giovedì 12 dicembre 2013

Gallardón «garantisce» che il referèndum non si fará











Il ministro spagnolo di Giustizia, Alberto Ruiz Gallardón del Partito Popolare, ha "garantito" di non permettere che sia fatta la consulta sull’indipendenza della Catalogna, accordata oggi dai partiti che stanno per l’autodeterminazione in una riunione tenuta al Palazzo della Generalitat.






"É una tentativa di violentare la Costituzione, contro i diritti fondamentali degli spagnoli”, ha assicurato.






La consulta "non si farà", ha detto, ricordando che la Costituzione non autorizza nessuna comunitá autónoma a sottoporre a referèndum cuestioni che riguardino la sovranitá spagnola, sulla quale lui pensa che devono esprimersi tutti i cittadini spagnoli.

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La maggioranza (minoranza) silenziosa si è riversata in strada

Sabato scorso 12 ottobre gli unionisti spagnoli hanno avuto la loro opportunità di dimostrare al mondo che in Catalogna esiste una maggioranza silenziosa che chiede l’unità della nazione spagnola e, guarda caso, a conti fatti risulta che la maggioranza non è più una maggioranza ma ha finito per diventare una ridicola minoranza fascista.
Sebbene ieri gli organizzatori osassero affermare che il numero dei partecipanti era pari a 500.000 persone, oggi si sono visti obbligati a ridurlo a 160.000, ciò nonostante la Delegazione del governo spagnolo con sede a Barcellona ha parlato di un totale di 105.000 persone. Se confrontiamo questa cifra con gli oltre 2.000.000 di partecipanti della Via Catalana, credo che si possa affermare senza remore che la maggioranza ha messo in chiaro ogni cosa lo scorso 11 settembre.
Non solo, tenuto conto del fatto che sono arrivati pullman da tutta la Spagna, la maggioranza silenziosa che secondo alcuni esiste in Catalogna ieri a Barcellona brillava per la sua assenza.
La maggioranza silenziosa non è altro che una minoranza fascista d’estrema destra che in pieno XXI secolo non esita a passeggiare per Barcellona con bandiere della Falange spagnola.
Non c’è dubbio, questa sì che è una vera democrazia.

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lunedì 9 dicembre 2013

L’intervento militare in Catalogna


Il Ministro della Difesa smentisce che un Tenente Colonnello dell’Esercito Spagnolo abbia scritto su Twitter che l’intervento militare in Catalogna sia già pronto.

Un militare spagnolo, il Tenente Colonnello Patricia Ortega, avrebbe pubblicato oggi sulla sua pagina di Twitter che “nel caso che la Catalogna provochi problemi, l’intervento militare è assicurato”, “la Catalogna sarebbe occupata militarmente in meno di due giorni e l’autonomia sospesa” ha scritto e anche “ che l’esercito spagnolo ha già una flotta preparata nel Meditteraneo per qualunque eventualità”.

Per il momento il suo account, @6982156 è stato sospeso dalle ore 17,15.

Il Ministro della Difesa ha dichiarato anche a mezzo Twitter: “ Le dichiarazioni pubblicate su @6982156 non corrispondono alla verità e non hanno niente da vedere con Patricia Ortega, nè con il Ministero della Difesa nè con le FAS.”

Patricia Ortega è stata la prima donna ad entrare nell’Esercito Spagnolo nel 1988.

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domenica 8 dicembre 2013

Brevissima riflessione sulla finanza publica catalana e su come cominciare



L’idea di costruire uno Stato proprio, obbliga necessariamente ad avere una Finanza propria. Credo che questo lo capiscano tutti.

D’altra parte, non siamo coscienti delle enormi difficoltà che suppone il mettere in pratica quelle misure che permettono di raggiungere quest’obiettivo. Sono difficoltà di ordine tecnico, operativo, di bilancio e, non dimentichiamolo, difficoltà derivanti dal dover lavorare in un ambiente legale ostile che tenterà, con tutti i mezzi possibili, di mettere i bastoni tra le ruote necessari per ostacolare o rallentare questo processo che, di conseguenza, ritarderà anche la creazione di uno stato proprio.

La società catalana ha dimostrato in parecchie occasioni una ferma volontà di spingere il proceso verso lo Stato proprio e, quindi, adesso si potrebbe accelerare la creazione di questa finanza propria.

