione –petizione che, contrariamente a quanto succedeva all’inizio, comincia ad avere ora un buon supporto internazionale– ha portato il governo spagnolo a un impasse.


Ma Rajoy, i suoi ministri ed il suo partito in Catalogna continuano a guardare dall’altra parte. Come se tutto quanto non li riguardasse. Si, è vero che finalmente Rajoy riconosce che la “questione catalana è di grande importanza”, e che non è più una “gabbia di matti”, ma nè lui nè il suo partito offrono delle soluzioni. Rajoy fischia, mente e fa orecchie de mercante. O, almeno, così sembra perchè mi pare impossibile che, a questo punto, non si sia reso conto che il suo “wait and see”, –stare a guardare– praticato negli ultimi tempi non funziona.


Non vedono che i catalani non ci sposteremo neanche un centimetro dal nostro cammino. Che, contrariamente a quanto credono o sperano, non accetteremo saldi dell’ultimo minuto mediante terze strade che si sono già rivelate non operative. Che questa volta, trecento anni dopo la sconfitta contro Filippo V (forse litigando tra noi per molte questioni secondarie ma, trovandoci d’accordo su una cosa fondamentale): non ci lasceremo sfuggire questa opportunità storica. E’ adesso o mai più che vogliamo decidere la nostra strada.


Per questo, in tutto il processo, a parte la spinta colossale della società civile, è molto importante la fermezza che sta dimostrando il presidente Artur Mas. Una sicurezza che, diversamente da quanto molti auguravano e continuano ad augurare – qui e là–, persiste nel tempo e crea sconcerto nel governo spagnolo.


Questa è la chiave di tutto quanto. Perchè, a differenza de quel che successe con lo Statuto del 2006, il leader di CDC ha capito molto bene quale fu il mandato del popolo nelle ultime elezioni. Soltanto la maretta che provoca, un giorno dopo l’altro, il suo socio Duran i Lleida interbolisce una strada complicata ma con una uscita ben chiara. Mentre a Madrid si sono intestarditi a proseguire in un vicolo scuro e cieco.


Tempo al tempo.




Miquel Riera, 'Avui'

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sabato 23 agosto 2014

Lo Stato sconcertato

Molti analisti coincidono nell’evidenziare i costanti errori di valutazione –e di azione- commessi dal governo Statale nei confronti della situazione politica catalana. Si ha l’impressione che le cause principali della cattiva lettura del processo catalano siano state, in particolare, di due tipi. Da una parte, quelle derivate da una concezione rigida, monolitica e gerarchica del potere, incrementata dalla superbia e l’autocompiacimento propri di che sente quel potere come un patrimonio esclusivo e permanente. Dall’altra parte, quelle derivate dalla scarsa qualità dell’informazione disponibile, specialmente durante le tappe iniziali, e dall’incapacità d’interpretarla adeguatamente e senza pregiudizi inquinanti.


Questa incapacità analitica di fronte al cambiamento sociale e politico avvenuto in Catalogna si sposa bene con le spiegazioni di alcuni giornalisti che, dalle delegazioni barcellonesi dei media di Madrid, si lamentano della linea editoriale imposta su queste tematiche: non si tratta di non poter capire quello che sta succedendo -dicono-, è che non lo vogliono capire. Non sono disposti a un ripensamento; nè a mettere nulla in dubbio. E’ il rifiuto drastico ad ammettere una realtà che non rientra nelle loro convinzioni... Anche se questa realtà si è già imposta con tutta evidenza e incisività –perfino sulla stampa internazionale più distratta.


Il nazionalismo spagnolo politico e mediatico si è sforzato di strafare, distorcere, confondere e mascherare il processo catalano. Ha fatto tutto il possibile perchè i loro utenti e clientele non si accorgessero di nulla e non avessero la tentazione di cercare qualche chiarimento. España va bien.


