martedì 17 settembre 2013

Il “Toro de la Vega”, il dolore che provoca piacere


Sarà il 17 settembre. A Tordesillas, un paese spagnolo, ammazzeranno a colpi di lancia un toro. La vittima è già stata prescelta, si chiama Langosto. L’evento viene chiamato “El Toro de la Vega” e conta con il supporto dei due grandi partiti spagnoli, PP i PSOE.
Durante un’ora, centiania di spagnoli armati con lance rincorreranno l’animale infierendo le loro armi con l’intento di dissanguarlo lentamente. Più di mezzo migliaio di spagnoli inseguiranno il toro a cavallo, ed altre centinaia lo faranno a piedi. Ufficialmente il toro potrebbe essere indultato se riesce a superare alcuni limiti pressochè impossibili. Addirittura, l’anno scorso, la bestia superò questi limiti e due individui continuarono a perseguitarlo senza  ammazzarlo. Gli assassini non rispettano nemmeno le proprie regole autoimposte.
Tra queste regole esiste il divieto di infierire la lancia allo scopo di procurare una morte immediata, mentre bisogna ferirlo procurandogli il più possibile dolore. Un’altra regola è quella che il “vincitore” potrà tenere la coda ed i testicoli dell’animale. Una volta strappati ambedue vengono infilzati nella lancia del vincitore che innalzerà vittorioso tra le urla della gente.
Non ci sono quasi immagini di questo evento perchè il paese impedisce le registrazioni audiovisive ai giornalisti o privati. E lo fanno con attacchi violenti. Le concentrazioni contro questa pratica aberrante sono state organizzate per la maggior parte da gruppi non spagnoli con l’eccezione onorevole del Partido Animalista (PACMA). Ma, generalmente, in Spagna esiste un grande consenso in favore di questo evento. Nel 2012 si sono raccolte soltanto 71.000 firme contrarie in tutta la Spagna.
Soltanto in Catalogna, per esempio, si raccolsero più di 500.000 firme in favore delle selezioni sportive proprie oppure altre 180.000 per l’abolizione delle corride.
Il “Toro de la Vega” fu dichiarata Festa d’Interesse Turistico dallo stato spagnolo nel 1980. La regione Castiglia l’ha protetta come “Spettacolo tradizionale” nel 1999. I propri corrispondenti stranieri nello stato spagnolo hanno criticato apertamente quello che la Spagna considera una “festa” ma, come dice Martin Dahms del Berliner Zeitung “Vogliamo troppo bene alla Spagna per riuscire a scrivere su questa barbarie”. Tacere su un argomento come questo non è essere imparziale, ma è favoreggiamento di odio e di crudeltà. Per questo bisogna rompere il silenzio. A noi catalani ci risulta sempre più difficile condividere uno stato con esseri umani capaci di queste atrocità.

Jordi Vàzquez
@JordiVazquez
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domenica 15 settembre 2013

Rajoy risponde alla lettera del presidente Mas esigendo «rispetto della cornice giuridica»






Il presidente spagnolo non allude mai direttamente alla consultazione

Il presidente del governo spagnolo, Mariano Rajoy, sabato pomeriggio ha trasmesso al presidente della Generalitat, Artur Mas, la lettera di risposta a quella previamente inviatagli (nel mese di giugno scorso) sollecitando il permesso per organizzare una consultazione sul futuro della Catalogna.

In nessuno dei paragrafi, Rajoy ha rifiutato esplicitamente la consultazione –che menziona soltanto all’inizio del testo. Il mandatario spagnolo offre a Mas "dialogo senza data di scadenza" ma esige "lealtà istituzionale" e rispetto della "cornice giuridica" che "a tutti protegge e vincola", specialmente "a quelli che esercitiamo responsabilità di governo".

Rajoy avverte anche che i vincoli che mantengono uniti i cittadini dello Stato non si possono separare senza "enormi costi affettivi, economici, politici e sociali".

Testo completo della lettera di risposta di Mariano Rajoy a Artur Mas, diffusa anche da Europa Press


Caro President:

In risposta alla Vostra lettera nella quale esponete la necessità di affrontare un processo di trattativa per indire una consultazione in Catalogna, e senza pregiudizio dell’esaustiva analisi che richiede il rapporto giuridico e politico che ci avete inviato posteriormente, manifesto la mia opinione rispetto alle questioni poste.

