martedì 15 aprile 2014

Il Partito Verde Europeuo annuncia il suo supporto al referendum


Il Partito Verde Europeo ha espresso il suo supporto perqué si celebri il referendum in Catalogna. Questo lunedì mattina, Ska Keller, la candidata dei Verdi alla presidenza della Commissione Europea, si è compromessa,  nel caso risulti eletta, a dare supporto in ambito europeo al referendum sulla indipendenza della Catalogna, previsto per il prossimo 9  novembre, e ha fatto appello al dialogo.
"Voglio assumere oggi il mio compromesso personale che, se sono eletta presidente della Commissione Europea, difenderò che la Catalogna possa decidire il suo futuro politico e la sua relazione con la Spagna mediante un referendum", ha detto la politica tedesca.
Ska, che è stata a Barcelona all'inizio dell'anno per visitare il Centro d'Internamento di Immigranti, ha fatto l'annuncio in una conferenza stampa a fianco di  Joan Herrera e Dolors Camats, liders del partito Iniziativa dei Verdi di Catalogna (ICV), di Ernest Urtasun, capolista di questa formazione alle europee del 25 maggio, e dell'eurodiputato Raül Romeva.
Alla domanda sul rifiuto di Mariano Rajoy a permettere il referendum sulla indipendenza, Keller ha risposto che il governo spagnolo  dovrebbe iniziare un processo di dialogo per poter fare il referendum, e ha precisato che se eletta presidente della Comissione Europea farà appello a questo dialogo.
Ernest Urtasun, d'altro canto, ha dato un "grande valore" al compromesso di Keller di dare supporto al referendum sulla indipendenza se eletta presidente della Commissione Europea perquè, ha spiegato, bisogna cercare alleati in Europa per difendere il diritto all'autodeterminazione dei Catalani. "Che una famiglia politica europea importante come i Verdi si comprometti (a difendere il referendum) è fondamentale. Abbiamo fatto un passo avanti a favore del diritto di decidere", ha aggiunto il candidato d'ICV alle europee.
È stato il primo partito d'ambito europeo che si è pronunciato a favore del referendum. Iniciativa considera questo gesto, o quello di Esquerra Unida anch'esso a favore del referendum, più importante che non il condividere un punto comune del programma elettorale con il partito catalano di centrodestra Convergencia i Unió (CiU). 



Leggi di più »

lunedì 14 aprile 2014

Vi darò la mano.....


E’ molto interessante, da un punto di vista psicologico –anche se prevedibile, trattandosi di un popolo sottomesso da tre secoli– la reazione che hanno avuto molti catalani davanti al rifiuto dell’imprenditore Àlex Fenoll a stringere la mano di Filippo di Borbone, principe ereditario della corona spagnola (durante la visita di quest’ultimo alla Fiera di Barcellona Mobile World Congress). 

E’ interessante perchè indica con quanta forza è radicata la convinzione che il sottomesso vive meglio dell’insubordinato. Il sottomesso si accomoda facilmente nella condizione da inferiore che il padrone le assegna e, per non contrariarlo, evita sempre di adottare degli atteggiamenti impropri della sua condizione. Il padrone lo può sfruttare, sgridare, dileggiare, angariare, insultare, umiliare... Non importa, il sottomesso ha ben chiaro qual’è il suo ruolo e subisce i colpi con la rassegnazione di un individuo modello. E’ il sottomesso modello; il sottomesso che ride a tutte le battute del padrone, che fa la riverenza quando questi si degna di farle visita e che sorride contento quando li stringe la mano mentre qualcuno scatta una fotografia. 

L’insubordinato, ovviamente, non fa niente di tutto questo. Non le piace essere sfruttato, sgridato, dileggiato, angariato, insultato ed umiliato, sorride soltanto alle persone che lo rispettano e non ammette che il padrone lo usi per farsi fare delle fotografie che mascherano la realtà; fotografie che dicano al mondo quanto sono contenti i sottomessi di averlo come padrone.