La ‘Agencia Estatal de la Administración Tributaria’ spagnola (AEAT) ha fatto un grande sforzo negli ultimi anni per gestire le imposte statali in forma telematica. Gli imprenditori, quasi nella loro totalità, presentano le dichiarazioni sull’IVA, Ritenute, Imposte di Società, in forma telematica. Anche i privati lo fanno con il ‘Programma PADRE’ quando preparano la propria dichiarazione dei redditi.

In pratica, si tratta di approfittare di un’informazione che esiste già e di saperla gestire.

Queste comunicazioni d’imposte in forma telematica si fanno seguendo dei parametri prestabiliti che permettono di alimentare il database di cui dispone l’AEAT. Questi formati di registro non sono nè segreti nè criptati. Di fatto, sono totalmente pubblici e si possono trovare nel sito web dell’AEAT:
 Una piccola squadra di informatici non avrebbe nessuna difficoltà e non tarderebbe molto nel creare un database che possa assorbire questi file. Di fatto, i file sarebbero già prevalidati dall’AEAT in quanto se il contribuente li ha presentati all’AEAT e li ha accettati, li potrebbe presentare all’ATC (Agenzia Tributaria di Catalogna) con una semplice procedura addizionale.

La mia idea è, dunque, di chiedere ai contribuenti che lo desiderano, di trasmettere questi file all’ATC periodicamente la quale, in questo modo, potrà ricevere informazione reale ed attuale dei contribuenti catalani che vorranno comunicarla per dare inizio alla costruzione della Finanza propria.


L’informazione tributaria è un’informazione sensibile e, in certi casi, sottomessa alla Legge sulla Privacy.
L’idea, per spiegarlo semplicemente, sarebbe che i contribuenti consegnassero in busta chiusa la propria informazione fiscale all’ATC.

A livello informatico è perfettamente possibile creare questa procedura. I file trasmessi dai catalani restano criptati quando sono presentat e la chiave di decriptazione si deposita davanti ad un notaio che la trasmette all’ATC affincè possa disporne, se lo vuole. Il resto (la gestione dell’informazione) appartiene all’ATC.

Penso che questa proposta possa avere successo nella società catalana. Lo credo perchè l’ho sperimentato nella mia professione.

Ho chiesto a molti contribuenti, imprenditori e privati, se sarebbero d’accordo a presentare le imposte in Catalogna. Molti sono reticenti o hanno paura di pagare direttamente all’ATC (multe, sanzioni, ecc...) ma nessuno ha avuto problemi nel dire che, se potesse e con grande piacere, presenterebbe una copia della loro dichiarazione al Governo della Catalogna.


Di fatto, questa idea si base nel seguente principio: SE LO DICI ALLA SPAGNA, PERCHÈ NON LO DICI ALLA CATALOGNA?


O, se preferite:  SE LA SPAGNA LO SA, PERCHÈ NON DOVREBBE SAPERLO LA CATALOGNA?

Questo permette a tutti quelli che non devono pagare perchè hanno dichiarazioni negative (con rimborso) o quelli che non osano pagare le imposte statali all’ATC, di aderire al processo senza infrangere la legge o senza dover far fronte a delle multe e sanzioni da parte dell’AEAT, siano essi privati o imprenditori.

La gestione di questa informazione sarà un problema o una volontà del nostro Governo, se e quando deciderà di farla.

In ogni caso,questo darebbe una spinta importante alla creazione di una Finanza propria.

Albert Sagués.
Economista.

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sabato 7 dicembre 2013

Com distinguere il dialogo da una presa per i fondelli

Così tanto a favore, ma tanto, ma così assolutamente difensore del dialogo, che considero offensivo il nominare dialogo una cosa che non lo è.


Chi difende il dialogo, chi lo ama, chi lo trova primordiale, essenziale, chi ne fa una bandiera e lo prende seriamente deve irritarsi per forza quando qualcuno si riempie la bocca del concetto per dire invece il contrario. O quando qualcuno vuole imporre argomenti e vietarne altri. O dimentacare da dove proviene la trattativa, eliminare i precedenti della conversazione, cominciare da dove conviene ed ignorare quello che non interesa.


Mas aveva chiesto di dialogare sul patto fiscale e in quei tentativi -frustrati- di dialogo avvisò che se non si facevano passi avanti in quel senso avrebbe intrapreso la strada dello stato proprio. E dopo, indisse elezioni con la promessa ferma di andare avanti in quel senso ed assunse un mandato chiarissimo con questa tabella di marcia. E non altre. E adesso, ovviamente, chiede di dialogare sulla consultazione. Come aveva avvertito.