Sono sempre stato –e credo di averlo dimostrato- una persona compromessa pienamente con il dialogo come modo per risolvere le differenze politiche o di qualsiasi altra indole.

Questo compromesso con il dialogo acquista il suo vero senso dalla esigibile lealtà istituzionale e dal rispetto della cornice giuridica che a tutti protegge e a tutti vincola, specialmente a quelli che esercitiamo delle responsabilità di governo. Da parte mia, il dialogo non ha data di scadenza quando si tratta di dare risposta all’interesse generale degli spagnoli e, quindi, di tutti i catalani.

In questo senso, considero che il miglior servizio alla legittimità democratica da Lei invocata sia precisamente rispettare questa cornice giuridica nella quale i governi trovano il proprio fondamento e legittimità ed i cittadini trovano la garanzia della convivenza e la concordia. Sono convinto della straordinaria rilevanza che la Catalogna ha per l’insieme della Spagna e della ricchezza, pluralità e singolarità della società catalana. Penso, inoltre, che i vincoli che ci tengono uniti non possono essere separati senza enormi costi affettivi, economici, politici e sociali. E naturalemente, voglio anche trasmetterLe la ferma convinzione del mio Governo che dobbiamo lavorare per rafforzare questi vincoli e fuggire dallo scontro. Dobbiamo farlo dalla lealtà reciproca e dalla promozione della corresponsabilità in entrambe direzioni.

Convinto che insieme vinciamo tutti e separati tutti perdiamo, La invito ad esercitare responsabilmente la nostra funzione di governanti democratici con lealtà verso i cittadini e le istituzioni che rappresentiamo in questi momenti di difficoltà economica e sociale che soffre la nostra società.

Dal profondo affetto che sento per la società catalana nel suo insieme ed il rispetto istituzionale alla Generalitat della Catalogna che Lei rappresenta oggi, rimango a disposizione per lavorare congiuntamente ed offrire in questo modo la miglior risposta alle necessità di tutti i cittadini.

Cordialmente,

Mariano Rajoy Brey



Fonte: Nacio Digital

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La Via Baltica vinse la Rivoluzione Cantata








La grande catena umana del 1989 tra Vilnius, Riga e Tallin, la Via Baltica, che oggi stesso compie 24 anni, fu una tappa fondamentale per riavere l’indipendenza della Lituania, Lettonia e Estonia. Così potente che non pochi libri di storia hanno ignorato il vero nome con il quale quei paesi chiamarono la loro rivolta: La Rivoluzione Cantata. L’idea fu promossa dagli attivisti che tra il 1987 e il 1991 – anni culminanti della perestrojka – organizzarono concerti nei quali si cantavano canzoni popolari dimenticate o inni vietati alternandoli ad un repertorio rock, a volte più duro altre più morbido, ispirato a Metallica, Supertramp, Dire Straits, AC/DC e Iron Maiden.

Dietro ai concerti –alcuni ben organizzati e altri improvvisati- si muoveva e si mobilitava una società civile disposta ad approfittare dello sfascio dell'URSS per frenare la “russificazione” imposta dal 1945 e per recuperare le indipendenze sequestrate dal patto tra Stalin e Hitler. Gli attivisti si trovano tra quello che, ancora oggi, nel mondo post-soviètico viene chiamato intellighenzia. Gente istruita -membri di associazioni di scrittori, musicisti o artisti- e compromessa con i diritti umani. Quelli che dal 1975 sfidavano il potere sovietico e osavano raccogliersi sotto le parole della Lettera di Helsinki, firmata e pubblicata controvoglia dal Cremlino nel 1975.

Le riforme democratiche di Gorbaciov tra il 1987 e il 1988, specialmente la glasnost (trasparenza informativa), fecero sorgere nel Baltico centinaia di gruppi denominati “gruppi informali di discussione e dibattito”. Nuclei civici che piano piano si coordinarono fino a creare un ente organizzato, il fronte popolare, al quale si unirono infine i settori più riformisti ed intelligenti del Partito Comunista, coscienti che si trovavano di fronte ad un movimento storico inarrestabile.

Il Fronte Popolare in Lettonia e in Estonia, e il Sajudis (movimento) nella Lituania. Tutti e tre diedero sfornarono nuovi leader sociali e politici -una miscela di nazionalisti, liberali e socialdemocratici- che approfittarono delle elezioni del mese di marzo del 1989, le prime dell’URSS con una pluralità di candidati dal 1917, per occupare una manciata di seggi nel Congresso sovietico.