---¿Perchè non mi dai la mano? –chiede Filippo di Borbone ad Àlex Fenoll, quando lo vede stoico e silenzioso.

---Perchè non ci riconoscete il diritto di votare –risponde Fenoll.

---A allora non salutarmi –dice il Borbone, visibilmente turbato.

---Vi darò la mano quando ci lascerete fare la consultazione.

Superato lo stupore, il principe riflette, si avvicina nuovamente e dice:

---Per educazione dovresti darmi la mano. 

---Per educazione dovreste lasciarci votare –replica Fenoll-; per educazione dovreste difendere le nostre garanzie democratiche.

---Dovresti darmi la mano comunque –insiste il Borbone, in catalano. E subito, attendendo il ringraziamento per aver cambiato lingua, aggiunge-: Adesso me la darai, vero, amigo?

---Non siamo amici. Vi darò la mano quando ci lascerete votare.

---Non dipende da me.

---Certo che sì!.


Questo è stato il breve dialogo tra l’erede della corona spagnola e l’imprenditore Àlex Fenoll. Dopo, quest’ultimo ha stretto la mano di altre persone al seguito, tra le quali quella del presidente Mas, del consigliere catalano per l’Industria, Felip Puig, e del sindaco di Barcellona, Xavier Trias, capendo che alcune strette, accompagnate da occhiate d’intesa, sono state più forti del solito. Incluso l’abbraccio di una persona responsabile del protocollo. Lo stesso Fenoll ha spiegato che alcuni imprenditori si sono dileguati per non dover salutare il principe, ma lui considerava che mantenersi fermi in un momento come quello era un atto di autostima catalana e di coerenza con sè stesso. “Siamo in un momento in cui abbiamo bruciato le navi e dobbiamo farglielo capire, dobbiamo dirglielo in faccia. Devono saperlo: se non rispettano le nostre garanzie democratiche, non siamo amici loro.”



Sono parole dette dalla dignità, e anche dalla libertà propria di qualcuno che non è subordinato alle servitù della politica. Voglio dire con questo che una cosa è l’atteggiamento amabile e protocollare del presidente Mas o di un consigliere in qualità di ospitante, comportamente del tutto comprensibile, ed un’altra è quello di un cittadino qualsiasi che, inoltre, non partecipa al Mobile World Congress per vedere un principe. Cioè, è quest’ultimo che si presenta all’improvviso ed impone la sua presenza. E dico ‘impone’ perchè non si limita a fare una visita allo stand, ma ordina agli imprenditori che sfilino davanti a lui e facciano la riverenza con un gesto che possa servire da promozione per la casa reale spagnola. E, guarda caso, davanti ad un imprenditore insubordinato, il principe PRETENDE la stretta di mano: “Dovresti stringermi la mano lo stesso”. In realtà sta dicendo: “Io sono il tuo principe, il tuo superiore e, ti piaccia o no, devi stringermi la mano”. 

Di fronte a questa arroganza, è ovvio che il Sig. Fenoll ancora si sia sentito più legittimato a non stringere la mano. Sapeva che se l’incidente fosse capitato un bel pò di anni addietro, gli antenati di questo Borbone lo avrebbero frustato per abbassarle la cresta. Oggi, però, il principe non ha avuto altra scelta che mandare giù il rospo.