Quando qualcuno risponde: d’accordo a dialogare ma con la condizione di ritirare l’idea della consultazione, non si fa un’offerta di dialogo, ma ci prendono per i fondelli. Proporre questo è ammettere che non hanno ascoltato nulla da mesi. E’ una mancanza di rispetto all’interlocutore dell’altra parte.


Bisognerà essere molto accurati con il linguaggio. Non dovremo prendere sul serio chi crede di poter appropriarsi delle parole per manipolare i fatti. Ogni passo rimane scritto, c’è la memoria, tutto rimane registrato premiando i coerenti, sottolineando le giravolte, denunciando i bari.


Il dialogo si difende dialogando davvero, non riempiendosene la bocca senza praticarlo.

CARLES CAPDEVILA - 29/10/2013 – ara.cat







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venerdì 6 dicembre 2013

«Rimanere nello Stato spagnolo comporta anche le sue conseguenze»



L’uscita dall’Unione Europea di una Catalogna indipendente ha monopolizzato una parte del dibattito di questa settimana. Dopo la scorsa “Diada”, siamo in una nuova fase del dibattito?

A nostro parere, stiamo entrando nella fase finale. Si tratta di qualcosa che avevamo previsto mesi fa. Adesso non ci sono dubbi sul fatto che la consultazione si farà, o una votazione. Quello che si sta scatenando adesso è una fase di forti tensioni tra la Catalogna e lo Stato spagnolo, con l’intensificazione della campagna della paura.

La paura, ad esempio, alla non appartenenza all’UE?

Dal “Circolo Catalano di Affari” (Cercle Català de Negocis) ci siamo chiesti sugli argomenti che si stanno utilizzando per continuare in Spagna, e gli unici che abbiamo trovato sono la paura ed i vincoli familiari e sentimentali. Nella precedente campagna della paura, dopo l’undici settembre 2012, si agitò lo spettro delle pensioni non pagate. E’ ormai assodato che era un argomento falso.

Adesso si tratta dell’Unione Europea. E’ innegabile che uno Stato che oggi esiste e ieri no, ha un ‘punto zero’. Fosse anche solo per un istante, quello Stato non sarà un membro dell’UE.

Ma in nessun punto del Trattato dell’UE se ne parla (sarà dentro o fuori?). Dipenderà dal fatto che si tratti di una separazione, dove le due unità hanno lo stesso trattamento, oppure di una segregazione.

Tutto sembra indicare che, da parte dello Stato spagnolo, sarà la seconda opzione. Per cui allora si rimane fuori?

Guardate: tutte le dichiarazioni istituzionali dell’UE di questi ultimi giorni possono essere spiegate con le pressioni ricevute dallo Stato spagnolo. Ma, quando arriverà il momento, l’UE farà una legge “ad hoc” per il caso catalano. Nel caso della Slovenia, per esempio, sia l’UE che i principali paesi dell’Unione ripetevano continuamente che non avrebbero riconosciuto la Slovenia indipendente. Ma, come ben sapete, ciò non accadde.

Il Governo spagnolo ha detto che porrà il veto per sempre all’ingresso di uno Stato catalano nell’UE.

Ancora gli argomenti della paura. Se l’indipendenza della Catalogna avviene a partire da una segregazione, ciò significa che lo Stato spagnolo non riconosce lo Stato catalano. Ma significa anche che lo Stato catalano non sarà obbligato a pagare il debito contratto dallo Stato spagnolo.

Insomma, se non c’è accordo, la Catalogna non pagherà neanche un centesimo di un debito firmato dallo Stato spagnolo. Non vi pare?

Sí. Ma a nessuno sfugge che, senza i catalani, la Spagna non può pagare il debito. Per cui, il buon senso dice che, alla fine, con la pressione delle urne, dovrà trattare.

Il buon senso non è una tradizione in Spagna. Sapete: «Meglio l’onore senza le navi che le navi senza l’onore».

Probabilmente la Spagna oggi continua ad agire con la stessa mentalità, certamente. Ma... chi comanda oggi nello Stato spagnolo? Con un atteggiamento così, addio al credito internazionale. Lo Stato spagnolo fallirebbe automaticamente e la Catalogna tratterebbe sullo stesso piano di uguaglianza con l’Europa. E non dico che ciò non possa accadere, ma è il fatto meno probabile.