Una mobilitazione che creò dei leader.
A differenza di quanto è successo a casa nostra, nel caso baltico la società civile non fu obbligata a spingere la classe politica perché fu precisamente la mobilitazione sociale quella che generò la leadership. Della forza baltica rappresentata a Mosca sorsero nomi come Egdar Savisaar, Vytautas Landsbergis, Algirdas Brazauskas e Ivars Godmanis. Arrivarono a presiedere dei governi, ma prima organizzarono la Via Baltica del 23 agosto 1989. E, dopo qualche mese, nel marzo del 1990, raggiunsero maggioranze più che assolute nelle elezioni legislative delle tre repubbliche.

Subito dopo i Parlamenti autonomi fecero dichiarazioni di sovranità, proclamandosi soggetto giuridico e politico, e fissando una data per i referendum di autodeterminazione: la Lituania lo fece il 9 febbraio 1991 mentre Lettonia e Estonia il 3 marzo dello stesso anno. Qualche settimana prima -a partire dal 13 gennaio 1991- dei paracadutisti e carri armati sovietici che agivano ai margini del commando di Gorbaciov tentarono di stroncare il processo occupando la televisione lituana ed il Dipartimento degli Interni lettone, con un bilancio di quattordici attivisti civili morti.

L’intervento militare fallito non riuscì a far rimandare le consultazioni, dove il sì vinse con un 76% in Lituania, un 74% in Lettonia e un 78% in Estonia. Il conteggio pose fine ai quattro anni della Rivoluzione Cantata. Dopo sei mesi, in agosto del 1991, fallito il colpo di stato militare contro Gorbaciov, le tre Repubbliche baltiche fecero dichiarazioni unilaterali d’indipendenza appellandosi alle leggi internazionali. Tre mesi dopo l'URSS non esisteva più.


Llibert Ferri
@llibertferri

Tra 1987 e 2007 inviato speciale della catena TV3 nell’Europa centrale ed orientale e nell'antica Unione Sovietica

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sabato 14 settembre 2013

La Matematica della Via Catalana


Una delle risposte unioniste all’imponente partecipazione alla Via Catalana di ieri è stata quella della “matematica”. Davvero! Una costellazione di stupidi (guidati dal ministro degli Interni, on. Jorge Fernández Díaz) hanno usato la matematica per minimizzare la quantità di gente che ha partecipato all’evento. Uno degli argomenti è quello della “divisione”. Il ragionamento è il seguente: “se il tracciato della via era di 400 chilometri e ogni persona occupa un metro, nella via soltanto potevano esserci 400.000 persone (400.000 metri divisi per una persona al metro fanno 400.000 persone). Pertanto, nella manifestazione soltanto c’era la quarta parte dei 1.600.000 cittadini che sono stati annunciati dagli esagerati. E’ matematica pura!”. Dopo aggiungono, con tono arrogante e accondiscendente, “Sia chiaro che sono, comunque, tanti e che non voglio sminuire il successo della manifestazione, ma non c’è bisogno di moltiplicare per quattro le presenze”.





Suppongo che tutti avete ricevuto dei tweet e dei messaggi simili nelle ultime ore. Logicamente, affinchè l’argomento di questi illuminati pseudo-matematici possa funzionare, nella catena umana soltanto ci deve essere una persona ogni metro. Ma se si osservano le immagini trasmesse da tutte le televisioni e riprodotte in tutti i giornali si vedrà che ci sono un’infinità di sezioni della catena dove non c’è una sola persona ma una vera e propria agglomerazione di gente. Nella foto allegata qui sopra, ad esempio, si può vedere che la questione di una persona al metro è un’ipotesi audace che NON sembra avere come obiettivo il calcolo del numero reale di manifestanti ma quello di sminuire quello che, senza dubbio, è stato un successo senza attenuanti.

Un altro ragionamento utilizzato dai pseudo-matematici è quello della “sottrazione”: se veramente sono andati alla manifestazione 1.600.000 di catalani, allora significa che in Catalogna ci sono 5.400.000 unionisti (7.000.000 meno 1.600.000). I ministri del PP si sono appropriati rapidamente di tutta questa gente alla quale hanno addirittura battezzato con il nome di “maggioranza silenziosa”.