Qualcuno dirà che la cortesia non esclude il coraggio e che un cittadino può stringere la mano del Borbone senza rinnegare le proprie idee. Ma questa è una tesi truffaldina. E’ la giustificazione del cittadino che non ha il coraggio di dire al principe cosa pensa di lui. Si potrebbero fare delle liste infinite con le sottomissioni che si fanno in nome del buon senso, della prudenza, della cortesia e dell’educazione. Il problema è che il buon senso, la prudenza, la cortesia e l’educazione sono soltando dal basso verso l’alto, dal sottomesso al padrone e mai dall’alto verso il basso, dal padrone al sottomesso. Per questo, mentre si considera una mancanza di rispetto non stringere la mano del principe, non viene percepita la violenza istituzionale che suppone la negazione del diritto a decidere del popolo catalano. E ancora si trattasse solo di questo! La corona spagnola, fedele alla tradizione anichilitrice borbonica, arriva perfino al punto di benedire la negazione dell’identità nazionale della Catalogna. E dunque, no. Decisamente, non possiamo riverire qualcuno che dice che tu non sei tu, che sei soltanto una sua proprietà.

Questo incidente è molto simile a quello protagonizzato, cinque anni fa, dal giocatore irlandese di rugby Ronan O’Gara e la regina d’Inghilterra. In quell’occasione, O’Gara, una star della selezione irlandese, campione del Torneo delle Sei Nazioni, mantenne le mani in tasca davanti alla regina. L’evento ebbe luogo in Belfast, Irlanda del Nord, e O’Gara spiegò che era stato leale alla tradizione degli uomini di Cork, iniziata nel 1920, dopo l’ordine britannico di sparare a qualsiasi uomo che tenesse le mani in tasca nel passare davanti al Castello di Macroom. Era il modo britannico di dire a quel territorio che non sarebbero ammessi dei gesti che questionassero la loro autorità. Come sappiamo, l’Irlanda del Nord è ancora oggi sotto dominio britannico e O’Gara pensò che si trattava di una questione di principio non riverire la massima rappresentante di quell’autorità.

Trecento anni fa, la nazione catalana fu massacrata dalle truppe borboniche ed è molto comprensibile che ci siano dei catalani che non sono disposti a ridere le battute di nessun Borbone che non chieda perdono e che si rifiuti di derogare il Decreto di Nuova Planta che ne scaturì. Come dicevamo all’inizio, non sono mancati i catalani sottomessi che sono andati in soccorso del principe dicendo che il referendum catalano non dipende da lui. Formalmente, certo che no. Ma concettualmente, si. L’erede della corona spagnola rappresenta la Spagna, uno Stato che nega la personalità giuridica della Catalogna, e se lui personalmente non condivide questa oppressione la prima cosa che deve fare è dirlo. Si sa che chi tace acconsente. Ci mancherebbe che oltre a mantenere una casa reale restaurata da un dittatore e nemica dei nostri diritti nazionali, dovessimo riverirla.

Su questa questione, il notaio Juan José López Burniol ha detto che una cosa è considerare il principe un avversario ed un’altra un nemico. Stringerli la mano significa accettare le regole del gioco e trattarlo come avversario. Rifiutare la stretta, invece, significa trattarlo da nemico. Per Burniol, quindi, Àlex Fenoll “si è comportato come un nemico”. Devo dire che il gioco di parole del notaio per squalificare l’imprenditore mi sembra l’artificio di qualcuno che cerca di mascherare di buon senso la propria ideologia nazionale spagnola. Di quale gioco e di quali regole si sta parlando? Si direbbe, ascoltando il Sig. López Burniol, che il conflitto tra la Catalogna e la Spagna è un conflitto tra pari, tra due stati che giocano una partita e che accettano le regole vigenti tutelate da un arbitro imparziale. Ma non è così. La partita alla quale si riferisce il Sig. Notaio è manipolata fin dall’inizio e non è tra pari. E’ una partita tra un dominatore ed un dominato, con delle regole fatte dal primo e con un arbitro che non è altro che lui stesso.

Diciamo, infine, che uno dei tratti idiosincratici del sottomesso è che non ne ha abbastanza con il comportarsi secondo le proprie idee, ma ha bisogno che tutti agiscano come lui. Mentre Àlex Fenoll non ha criticato quelli che hanno preferito stringere la mano del principe spagnolo, intendendo il gesto come una decisione libera e personale, i catalani sottomessi, mediante articoli o dibattiti mediatici, si sono affrettati ad incolparlo o a disdegnarlo e non vogliono tollerare che abbia preso una decisione libera e personale.