Sarebbe la Catalogna –guarda caso- quella che, ingannata e consunta dall’egoismo e l’addottrinamento nazionalista, avanzerebbe impazzita verso l’abisso. Per rendere chiaro che lo Stato è il paradigma della solvenza e la buona salute politica, hanno diagnosticato che il tumore perverso è il sovranismo. E per questo hanno screditato le ragioni e le aspirazioni catalane; ne hanno messo in discussione la legittimità; le hanno vincolate con altre esotiche realtà; hanno danneggiato la reputazione di persone e di organizzazioni; hanno accusato di intransigenza e di generare tensione proprio a quelli che chiedono democrazia. Hanno minacciato, hanno disprezzato, hanno inventato teorie cospiratorie... Hanno fatto figuracce in forma persistente e, in più, hanno ottenuto dei risultati controproducenti.


L’unionismo più pasticcione ed impositivo ha provocato rifiuto ed ha fatto spostare il parere di molte persone inizialmente scettiche sui vantaggi della scelta dell’indipendenza.


Fa parte dell’igiene democratica formulare dubbi e interrogarsi su delle opzioni di futuro che comportano, inevitabilmente, molte incertezze. Ed è comprensibile che alcuni, malgrado l’evidente cattiva volontà dello Stato, ancora temano di più la prospettiva di una improvvisa libertà verso l’ignoto rispetto all’abitudinaria sottomissione a chi afferma di essere una parte imprescindibile di noi. Si può capire che l’insicurezza o la mancanza di fiducia ci provochino reazioni conservatrici e che sia difficile scrollarsi di dosso le inerzie vissute durante molti anni come risultato degli unici possibili comportamenti assennati. Ma non erano gli unici, e non erano per sempre. E se vogliamo e mobilitiamo le proprie forze e capacità, non dovranno esserlo mai più.


La fragilità delle classi dirigenti catalane è diventata più evidente per la mancanza di risposte e proposte contro la crisi economica ed il cambiamento di modello di vita legato alla rivoluzione tecnologica ed alla globalizzazione. Il vuoto relativo nella leadership sociale catalana ha reso specialmente percettibili, fluide e precoci le variazioni nella coscienza sociale e politica della cittadinanza.


Per questo si è accelerata così tanto l’ascesa del sovranismo progressita e la sua capacità di auto-organizzarsi. Sintomi principali di una trasformazione che corrisponde ad un cambiamento d’epoca. In Catalogna, poco prima e con più intensità rispetto all’Europa prossima, la maggior parte della gente ha usufruito dello spazio e dell’agilità mentale per guidare la propria coscienza spostandola. La società civile ha dissentito dallo Stato e dal sistema; ha superato i tabù e si è ribellata; ha perso piano piano la paura, ha preso l’iniziativa ed ha formulato delle proposte. E questo ha sconcertato lo Stato.


L’onda della nuova coscienza collettiva copre tutti gli aspetti: gli atteggiamenti, lo stile di vita, l’ideologia, la partecipazione in politica e nella cultura, il cambiamento nei gusti e dei valori. Ricorda l’accumulo di svolte e rotture che avevano accompagnato l’avvento della modernità borghese.


Ma questa volta, in Catalogna, la spinta rifondatrice e rinnovatrice appartiene ad altri settori sociali.



Joan M. Treserras, 'Ara'

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martedì 19 agosto 2014

La polizia spagnola, oggi come durante il franchismo

Rafael Martí Faixó denunciò di essere stato aggredito da 8 agenti per aver portato una bandiera stellata sulle spalle. La risposta del direttore della polizia spagnola, Ignacio Cosidó, fu: 'Dalle informazioni pervenutemi, la polizia ha agito correttamente.' Il ministro Jorge Fernández Díaz ratificava dicendo che quando la polizia voleva identificarlo, Rafael Martí aveva opposto resistenza.


Tutti abbiamo visto le immagini di Rafael Martí, con evidenti ematomi e lesioni prodotti dalle botte che, come dichiarato, ricevette in faccia quando fu picchiato nei bagni dello stadio di Mestalla da un gruppo di otto poliziotti, solo per portare un simbolo che rappresenta una determinata posizione politica: l'indipendentismo.