Questa non è un tattica nuova. Il PP la utilizza da molto tempo: "tutti quelli che non votano gli altri, in realtà volevano votare me", pensano questi illusi. La utilizzarono ai tempi dello statuto e la usano dopo ogni elezione per dimostrare che i risultati ottenuti sono migliori di quanto realmente siano. La verità è che nè quelli del PP nè nessuno può sapere i motivi per cui certe persone non siano andate alla via. Sicuro che ci sono molteplici ragioni. Quello che sappiamo è che appropriarsi dei voti di quelli che non hanno votato o dei manifestanti che non si sono manifestati è una grossolana manipolazione che porta a delle conclusioni sbagliate.

Matematicamente, per dimostrare che la loro teoria è sbagliata bisogna soltanto che ci sia una sola persona che non sia unionista e che non abbia partecipato all’evento. E dunque, la dimostrazione delle falsità del PP sono IO, perché io non sono andato alla via per motivi di lavoro (stavo insegnando a New York). E so di non essere l’unico perché sono rimasto ad ascoltare RAC1 e Catalunya Radio e c’erano molte persone che intervenivano in onda e che erano indipendentiste e nemmeno loro si trovavano alla manifestazione. Pertanto, fate attenzione ad appropriarvi della “maggioranza silenziosa che non è andata alla manifestazione” perché, a un certo punto, a qualcuno non torneranno i conti e si prenderà un bel spavento.

Al posto di dividere e sottrarre, il PP dovrebbe (soprattutto il suo ministro catalano) addizionare. Non ci sarebbe bisogno di speculare su un’eventuale maggioranza silenziosa se chiedessero direttamente alla gente. Con un referendum nessuno farebbe strane operazioni quali sottrarre o dividere. Si potrebbe solo aggiungere. E la domanda è, perché hanno così paura di aggiungere la gente che vuole andare via veramente da questo paese? Perché questo panico verso le urne?



Xavier Sala i Martin
Docente universitario presso la Columbia University

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mercoledì 11 settembre 2013

Un referendum per la Catalogna



'L'Undici di Settembre del 2012, la giornata nazionale della Catalogna, un milione e mezzo di persone si sono manifestate a Barcellona con striscioni che dicevano 'Catalogna, nuovo stato di Europa'. La manifestazione fu espressione pacifica di speranza. Oggi, con lo stesso obiettivo, centinaia di migliaia di cittadini faranno una catena umana lungo la Catalogna.

La storia della Catalogna risale a molti secoli fa, quando le tribu iberiche commerciavano con i greci ed i cartaginesi nella costa mediterranea. Una cultura catalana identificabile si sviluppò durante il Medioevo e si è rafforzata attraverso i tempi, malgrado la perdita della sovranità catalana alla fine della Guerra di Successione spagnola del 1714, e la ripetuta soppressione posteriore del nostro governo, scuole, lingua e valori.

La Catalogna lottò per difendere la Seconda Repubblica durante la guerra civile spagnola del 1936-1939. Ma la democrazia e l'autonomia furono schiacciati e la lingua catalana fu dichiarata illegale, la Spagna subì 40 anni di dittatura brutale con Franco.

Ma nel 1975, alla sua morte, la Spagna si trasformò sorprendentemente verso una democrazia multipartitica, e nel 1978 una nuova costituzione spagnola riconobbe l’autonomia e la lingua della Catalogna ancora una volta. Le istituzioni dell’autonomia catalana si svilupparono con la restituzione della presidenza e del parlamento catalano, insieme al ritorno del catalano presso le nostre scuole.

Ma i progressi non hanno soddisfatto le aspettative catalane. Un’infinità di proposte della Catalogna a Madrid sono state rifiutate immediatamente o respinte da sentenze giudiziarie. Per esempio, nel 2005 il Parlamento catalano approvò un nuovo statuto di autonomia delimitando le competenze che dovevano essere trasferite alla regione. Il parlamento spagnolo lo approvò nel 2006 dopo aver eliminato alcuni elementi chiave. Ciò nonostante, il popolo catalano approvò nuovamente la versione indebolita della legge in in referendum indetto nel mese di giugno del 2006, valutando che era meglio quello di niente. Dopo, nel 2010, il Tribunale Costituzionale spagnolo revocò e riscrisse unilateralmente alcune parti cruciali della lege in un processo che il governo catalano crede sia stato processualmente dubbio.