Ma, immaginiamo la peggiore delle ipotesi. Non siamo nell’UE e non ci lasciano entrare. Cosa sucede alla nostra economia?

Succede che, a livello economico, essere o non essere dentro l’UE non è così importante. Quello che è più condizionante è l’euro e l’adozione di una moneta è una scelta assolutamente libera per uno stato.

E cosa succede con lo spazio Schengen per la libera circolazione delle persone e delle merci?

Non esiste alcun trattato che dica che, dopo l’indipendenza, dobbiamo rimanere fuori dallo spazio Schengen. Ma, anche se fosse, per entrare in esso non c’è bisogno di maggioranze assolute. Alla fine, la domanda che dobbiamo farci è: perchè si è costituita l’UE? Per avere un mercato più vasto. Per quale motivo dovrebbe prescindere di un mercato così importante come quello catalano? Questo va contro natura. Mettere tasse doganali, come proclamano alcuni con il discorso della paura, è antinaturale.

I promotori di BCN World non hanno parlato nè di euro nè di Schengen, ma dell’UE. Rimanere fuori è la loro linea rossa, il limite.

Bisogna ascoltare bene le dichiarazioni che ha fatto il Sig. Xavier Adserà, perchè lui dice precisamente che non è concepibile che la Catalogna esca dall’UE, non quello che hanno scritto i titolari dei giornali. E se gli investitori internazionali avessero paura dell’indipendenza della Catalogna, non saremmo (come siamo adesso) la seconda regione europea con più investimenti stranieri.

Il Cercle Català de Negocis è formato da piccole e medie imprese, dirigenti e professionisti. Le grandi imprese non si sono pronunciate su questo “processo”. Come interpretare questo silenzio?

Vero. Noi gestiamo numerosi studi. I sondaggi che sono stati fatti agli imprenditori, disegnano una maggioranza per l’indipendenza tra le piccole e medie imprese con una piccola minoranza che vuole rimanere così com’è. Sulle grandi imprese non lo sappiamo, perchè non si sono pronunciate. Ma abbiamo alcune tracce, come le dichiarazione del Sig. Joaquim Gay de Montellà [presidente della Confindustria “Foment del Treball Nacional”, che dipende dalla CEOE], il quale disse che bisognerà rispettare quello che deciderà la maggioranza.

Ma “Foment” non ha aderito al Patto Nazionale per il Diritto a Decidere.

Vedremo adesso. Non sfugge a nessuno che Foment, che è nella CEOE, riceve molte pressioni da determinate imprese spagnole, che formano una lobby.

Pochi anni fa, gli indipendentisti erano un gruppo relativamente piccolo. Quale ruolo ha avuto la ragione in questo salto sociologico? Si può essere indipendentista senza essere nazionalista?

Il salto che descrivete è dovuto soprattutto a una questione economica. Molti, quando hanno capito lo espolio fiscale subito, sono diventati indipendentisti e vedono l’indipendenza con pragmatismo. Ma adesso, nella fase che attraversiamo, gli argomenti non saranno più razionali ma emozionali.

La paura citata prima?

Si, ma questa paura non va solo in una direzione. Perchè rimanere nello Stato spagnolo ha anche delle gravi conseguenze. Decidere per la rimanenza nello Stato spagnolo significa restare nel peggior paese dell’Europa in disoccupazione. Esiste solo uno Stato nell’UE con un 27% di disoccupazione: la Spagna. E questo può provocare paura. Anche questo è da valutare.

C’è chi parla di dialogo. Oltre alla paura, potrebbe arrivare un’offerta in forma di accordo economico. Arriverebbe in tempo?

Si, una parte della popolazione potrebbe cedere davanti a una proposta del genere. Ma, in ogni caso, devono farla questa offerta e allora decideremo. Mi auguro che la grande maggioranza della gente non ci creda. Ma anche in questo caso, rimarremmo nel peggior Stato dell’UE. Di fronte a questo, noi proponiamo un progetto carico di speranza, qualcosa di completamente nuovo. Come fummo capaci di fare non solo dei Giochi Olimpici al primo colpo, ma i migliori Giochi della storia, adesso saremo capaci di fare questo. Dobbiamo infondere illusione per fare un nuovo paese e lavorare con sforzo per renderlo il miglior paese del mondo.

E’ la speranza di fronte alla decadenza.