Capitano spesso anche –e in questi giorni ne abbiamo avuto delle prove—incidenti con poliziotti spagnoli che riprendono i cittadini quando questi si rivolgono a loro in catalano, lingua ufficiale riconosciuta dalla costituzione e dagli statuti del paese valenziano, delle Isole Baleari e della Catalogna. In tutti i casi, il rapporto della polizia sui fatti dice che il cittadino o la cittadina li ha insultati o si è resistito alla loro autorità. Il ministro ed il capo della polizia non pensano sia strano che i cittadini si rivolgano ai corpi di sicurezza insultandoli? Non hanno mai pensato, le alte cariche della polizia, che hanno un problema? Ancor più quando i cittadini denunciano che i membri dei corpi di sicurezza li hanno rimproverato, obbligandoli a parlare in castigliano rivolgendosi a loro come 'catalani di merda' o 'io sono il rappresentante della Spagna e qui si parla spagnolo'. Varianti del classico 'Parlate in cristiano' o 'Il catalano, in cucina'.


Questi costanti e ripetuti incidenti dimostrano che esiste un atteggiamento di certi membri dei corpi di polizia che sono refrattari al riconoscimento della legalità vigente, la quale riconosce la nazionalità catalana e la nostra lingua come lingua ufficiale. Loro sono deputati a garantire l’esercizio dei diritti linguistici e della libertà di espressione.


La prima cosa che mi chiedo è perchè doveva essere identificato un ragazzo che va ad una partita di calcio con una bandiera stellata. Soltanto questo già mette in evidenza un abuso di autorità commesso dalla polizia, che ha il dovere e la funzione di non importunare la vita dei cittadini e di garantire la libera espressione delle proprie idee. Libertà che include anche quella di esibire i simboli di un determinato pensiero politico, come nel caso della stellata di Rafael Martín.


Le risposte del ministro e del signor Cosidó in questo caso –come nella moltetudine di casi che si succedono reiteratamente dal franchismo in qua—sono simili a quelle che dava il governatore franchista Tomás Pelayo Ros all’abate Cassià Just, che si era interessato per i maltrattamenti a Jordi Carbonell. Carbonell fu detenuto nel 1974 e torturato dalla polizia perchè si era rivolto a loro in catalano. Lo misero in osservazione psichiatrica in prigione, trattandolo da matto. Il governatore negò i maltrattamenti e non ammise nessuna responsabilità, dicendo che dal 12 dicembre si trovava a disposizione giudiziaria, anche se le torture furono inflitte prima, durante l’arresto nel sinistro palazzo della Via Laietana.


Sorprende che la polizia ed i loro responsabili politici, in una società che si ritiene democratica, agisca come quelli del franchismo, coprendo le azioni dei funzionari contro i diritti fondamentali dei cittadini, tollerando gli atteggiamenti contrari alla diversità e che considero xenofobi; o nel caso di Rafael Martín, viste le evidenti torture. Il loro atteggiamento dovrebbe essere, invece, di 'tolleranza zero'.


Le Nazioni Unite definiscono la tortura in questo modo: 'Atto con il quale si infligge intenzionatamente un intenso dolore o sofferenza, fisica o mentale, su istigazione di un funzionario pubblico, ad una persona ai fini di ottenere –da lui o da una terza persona-- una informazione o confessione, per punirlo per qualche fatto commesso o per intimidarla --a lei o ad altre persone.'


E’ chiaro che, nel caso di Jordi Carbonell come in quello di Rafael Martín ci sono state forti aggressioni di funzionari della polizia nei confronti di cittadini arrestati per infliggere loro dolore e per oltraggiarli. Jordi Carbonell fu torturato per aver parlato in catalano e Martín per aver portato i segni del proprio pensiero indipendentista. In ambedue casi furono torturati anche con lo scopo di intimidire in forma generica tutti i cittadini che parlano catalano e che hanno determinate idee politiche perfettamente legittime.