Malgrado aver fatto delle concessioni finanziarie alla regione basca, le nostre reiterate petizioni di avere un nuovo patto fiscale con Madrid per mitigare l’ingiusto sistema attuale sono state rifiutate una e altra volta. Abbiamo pagato più di quanto ci spetterebbe al governo centrale, per dare sostegno alle regioni più povere della Spagna, ma ciò è andato oltre. La Catalogna riceve meno spesa pubblica pro capite di oltre la metà delle altre regioni spagnole pur contribuendovi molto di più. Inoltre, il governo spagnolo non rispetta i suoi obblighi d’investimento, anche nella loro limitata portata, come richiesto dallo statuto indebolito.

Ci sono molti esempi che hanno portato ai catalani a sentire che si sono esauriti tutti i mezzi possibili di ragionare e di trattare con Madrid e che l’unica opzione rimasta sia la sovranità. Le ultime elezioni parlamentari della Catalogna ci hanno dato il mandato di convocare un referendum sul futuro della Catalogna, come chiesto dalla maggioranza della società e dei partiti politici.

Ci sono cinque forme giuridiche diverse all’interno della legislazione spagnola che permetterebbero di autorizzare un referendum. Il Canada concesse al Quebec il diritto di fare due referendum separati. Recentemente, il Regno Unito ha dato alla Scozia il diritto a decidere il suo futuro mediante un referendum sull’indipendenza l’anno prossimo. Malgrado tutti i nostri sforzi per riuscire ad ottenere questo diritto civile basico, la Spagna ce lo rifiuta.

Ho fatto appello al primo ministro Mariano Rajoy affinchè risponda nel mese di marzo del 2013 al sostegno del 80 per cento del parlamento catalano per la convocazione di un referendum. La richiesta è stata rifiutata. Nel mese di luglio, ho fatto richiesta formale per iscritto per poter indire un referendum. E ancora stiamo aspettando una risposta.

Non vogliamo isolarci. I catalani sono profondamente europeisti e non si immaginano un futuro al di fuori dell’Unione Europea. Una nuova Catalogna sarebbe l’ottava economia più grande dell’Unione e un contribuente netto al bilancio dell’UE. Vogliamo essere un socio europeo solido per rafforzare l’unità politica, la sicurezza e la crescita economica.

Non desideriamo nessun male alla Spagna. Siamo uniti a lei dalla geografia, la storia e la gente perchè oltre il 40 per cento della popolazione della Catalogna ci è arrivata da altri luoghi della Spagna o ha dei legami familiari stretti con lei. Vogliamo essere il fratello della Spagna, in condizioni di eguaglianza. Ciò va oltre i soldi e le differenze culturali. Vogliamo il diritto di avere più controllo sulla nostra economia, la nostra politica, i nostri servizi sociali.

Il miglior modo di sistemare i problemi è quello di eliminarne l’origine. Cerchiamo la libertà di votare. Ogni individuo ha il diritto di sperare questo dal suo governo, oltre ad avere il diritto di condividere equamente i vantaggi. In Europa, i conflitti si risolvono democraticamente, e questo è quello che chiediamo.

Cerchiamo la giustizia e l’uguaglianza per la nostra società diversa. Più del 17 per cento dei 7,5 milioni di cittadini sono stranieri. Ma siamo uniti nel nostro appello perchè ci ascoltino nelle urne.

Artur Mas è il Presidente della Catalogna'
 
 
 























(Articolo completo del Presidente catalano Mas pubblicato nel New York Times il 10 settembre)