Joan Canadell 
CCN – Cercle Català de Negocis
 
 
 
 
 
 







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martedì 3 dicembre 2013

“Assieme costruiremo un nuovo paese"


In mezzo alla violenza e ai piani d’azione per bruciare “bandiere stellate” e occupare Barcellona il prossimo 12 ottobre, è nata “Súmate” (Unisciti a noi), la nuova piattaforma in castigliano che si dichiara favorevole all’indipendenza della Catalogna. Si tratta di un’associazione senza fini di lucro, non faziosa, formata da cittadini e da enti civici e sociali, il cui obiettivo è estendere il dibattito sociale e politico apertosi in Catalogna sul suo futuro come popolo.

"Súmate" intende dimostrare che è possibile consolidare i vincoli familiari e personali con la Spagna e, al contempo, puntare su uno Stato indipendente in Catalogna.

Come dichiara il manifesto di creazione dell’associazione:

“Abbiamo diritto a decidere che futuro vogliamo e siamo convinti che tutti i catalani trarranno beneficio da uno stato indipendente”

Questa nuova entità ha reso pubblico il proprio video promozionale, in cui dei cittadini non nati in Catalogna, o la cui lingua materna è il castigliano, si dichiarano a favore dell’indipendenza per garantire "un futuro migliore" per i propri figli.

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Le due fallacie



Nació Digital.cat – Laia Balcells 

Nel corso di questi ultimi mesi si sono diffuse due fallacie negli ambienti anti-indipendentisti. Queste nascono in tempi lontani e non rappresentano nessuna novità, nemmeno quando sono formulate con grande abilità narrativa, da scrittori di successo e pluri-premiati. Pertanto, non è difficile smontarle con un minimo di conoscenze storiche e sociologiche, oltre a una bella dose di buon senso. 

Una prima fallacia è che il sovranismo è frutto della manipolazione delle élites, che riescono ad addottrinare i bambini attraverso la scuola, i grandi mediante la televisione e gli altri non si sa con quali altri metodi segreti. In questo primo inganno ci sono due errori fondamentali. Il primo è di credere che la cittadinanza sia completamente malleabile e senza criterio proprio; il secondo è di pensare che i partiti sovranisti abbiano capacità di manipolazione mentre gli altri non hanno strumenti alla loro portata per formulare discorsi favorevoli alle proprie tesi. Il principale problema di questa teoria non è tanto quello di credere che i partiti manipolano quanto di considerare che alcuni partiti lo fanno più di altri. 

La vera ragione della vittoria del discorso sovranista non è la capacità erestetica di CiU, ERC o delle CUP, ma è la realtà dei fatti che ha portato la maggioranza della gente a sentire questo discorso come più credibile e desiderabile. Allo stesso modo che, dieci anni fa, prevalevano le tesi federaliste ed il sovranismo era relegato alla marginalità, il fallimento del modello federale spagnolo (reso palese con la sentenza del Tribunale Costituzionale del 2010) ha fatto diventare il secondo discorso più riuscito del primo. 

Una seconda fallacia è che il nazionalismo catalano è una questione borghese. Questa è stata addobbata da diversi storici, sociologi e politologi da moltissime decadi ed è derivata in discorsi surrealistici come quelli che i castigliano-parlanti sono marginati in Catalogna. Questo approccio è forse più facilmente esportabile in quanto disegna una minoranza castigliano-parlante all’interno della Catalogna come vittima ed è coperto da una certa catalanofobia ed una percezione caricaturesca dei catalani come commercianti avari ed etnocentrici. Questa tesi è legata alla spirale di silenzio che porterebbe ad una sorta di "totalitarismo soft" dove le classi lavoratrici non osano rivelare le proprie preferenze per la paura generata dai malvagi commercianti e dal pensiero unico. Tutto quanto ottimo per farne un romanzo ma, difficilmente credibile se si ha una certa conoscenza della realtà locale ed è facilmente smontabile con un’analisi rigorosa dei dati. Esperti come Francesc Amat, Jordi Muñoz, Lluís Orriols o Ivan Serrano, ad esempio, hanno mostrato in diversi articoli scientifici e divulgativi come l’aumento delle preferenze sovraniste degli ultimi mesi è avvenuto in forma trasversale. Malgrado ci sia una relativa maggiore presenza del sovranismo tra la classe media, le preferenze per l’indipendenza sono sempre più presenti in tutte le classi sociali, categorie di rendita e di età. Vale a dire que questi risultati si mantengono consultando i sondaggi CEO, quelli CIS o le agenzie di sondaggi private con sede a Madrid. Pertanto, non sono compatibili con la teoria di una sorta di Stasi catalana che altera i risultati dei sondaggi in favore del sovranismo. 