In tutti questi casi, sia il governatore civile franchista che i responsabili della polizia attuali, si sono limitati a dire che la polizia aveva agito correttamente. Ma le aggressioni sono state commesse in un momento in cui dovevano garantire l’incolumità fisica dei cittadini che erano detenuti in luoghi chiusi e sono rimaste evidenti tracce delle aggressioni subite, le quali sono state coperte con attestati negativi. Hanno il dovere di aprire un’inchiesta, e disporre i mezzi per non tollerare atteggiamenti come questi per far compiere la legalità vigente in materia linguistica e di libertà di espressione.


Ricordo che il governo spagnolo già fu condannato per il Tribunale dei Diritti Umani di Strasburgo per non aver aperto un’inchiesta sulle torture denunciate dopo gli arresti voluti dal giudice Baltasar Garzón con l’occasione dei Giochi Olimpici del 1992 a Barcelona.


Oggi Jorge Fernández Diaz, come nel 1974 Pelayo Ros, continua a tollerare le torture ed il disprezzo alla lingua ed ai simboli catalani da parte di molti poliziotti spagnoli. Invece di questo, dovrebbe esserci tolleranza zero contro qualsiasi violazione dei diritti dei cittadini.





Josep Cruanyes i Tor, avvocato, storico e presidente della Commissione della Dignità.
 

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sabato 9 agosto 2014

Rajoy amplifica il caso catalano davanti al mondo




Il mondo non è precisamente entusiasta della comparsa di una nuova frontiera all’interno dell’Unione Europea. 

Ma proprio per questo, il mondo non capisce nemmeno che il governo spagnolo preferisca impegnarsi in una frenetica caccia internazionale di streghe catalane piuttosto che dedicarsi a fare quello che fanno gli stati seri, cioè, sedersi per risolvere i problemi, soprattutto se riguardano una regione fiorente ed europeista, la cui capitale è Barcellona. 

Gli atteggiamenti da “nobiltà offesa” propri dei romanzi cavallereschi con i quali Rajoy prepara la prossima riunione con il presidente catalano Mas, mal si collegano con quello che il mondo democratico ed economico si aspettano da un leader del Xxi secolo. 

Di fatto, la cronicizzazione dei problemi secondo lo “stile Rajoy” ha fatto diventare il caso catalano una storia perfetta per i media internazionali.

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domenica 3 agosto 2014

Essere liberi di decidere, decidere di essere liberi








Ricordo una volta un’intervista ad un insigne imprenditore catalano che ha sempre tenuto molto presente la responsabilità sociale corporativa che spesso si utilizza come mero strumento di marketing privo di anima. Quell’imprenditore assicurava che “noi esseri umani siamo condannati ad essere bravi ragazzi”. Mi è venuta in mente, in questi tempi particolari che sta vivendo il mio paese, la mia autentica madre Patria: la Catalogna. Questa nazione mediterranea ed europea, che conta più di mille anni di storia, sta reclamando, fino alla noia, di poter esercitare il paradigma della democrazia, ossia di poter decidere liberamente il proprio futuro. Ma la Spagna si rifiuta di concederglielo. Sì, la Spagna si rifiuta, senza sapere, a quanto pare, che noi esseri umani, oltre ad essere bravi ragazzi, siamo condannati ad essere democratici. E dico esseri umani e non stati, paesi o nazioni perché dopotutto che cosa sono questi se non una collettività di esseri umani?


Che cosa vogliamo in realtà, in ampia maggioranza, noi catalani? Decidere di essere liberi o, se preferite, essere liberi di decidere senza che ciò comporti niente di più dell’essenza della democrazia: votare. Se io mi riconosco libero, ho la capacità di decidere e, se decido, metto in pratica il fatto di essere libero. A partire da ciò quello che si decide dipende solo dalla libertà, sia esso mantenere un’unione con la Spagna o recuperare la sovranità che ci fu strappata con le armi esattamente 300 anni fa.