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lunedì 9 settembre 2013

Fiera di sentirmi Catalana






Sono un’Italiana “fiera” come dice la celebre canzone di Toto Cotugno, però “adottata” dalla Catalogna dal 29 ottobre 1993. Voglio sottolineare il fatto che, per una Torinese come me, che tutti ci fanno notare il nostro carattere “chiuso”, qui in Catalogna, mi sento a casa mia, ho avuto un’accoglienza straordinaria. Sono fiera delle nostre stupende montagne, del nostro mare, della nostra Barcellona, ma soprattutto della nostra Lingua e della nostra Storia che nessuno ci può negare. Esistono e da molti anni, da secoli e secoli. Conoscere una lingua come il Catalano, del quale sono “fiera” di avere il livello C, è un peccato? Che male fa? Per esperienza posso dire che più lingue conosci più ti è facile impararne un’altra. Sono “fiera” dei nostri “Castellers” (castelli di uomini) che non lasciano indifferenti nessuno, con il loro simbolo di innalzare le Nuove Generazioni, sempre più in alto ... con il rischio di cadere e di farsi male, però tornano a cominciare perché siamo una grande Squadra, un gran Gruppo. Per riassumere sono “fiera” di sentirmi Catalana e se me la concedessero, chiederei la NAZIONALITÀ CATALANA per riunificazione familiare grazie al mio cagnolino che è un “gos d’atura català” (un cane da pastore catalano). Sì, sono fiera di aver avuto l’onore di essere stata adottata dalla Catalogna. Il mio sogno: avere un passaporto catalano, quindi l’11 settembre voglio dire ad alta voce tutto questo!!!


Rita Bocca

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domenica 8 settembre 2013

11 di settembre del 1714,una data infausta e gloriosa allo stesso tempo





La data del 11 di settembre del 1714 per me è una data infausta e gloriosa allo stesso tempo.

Ricorda a tutti i catalani la più grande disfatta subita dal nostro popolo ma anche l'onore e la grandezza dell'eroica difesa, per ben 13 mesi, nell'assedio della città di Barcellona.

Con un'inferiorità numerica sbalorditiva, i nostri avi furono capaci di lottare fino allo estremo con enorme coraggio e resero orgogliosi i loro discendenti.

Dopo anni di buio, le circostanze attuali ci stanno danno l'opportunità di rendere omaggio a tutti quei bravi difensori restituendo la dignità perduta alla nostra patria.

Speriamo di essere degni del momento storico che abbiamo la fortuna di vivere.

Lotteremo, come loro, per riavere l'indipendenza perduta della Catalogna, per restituire l'onore ai nostri avi e per ridare libertà e dignità alla nostra terra.

 Angels Fita

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sabato 7 settembre 2013

Livello di disoccupazione che avrà lo Stato della Catalogna



1.- Livelli di disoccupazione attuali in Catalogna ed in Spagna

 

L'economia spagnola ha mantenuto sempre livelli di disoccupazione elevatissimi, una media di circa il 15%. Così, la Spagna è il paese europeo con il livello di disoccupazione più alto, a molta distanza dalla maggioranza dei paesi europei. La Spagna batte anche il record di tasso di disoccupazione tra i giovani al di sotto dei 25 anni. All’ interno dello Stato spagnolo, il tasso di disoccupazione più basso si registra nelle Comunità  Autonome che dispongo di concertazione economica.

 

La disoccupazione in Catalogna ha seguito un’evoluzione simile a quella spagnola, pur essendo stata sempre minore. Ma la disoccupazione della Catalogna è andata via via approssimandosi a quella spagnola, in modo che questa differenza si è accorciata: Alla fine degli anni 90, la differenza era di 4 punti percentuali ma dal 2001, la differenza è stata di 2 punti percentuali. La differenza relativa si accorcia con gli anni dovuto alla espoliazione ed alla mancanza di capacità normativa della Catalogna per ottimizzare il modello economico catalano, che è diverso da quello della Spagna centralista. Il risultato è que la disoccupazione in Catalogna è superiore a quella di paesi come Montenegro, Palestina (Cisgiordania), Croazia e Georgia. E, invece, la disoccupazione dei paesi europei recentemente indipendizzati è molto inferiore a quella attuale in Catalogna.

La disoccupazione giovanile in Catalogna è del 43%: stiamo condannando i nostri figli ad un futuro durissimo ed immeritato. Questa mancanza di lavoro sta costringendo molti catalani ed spagnoli ad emigrare verso altri paesi.

 

 

2.- Calcolo del livello di disoccupazione di una Catalogna divenuta Stato

 

La disoccupazione dello Stato della Catalogna è stata calcolata utilizzando 3 diversi metodi:

 

2.1 Modello statistico

Mediante l’analisi statistica dei dati OCDE, sono state determinate quelle variabili di un paese che influiscono di più sul livello occupazionale. Applicando metodi statistici sulle variabili significative, si è ottenuto un modello statistico. Applicando questo modello sui dati della Catalogna, si ottiene la disoccupazione della Catalogna Stato, che sarà di circa un 6%-7%.