Hanno reagito con la logica di quelli che hanno la coda di paglia. Tuttavia, diciamolo chiaro, l’irriguardoso non è stato Àlex Fenoll ma Filippo di Borbone, che non ha ammesso che la riverenza è un atto volontario e non obbligatorio ed ha osato rinfacciare al Sig. Fenoll che non lo abbia fatto.

Per fortuna siamo nel XXI secolo, e adesso sono i cittadini quelli che fanno abbassare la cresta ai principi. Senza parole, il cittadino insubordinato ha fatto capire al suo interlocutore che non è Filippo di Borbone chi porta il piatto in tavola ad Àlex Fenoll, ma è Àlex Fenoll che lo porta a Filippo di Borbone. Grazie, Àlex. Tra la sottomissione e la dignità, tu hai scelto la dignità.


@valex_cat

Leggi di più »

domenica 13 aprile 2014

Il «paradosso Margallo» con la Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza







In caso di Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza (DUI), la Catalogna sarebbe automaticamente espulsa dall’Unione Europea (UE) e "si aggirerebbe per lo spazio siderale senza meta nei secoli dei secoli", ha chiarito questa settimanta il ministro spagnolo di Affari Esteri e Cooperazione, José Manuel García-Margallo. Implicitamente Margallo dice, quindi, che Madrid riconoscerebbe automaticamente questo nuovo Stato catalano sorto a partire da una semplice dichiarazione del presidente Artur Mas, in quanto subito dopo, taglierebbe ogni tipo di rapporti con esso. Indirettamente, anche l’UE riconoscerebbe la Catalogna come uno "stato terzo" espellendolo dal suo seno. Interrogato dal giornale Nació Digital su questa contraddizione, ha risposto: "ma Madrid non può riconoscere questo Stato catalano!"

García-Margallo da tempo ha lasciato intendere chiaramente che l’unica strada per cui la Catalogna può pensare di accedere all’indipendenza è attraverso una Dichiarazione Unilaterale (DUI) e non mediante una consultazione. Ma il suo ragionamente mantiene implicita una contraddizione che nemmeno lui stesso è stato capace di chiarire durante la sua visita a Barcellona. "La DUI suppone una Catalogna non riconosciuta internazionalmente ed esclusa dall’UE", ha affermato. 

Ma se la Catalogna si proclama indipendente e, subito dopo, resta esclusa dall’UE, in quanto è lo Stato spagnolo l’ente di cui forma parte, ciò significa che Madrid avrebbe implicitamente riconosciuto il nuovo paese. Invece, se lo Stato non riconosce la DUI, la Catalogna sarebbe ancora un territorio spagnolo, motivo per il quale l’UE non avrebbe nessun motivo per espellere dal suo seno una semplice autonomia spagnola.

Ma, cosa succederebbe se, una volta proclamata la DUI, la Lettonia e la Lituania riconoscessero lo Stato catalano? E se si aggiungesse la Polonia, paese numericamente simile alla Spagna? O se lo facesse Islanda? O il Portogallo? Allora il conflitto politico sarebbe sovranazionale.

L'esperto in diplomazia internazionale Albert Pont spiega: "Un’indipendenza non è altro che una sostituzione di uno Stato con un altro nella responsabilità internazionale di un territorio e nei suoi rapporti internazionali." Cioè, per la Catalogna essere indipendente significa che gli altri Stati del mondo non riconoscono più il governo spagnolo come un valido interlocutore quando si tratta di parlare di affari riguardanti il territorio catalano e passano a riconoscere il governo catalano come responsabile di quel pezzo di territorio. Punto.