E’ comprensibile che quelli che sono contro l’indipendenza vogliano utilizzare discorsi che, finora, erano apparsi fruttiferi nel difendere la loro idea fuori dalla Catalogna. In fin dei conti, i loro principali alleati sono fuori dalla Catalogna. Tuttavia, le fallacie finiscono per essere scoperte. Inoltre, sebbene nello Stato spagnolo questi discorsi riscuotono ancora successo, all’estero non si comprendono tanto facilmente. Infatti, dall’estero la Spagna viene percepita sempre più come un paese immerso in una profonda crisi economica, politica ed istituzionale e l’indipendenza della Catalogna è vista come qualcosa di meno improbabile. Quelli che sono contro l’indipendenza farebbero bene, quindi, ad abbandonare delle vecchie fallacie e a generare nuovi messaggi un poco più compatibili con la realtà vissuta in Catalogna. La storia ci dimostra che, alla fine, il delirio si paga molto caro.

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lunedì 2 dicembre 2013

Due mesi decisivi









I mesi di novembre e dicembre saranno decisivi per il processo sovranista che sta vivendo la Catalogna. Entro il 31 dicembre si renderanno pubbliche la domanda e la data della consultazione sull’indipendenza, così come hanno concordato i partiti CiU, ERC, ICV e la CUP.

A partire da quel momento sarà reso formalmente evidente se il governo spagnolo accetta un referendum “alla scozzese” per la Catalogna, cioè, in accordo con lo Stato. La questione potrebbe essere sigillata da un voto chiarificatore al Congresso.

Se questa opzione verrà scartata, allora andremo ad una convocazione del governo catalano mediante la legge delle consultazioni, per la quale non è necessario alcun patto formale con il governo spagnolo ma soltanto richiede che “lasci fare”. In altre parole, è sufficiente che la Moncloa non porti la legge al Tribunale Costituzionale chiedendone la sospensione cautelare.

Ma se Mariano Rajoy segue i dettami della FAES (fondazione e laboratorio di idee di destra) e butta giù questa possibilità di dialogo, allora soltanto rimane per la Catalogna la strada delle elezioni plebiscitarie ed una posteriore dichiarazione unilaterale d'indipendenza, come aveva avvertito pochi giorni fa l’on. Josep Antoni Duran nel Congresso dei Deputati spagnolo.

Tutto questo verrà definito nel 2014, prendendo il via in questi mesi di novembre e dicembre.

Editorial- El Singular Digital - 25/10/2013

 

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domenica 1 dicembre 2013

A chi dobbiamo esigere?

Pere Navarro (leader del partito socialista catalano - PSC) dice che dobbiamo seguire il modello del Canada o della Gran Bretagna, luoghi dove è stata concordata una convocazione per un referendum sull’indipendenza con le condizioni che lo avrebbero reso valido. Partendo, e ciò Navarro non lo dice, dal riconoscimento che questi due stati hanno fatto del diritto del Quebec e della Scozia di diventare stati indipendenti.
Curiosamente, però, Pere Navarro non esige al governo spagnolo che agisca come agirono i governi e le istituzioni del Canada o della Gran Bretagna. Lui esige unicamente al parlamento catalano ed al governo della Catalogna. Sorprendente. O, piuttosto, significativo.
Perchè se Navarro vuole un referendum concordato con lo stato, lo deve esigere allo stato, in quanto lo stato è l’unico che dice no, e dice di no a tutto. Nessun partito catalano si oppone al fatto che il referendum sia concordato. Perchè, dunque, il primo segretario del PSC non si rivolge alla sede appropriata? Perchè non fa pressione sullo stato spagnolo per una riforma costituzionale che permetta ad una comunità autonoma, in forma legale, di scegliere sull’indipendenza?
Più facile ancora: perchè non chiede al PSOE di dichiarare pubblica e solennemente che, se dovesse tornare a governare, accetterà che la Catalogna possa fare il referendum tanto agognato?
La domanda è, ovviamente, retorica, perchè la risposta è molto semplice e chiara: Navarro non vuole il referendum. Peggio: le hanno ordinato che non voglia il referendum e lui obbedisce. Come fanno quelli che, per mestiere, servono un padrone.

Vicent Partal - 19.11.2013 - Vilaweb

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