 

2.2 Modello matematico

Esiste un rapporto matematico diretto tra la spesa pubblica ed il PIL di un paese. In una Catalogna Stato, l’assenza di espoliazione fiscale permetterà una maggiore spesa pubblica. Applicando il metodo dei valori auto-regressivi di Pons i Tremosa (2002) in una Catalogna senza espoliazione fiscale, si ottiene la disoccupazione della Catalogna Stato. Secondo questo metodo, per ogni 1% di PIL che il settore pubblico investe, il PIL cresce un 0,52% e l’occupazione un 0,29%. Questo effetto è decrescente nel tempo e si distribuisce in cinque anni. Pertanto, se tutto il deficit fiscale s’investe in Catalogna, si creeranno 400.000 posti di lavoro e la disoccupazione passerebbe dal 22% al 12%.

 

2.3 Metodo comparativo

A partire dal livello di disoccupazione dei paesi con grandezza simile alla Catalogna, si deduce la disoccupazione che avrebbe la Catalogna Stato. La grande  maggioranza dei paesi con PIL pro capite simile a quello della Catalogna hanno un indice di disoccupazione inferiore al 10%

 

 

 

 

3.-  Conclusioni

 

Confrontando i tre metodi utilizzati per fare la stima della disoccupazione in una Catalogna Stato si conclude che sarà all’incirca del 12% e simile a quello dei paesi europei più avanzati.

 

Una riflessione finale: pagare un salario degno (30.000 € lordi/anno) a 350.000 disoccupati catalani suppone 10.500 M€, un 60% dei 17.600M€ di deficit fiscale dell’anno 2010

 
CCN

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martedì 3 settembre 2013

Wikipedia catalana, la prima del mondo ad essere considerata "perfetta"


Ha completato con contenuti di qualità i mille articoli che gli esperti considerano imprescindibili
L’edizione catalana di Wiquipedia è stata la prima al mondo ad essere catalogata come "perfetta" dopo aver completato con dei contenuti di qualità i mille articoli che gli esperti considerano che deve avere una enciclopedia. Lo ha spiegato ad Europa Press il coordinatore dei voluntari tecnici di Wikimedia –l'ente che gestisce l’enciclopedia libera–, il catalano Quim Gil, ha aggiunto che soltanto l’edizione in russo ha ottenuto anche questa catalogazione, quasi in contemporanea con la catalana, mentre nessun altro idioma del mondo ci è riuscito, nemmeno la versione in inglese, la più estesa di tutte, con più di quattro milioni di entrate.
"La “Viquipèdia” ha dei volontari eccezionali che proporzionano contenuti di qualità ed offrono una buonissima qualità", ha sottolineato Gil, che lavora in Silicon Valley, dove si trova la sede della fondazione  Wikimedia, che oltre a Wikipedia, raccoglie i progetti educativi di libero accesso Commons e Wikibooks, tra gli altri. L'edizione, creata nel mese di marzo del 2001 –fu la seconda a mettersi in moto, dopo l’inglese–, attualmente possiede la raccolta di più di 400.000 articoli, tra i quali s’includono i mille che hanno meritato il titolo.
Secondo la valutazione di Gil, la “Viquipèdia”, gestita dalla solida piattaforma Amical Wikimedia, possiede una qualità ed un prestigio "che molte lingue vorrebbero avere", e suppone uno strumento importante per la diffusione della lingua e la cultura catalane. Questo ente ottenne, ai primi di giugno, di essere riconosciuta come membro della fondazione Wikimedia dopo cinque anni di tentativi falliti. In questo modo, è diventata la prima organizzazione non statale ad essere ammessa nella fondazione.
 
Ara.cat
 

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domenica 1 settembre 2013

Valladolid spende 165.000 € in corse di tori.




Valladolid è un bastione del nazionalismo spagnolo. È popolarmente conosciuta come la “Fachadolid-Fascidolid" data la grande presenza di gruppi fascisti. Il consiglio comunale della città spagnola, come no, è nelle mani del Partito Popolare che governa anche il Regno di Spagna. La città ha dato l'esempio di quali sono le priorità del nazionalismo spagnolo.
In piena crisi economica, e con un 51% di disoccupazione giovanile Valladolid ha ridotto di un 30% il bilancio nel benessere sociale. Allo stesso tempo, però, il governo spagnolo ha deciso di partecipare con un ingresso di 165.000 € per quattro corse di tori.

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