"Se la Catalogna ottenesse l’indipendenza attraverso una DUI, o anche mediante una secessione negoziata come in Scozia, sarebbe esclusa dall’UE come ogni nuovo stato. Gli oltre 50 trattati di associazione dell’UE immediatamente sarebbero inapplicabili, incrementando i costi di esportazione...", pronosticava Margallo da Barcellona. In breve, ha chiarito che lo Stato spagnolo riconoscerebbe il nuovo Stato catalano. Ma, quando glielo abbiamo chiesto, ha negato categoricamente: "Gli articoli 1 e 2 della Costituzione dicono che la sovranità risiede nella totalità del popolo spagnolo. Cioè, ogni spagnolo è titolare di ogni centimetro quadro dello Stato."

Secondo Pont, nel momento in cui la Catalogna si proclamerà indipendente, "sarà fondamentale che nelle prime ore si ottengano ina ventina di riconoscimenti. La Spagna può chiedere alla Francia che non ci riconosca, certo. Ma quale influenza ha sull’America Latina, sull’Africa..?", riflette.

Di fatto, il consigliere di Stato francese Yves Gounin ha una nitida opinione su quello che succederebbe in questo impasse: "Alla fine ci sarà una doppia trattativa. Una, bilaterale, tra i catalani e i castigliani. E, dall’altra parte, trattative multilaterali a 28 o 29, con gli stati europei, la Commissione ed il Parlamento Europeo. Bisogna entrare in una visione ragionevole."

Per Pont è chiaro che, politicamente, lo Stato spagnolo può fare ben poco nel processo catalano. "Nel momento in cui la Catalogna si proclamerà indipendente, comincerà a ricevere riconoscimenti e con quei primi stati il governo catalano avrà un rapporto alla pari", pronostica.

Per frenare questa situazione, Pont vede soltanto una possibilità: "Il Ministro Margallo deve chiedersi se è disposto a mettere sul tavolo 20.000 morti. L'unica soluzione di cui dispone è questa. Sono disposti ad arrivare fino alla fine? E allora si che sarà un problema internazionale...."

Margallo, formatosi ad Harvard, con dei modi squisiti, non parla neanche di questa possibilità. Trovandosi nella “Casa Asia” di Barcellona, è consapevole che il sudoku è piuttosto complicato, al di là dei rapporti apocalittici che ha presentato il suo ministero. Ripete la litania che l’indipendenza della Catalogna è contraria alla Costituzione spagnola, ma non chiarisce cosa succederà nelle ore successive alla dichiarazione d’indipendenza. 

Probabilmente perchè nemmeno lui è capace di prevederne gli sviluppi. "La Spagna non ha la capacità di minacciare la comunità internazionale", ha sentenziato Pont.




Leggi di più »

sabato 12 aprile 2014

Il riconoscimento del 'The New York Times'



Il giornale nordamericano 'The New York Times' ha assicurato ieri nel suo editoriale che la Catalogna il Quebec e la Scozia "hanno dimostrato che esistono forme legittime di rivendicare" il proprio diritto a decidere. Non certo come la Crimea, che l’altro ieri ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza. 


Per questo motivo, il giornale chiede delle sanzioni per il presidente russo, Vladimir Putin, per il suo ruolo interventista nel conflitto ucraino. Il sostegno del 'The New York Times' al modo in cui stiamo facendo le cose in Catalogna è un fatto rilevante, che mette in evidenza che la rivendicazione sovranista catalana comincia ad essere capita. 


Si tratta anche di un duro colpo alla strategia del ministro degli Affari Esteri, José Manuel García Margallo, che aveva tentato di equiparare la Catalogna con la situazione in Crimea, nel tentativo di difendere l’unità spagnola. Il nostro modo non è quello delle antiche repubbliche sovietiche ma quello della Scozia e del Quebec.


Peccato che la Spagna non abbia chiaro che i suoi referenti dovrebbero essere il Regno Unito ed il Canada.