Molte volte ci ammoniscono dicendoci che i problemi non si risolvono con letture semplici e che abitualmente occorre approfondirne l’analisi. Certamente. Ma molte volte è proprio la lettura semplice, la riflessione elementare, che chiarisce e illumina la situazione davanti a fatti di un’oggettività, direi, quasi universale. Se la Spagna non permette alla Catalogna di votare sul suo futuro è perché la Spagna considera la Catalogna un ente inferiore, allo stesso modo in cui, nel corso dei secoli, una maggioranza di bianchi ha considerato i neri finché non ha riconosciuto loro l’uguaglianza dei diritti. È così semplice!


Ma la Catalogna è stufa. Perciò ora, come fece la cittadina nera Rosa Parks nel 1955, quando salì sull’autobus e si sedette su un sedile riservato ai bianchi perché aveva deciso di essere libera di mettere il suo sedere dove le pareva, e si sentì libera di decidere proprio questo, la Catalogna porta a termine il suo processo di emancipazione. La Catalogna agisce così perché non si sente, né si riconosce, inferiore e de facto sta già trattando con la Spagna da pari a pari.

Il potere spagnolo vede le urne come se fossero carri armati, ma, parafrasando Ramon Muntaner, autore di una delle grandi cronache medievali che descrivono gli eventi politici, familiari e militari di alcuni tra i più insigni re catalani, noi catalani “con allegria e gioia andiamo in battaglia allo stesso modo in cui gli altri vanno per forza e con timore”. Questa frase assume un gran significato. Sostituite “battaglia” con “urne” e avrete la descrizione esatta di ciò che succede in Spagna in pieno 2014. In realtà possiamo dire che gli spagnoli non vanno nemmeno alle urne se il tema non interessa loro.

E questo si decide a Madrid e precisamente alla Camera dei Deputati, dove le bevande alcoliche che ingeriscono le signorie loro sono sovvenzionate dallo Stato spagnolo. Sì, lo stesso luogo da cui si ripete fino alla nausea che senza rispetto della Costituzione Spagnola, la quale consacra l’unità territoriale con il concorso dell’esercito, non c’è democrazia, dimenticando che il Regno Unito, senza costituzione, permette alla Scozia di indire un referendum sull’indipendenza il prossimo 18 settembre 2014. E dimenticando anche che, parlando di nuovo di costituzioni nel 1714, tutto il sistema costituzionale catalano saltò in aria ed i pochi esemplari delle ultime costituzioni approvate nel 1706, che sopravvissero, furono bruciati in pubblico a scherno dei catalani. I catalani dunque avevano una costituzione che fu letteralmente annichilata dagli antenati di coloro che oggi presumono di averne una come se si trattasse delle Sacre Scritture.


Dico ciò perché l’abdicazione del re Juan Carlos I di Borbone a favore di Filippo VI – a proposito, colui che annichilò la Catalogna nel 1714 era Filippo V di Borbone – ha messo la Spagna davanti allo specchio e questa si è vista veramente brutta e orribile. E qui non si è potuto dare la colpa ai catalani perché è stata una parte del popolo spagnolo a reclamare un referendum per ratificare la monarchia o istituire una repubblica. Ed è stato proprio in questo momento che il Governo spagnolo ha risposto ai suoi cittadini come fa con i catalani, e cioè che la Costituzione Spagnola consacra una monarchia e non c’è altro di cui parlare. A proposito, sicuramente non l’avrete notato, ma il 19 giugno, giorno della coronazione di Filippo VI, si commemorano i 307 anni da quando il suo predecessore, Filippo V, rase al suolo e bruciò interamente la città di Xàtiva, nell’antico Regno di Valencia, per poi ribattezzarla come Nuova Colonia di San Filippo, per aver difeso le leggi e le costituzioni. Tutta una dichiarazione d’intento, non vi pare?



David de Montserrat Nonó
giornalista

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sabato 2 agosto 2014

Solidarità dal Friûl e dal Veneto


 

Autodeterminazione delle Nazioni Friulane e del Litorale (A.N.F.e.L.), movimento nenato per l'autodeterminazione dei popoli della regione Friuli-Venezia Giulia dall'Italia, esprime la sua solidarietà allo sciopero della fame del prof. Jaume Sastre in difesa del diritto all'insegnamento della lingua catalana nelle Isole Baleari.

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