Editoriale - 13/03/2014 – El singular digital.cat
 

Leggi di più »

mercoledì 9 aprile 2014

Quattro concetti basilari di diritto costituzionale, come quelli che si imparano all’Università alle prime battute.

La Costituzione è democratica, e sorge dal popolo. Ciò significa che il popolo l’ha votata. Ma di quale popolo stiamo parlando? Ma si, di quei cittadini che dopo quasi quarant’anni di dittatura franchista dove i diritti fondamentali erano violati a destra e a manca, videro una scintilla di speranza nella Magna Carta. E chi non l’avrebbe votata allora? Evidentemente, trent’anni dopo sicuramente più di uno non la voterebbe più di certo! Inoltre, “democratica” significa che il potere risiede nella nazione, nel popolo. E allora, come si capisce, all’interno di questa presunta costituzionalità, che il popolo catalano non possa potare a termine una consultazione per decidere sul proprio futuro?
La Costituzione è stata sottoscritta. Cioè, fu il bel frutto di un accordo tra tutte le forze politiche del momento, di quel preciso momento. Forze con eredità franchiste, con vincoli falangisti e reminiscenze di un regime senza diritti. Possiamo chiamarlo sottoscrizione?
La Costituzione è incompleta. Caratteristica che permette di svilupparla e arricchirla a posteriori con altre leggi. Leggi che devono rispettarla (ovviamente?). Ma con i tempi che corrono, il Tribunale Costituzionale suo massimo interprete, che decide la presunta costituzionalità delle leggi, ha perso ogni indipendenza (o quanto meno, quella parvenza di indipendenza che aveva avuto nell’era democratica). E quindi, come possiamo essere sicuri che tutte le leggi che completano la Costituzione siano legali e costituzionali? E ancora, se supponiamo che tutte sono assolutamente costituzionali, mi chiedo perchè la legge sulle consultazioni del Parlamento della Catalogna non lo è!
La Costituzione è deliberatamente ambigua per renderla adattabile al passo dei tempi. Veramente accade questo? Gli anni passano, le realtà sono diverse ma lei resta statica e ancorata ai tempi ancestrali, ricordando e rappresentando più una dittatura arcaica che una democrazia moderna. Forse l’ambiguità sta nel fatto che i poteri politici la interpretano come pare e piace.
La Costituzione è rigida, il che vuol dire che dispone di meccanismi complicati di revisione e che, pertanto, si rende difficile modificarla. Per questa connotazione fu previsto che fosse ambigua. Se teniamo conto che non è fattibile nemmeno che, con gli anni, essa possa adattarsi alle nuove realtà sociali, a questo punto direi che non serve a nulla.
Questa è la Costituzione dell’era democratica, la stessa che permette che un magistrato del Tribunale Costituzionale sia stato militante, mentre era in carica, nelle file del PP (ricordiamo che questo tribunale è il massimo interprete della Costituzione). O quella che permette che il castigliano (la lingua dell’“impero”) diventi veicolare nelle scuole di tutto il territorio nazionale imponendosi sopra le altre lingue costituzionalmente riconosciute, violando cosí il principio costituzionale di co-officialità. Senza dimenticare il fatto che lascia che dei politici corrotti restino liberi impunemente e mantengano le loro cariche pubbliche dopo aver distratto fondi pubblici e altre appropriazioni indebite (diciamo rubato). E non possiamo neanche dimenticare la famiglia reale, che risulta impunita da scandali innominabili! O, addirittura, è quella costituzione che non fa niente di fronte a dei ripetuti atti fascisti o nazisti in pieno secolo XXI. Sissignori, questo è democrazia allo stato puro!
E io mi chiedo, è questa la norma che non permette al popolo catalano di esercitare il diritto a decidere, di votare? Il diritto al suffragio universale, libero, diretto, uguale e segreto è uno dei pilastri basilari di qualsiasi democrazia, no? E la stessa Costituzione lo contempla come un principio cardine. E allora, per quale motivo il referendum del 9 novembre è presuntamente illegale e non può essere effetttuato?
Dunque, la Costituzione viene usata ed interpretata secondo la convenienza dei poteri di Madrid. Quando a loro va bene su può violare, voglio dire che la interpretano a modo loro. E quando non interessa, tutto diventa incostituzionale. Curioso, eh?
Risulta che il grido del popolo non è sufficiente a lasciare che la Costituzione sia costituzionale affinchè noi, catalani, possiamo esercitare il nostro diritto all’autodeter-minazione. Una condanna immeritata.
Lasciateci votare!!!


Judit Clarasó
Giurista

Catalano

Leggi di più »

domenica 6 aprile 2014

La maledizione delle euro-disgrazie


Ancora non ho ascoltato una sola argomentazione, dal punto di vista spagnolo,  che sottolinei i vantaggi dei quali disponiamo i catalani per il fatto di appartenere alla Spagna. Nessuno elenca i benefici di essere governati da Madrid o di ricevere dei servizi da parte dell’amministrazione spagnola. Non è chiaro quale “attivo” perderemmo o quale sterlina dovremmo abbandonare.

Quello che ci dicono non è che la Spagna ci apprezza come catalani in quanto tali, ma che lo stato spagnolo si vendicherà di noi in tutti i modi possibili se decidiamo di creare uno Stato Catalano. Che chiuderà le frontiere e che utilizzerà tutta la propria influenza per isolarci internazionalmente. Che se non paghiamo ci impoveriranno ancora di più.
E, a partire da qui, inizia la lista delle euro-disgrazie. Tutto perchè, secondo gli unionisti, i catalani possiamo essere europei solo se accettiamo di essere governati da Madrid. L'euro, lo spazio di libera circolazione di beni e persone, la Politica Agraria Comune... Tutte queste sono decisioni che non potrebbe prendere un ministro spagnolo, ma che –secondo loro- la Spagna ha la capacità di annunciare. Oggi il leader del PSOE nel Parlamento Europeo spiega, in un’intervista al giornale Nació Digital, che la Spagna può mantenere i propri possedimenti africani in Europa ma che invece espellerà i catalani. Una maledizione in tutta regola.

Tutto quanto, un caso di cinismo politico straordinario. Secondo loro, se la Catalogna smette di contribuire alle finanze spagnole, ci taglieranno i fondi europei per gli agricoltori che, ovviamente, non pagano loro. Cioè, dispongono dei soldi dei catalani e di quelli che arrivano dall’Europa... Insomma, può avere un senso essere come loro, ma non rimanere con loro.
Salvador Cot  -  Nacio digital.cat

Leggi di più »

sabato 5 aprile 2014

Il rovescio del discorso della paura

Dal mese di gennaio siamo venuti a conoscenza di una ventina di progetti d’investimento nel mercato catalano da parte di aziende multinazionali, e la cosa suppone una chiara accelerazione in sintonia con gli indicatori che confermano il graduale recupero economico. Il giornale economico Expansión ne ha fatto un bilancio e sottolinea che stanno programmando investimenti in Catalogna le aziende Hutchison, Royal Caribbean, Air China, Urban Outfitters, Schneider Electric, Labco, Emirates e Magneti Marelli.
Questa forte affluenza d’investimenti smentisce uno degli argomenti della paura, che continua a ribadire che il processo sovranista spaventa l’economia.
Questo non è vero, come dimostrano i dati. Quando abbiamo già convocato un referendum sull’indipendenza della Catalogna per il prossimo 9 di novembre, un numero significativo di multinazionali decidono di investire nel paese senza nessun problema.
L'economia non si lascia guidare da discorsi demagogici ma dai dati e dalle prospettive di futuro. E quelle della Catalogna sono buone.

El Singular Digital.Cat

Leggi di più »

mercoledì 2 aprile 2014

Un ex-console britannico istruisce una deputata del PP, sul 'Financial Times'

Il console generale del Regno Unito in Barcellona tra gli anni 2002 e 2005, Geoff Cowling, ha istruito la parlamentare del PP nel congresso spagnolo Cayetana Álvarez de Toledo mediante un articolo sul Financial Times. La parlamentare aveva pubblicato settimana scorsa e sullo stesso giornale un articolo contro il processo sovranista catalano.

Nell’articolo, la parlamentare del PP accusava il governo catalano di distorcere i fatti storici in questo 300 anniversario della caduta della Catalogna alla fine della guerra di successione spagnola. "Bisogna ricordare che la Catalogna era effettivamente una nazione indipendente fino al 1714 . La Catalogna non si unì volontariamente alla Spagna, ma fu barbaramente conquistata", ha replicato il diplomatico.

"La Catalogna fu trattata diversamente durante la guerra civile spagnola. Barcellona fu bombardata dall’aviazione ribelle di Franco, ammazzando 1.300 persone. Il presidente eletto della Catalogna Lluís Companys fu costretto a fuggire in Francia. Catturato, estradato e, successivamente, fucilato da Franco nel Castello di Montjuïch. Non sono mai state chieste scuse nè offerta assoluzione postuma", recrimina Cowling.

Il diplomatico ricorda la Via Catalana dello scorso 11 settembre, per affermare che il movimento per l’indipendenza è “profondamente radicato nella società catalana", e che è stato “spalleggiato dal disprezzo di Madrid".

Critica che nell’articolo di settimana scorsa la Catalogna fosse etichettata come una regione. "E’ una nazione, come si definisce nello Statuto”, ha risposto. Trova fuori luogo che i popoli scozzese e catalano siano chiamati "tribu". Dice che l’aver dato loro questo nome "trasuda da una mente colonialista".

E non finisce qui. Cita l'ONU per ratificare i diritti delle nazioni. "Tutti i popoli hanno il diritto della libera determinazione”. In virtù di questo diritto determinano liberamente la propria condizione politica e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale".

Infine, chiede al governo spagnolo di non temere la democrazia e di seguire la scia del Regno Unito: "La democrazia non è temuta nel Regno Unito. La democrazia non deve essere temuta nemmeno in Spagna".

EL SINGULAR DIGITAL - Lluís Goñalons

Leggi di più »

martedì 1 aprile 2014

Non invitano più gli spagnoli

Mariano Rajoy è stato costretto a parlare di Catalogna mentre si  trovava ad Ankara. Dovrà farsi una ragione, perchè la internazionalizzazione del processo catalano è intensa ed irreversibile, fino al punto che l'Institut Français des Relations Internationales, il principale think tank francese su politica estera, organizza delle “giornate” sulla possibile apparizione sulla scena di uno Stato Catalano. Con una struttura interessante: ci hanno parlato un giornalista francese, un europarlamentare scozzese, due specialisti belgi ed un europarlamentare catalano...... ma nessuno spagnolo.
Il rifiuto a dibattere in un conflitto non offre vantaggi. Per questo la posizione spagnola è sempre più incomprensibile e, pertanto, più difficile da sostenere. La diplomazia spagnola non ha altro argomento che la Costituzione del 1978  e si limita ad applicare tutta la pressione che possa riuscire ad applicare uno stato immerso in una profonda crisi economica e con le più alte istituzioni marce dalla corruzione ed il discredito. "L’argomento interessa", diceva ieri a Bruxelles Marc Hecker, viceredattore capo della rivista Politique étrangère.
Nel frattempo, in Turchia, Rajoy insisteva nel NO permanente al dialogo con Artur Mas.

Il NO è la posizione spagnola, cioè, non ha posizione. Soltanto correlazione di forze. E la Spagna da secoli vive di credito.

Salvador Cot
Nació Digital

Leggi di più »