domenica 23 novembre 2014

Il governo di Catalogna, una legittimità storica e democratica

Nell’attuale processo catalano verso l'indipendenza política e di fronte all’attitudine negazionista del governo di Madrid – e della maggioranza della classe politica spagnola-, c'è chi ha voluto centrare il dibattito esclusivamente tra la legittimità da un lato e la legalità dall'altro, ovviando quasi sempre che questo è anche un dibattito tra la volontà popolare e l'imposizione politica, tra il potere democratico e l’immobilismo del sistema. Nonostante ciò, il negazionismo di Rajoy evita il fatto che non si può occultare impunemente la storia né si può travisare la sua legittimità. Almeno non adesso e qui, nell’Europa del XXIesimo secolo.
Artur Mas, 129 Presidente
della Catalogna
Artur Mas, il presidente della Catalogna, non è alla guida di un governo autonomico creato grazie e in seguito alla Costituzione spagnola del 1978, come si intestardiscono a ripetere ministri spagnoli ed opinionisti dell’unionismo. Artur Mas è il 129esimo presidente della Generalità, la denominazione storica e d’origine medievale delle istituzioni catalane. Le Corti Reali Catalane nacquero nel XIIIesimo secolo –in un'epoca molto remota, quindi, persino in un contesto europeo-, come rappresentazione dei tre bracci: l’ecclesiastico, il militare ed il civile. Ed è a partire dalle Corti che il re accettò, più tardi, la costituzione d’un organo di governo proprio, anche se inizialmente unicamente con competenze fiscali. Quest'organo, la Diputazione del Generale di Catalogna, ebbe con il vescovo Berenguer di Cruïlles il suo primo presidente nel 1359. E le Corti e la Generalità assunsero maggior peso politico e istituzionale con il passare degli anni e con l’indebolimento del potere reale, fin quando, nel 1714, con la fine della Guerra di Successione Spagnola e la vittoria borbonica, si soppressero i diritti storici della Catalogna, tra i quali il parlamento e il governo proprio, e si realizzò l'assimilazione istituzionale a Spagna.

Lluís Companys, 123 Presidente
della Catalogna
E non fu sino alla proclamazione della Repubblica spagnola del 1931, che questi diritti, sebbene solo parzialmente, vennero riconosciuti, mediante la restaurazione sia del Parlamento sia del Governo della Generalità. Non è una casualità che la Catalogna fosse l’unico territorio dello Stato che avesse istituzioni d’autogoverno durante l’epoca repubblicana –eccetto i Paesi Baschi, i quali non le ottennero fino al 1936, a guerra già iniziata.

Il generale Franco, in seguito alla vittoria del fascismo che incarnava, nel 1939 abolí un'altra volta il Parlamento ed il Governo –le due istituzioni che, in termini moderni, intendiamo come Generalità. Però quest'abolizione non significò la sua annichilazione: in esilio continuarono ad esistere ed a resistere. Il 123esimo presidente della Generalità, Lluís Companys, che per la prima volta aveva ricevuto l'incarico nel 1933, lo mantenne fino al giorno in cui fu fucilato dai franchisti –dopo essere stato arrestato dalla Gestapo in Francia- nel 1940. 
Josep Irla, 124 Presidente
della Catalogna
A Companys succedette Josep Irla, l'ultimo presidente del Parlamento prima della fine della guerra civile: seguendo la legislazione catalana, il presidente del Parlamento assumeva il posto vacante del Presidente della Generalità in modo automatico e con pleni diritti, ogni qualvolta non era possibile riunire la camera rappresentativa, come era il caso. Irla esercitò la presidenza del governo di Catalogna in esilio dal 1940 fino al giorno delle sue dimissioni, nel 1954, già malato, solo quattro anni prima della sua morte. Josep Tarradellas –che già aveva partecipato a molti governi della Generalità in epoca repubblicana e anche in quello di Irla-, assunse la responsabilità di mantenere viva la rappresentatività istituzionale, in seguito all’elezione effettuata da diputati riuniti in Messico. Durante molti decenni lo fece dalla sua residenza francese di Saint-Martin-le-Beau. Infatti, mentre Companys significò il legame della perseveranza tra la Generalità repubblicana e l’esilio, Tarradellas protagonizzò il cammino del ritorno. 

Presidente Tarradellas ritorno dall'esilio nel 1977
La sua azione política non sempre ricevette l’approvazione di buona parte degli altri Catalani esiliati, per esempio, per il suo rifiuto di voler nominare il governo, mantenendo cosí l'istituzione solo nella figura del presidente. Però alla fine del 1975, con la morte di Franco e l’inizio della cosiddetta transizione spagnola, Tarradellas seppe giocare bene le carte dei diritti storici democratici che lo legittimavano. Perciò, sin dall'inizio del 1976, stabilí contatti con le forze politiche della penisola, provenienti sia dall’epoca repubblicana sia dall’antifranchismo e cominciò a negoziare con i nuovi poteri dello Stato, in particolare il primo ministro spagnolo Adolfo Suárez.

Nel periodo in cui, dopo le prime elezioni parlamentarie del giugno 1977, il Congresso dei Diputati spagnolo iniziava il suo periodo costituente, Tarradellas culminò il suo processo negoziatore con un viaggio sorpresa a Madrid, dove venne ricevuto dal re Joan Carles e dal primo ministro Suárez, e fece quindi un ritorno lampo a Barcellona, il 23 ottobre del 1977, avendo ottenuto il riconoscimento come presidente della Generalità, e con una multitudinaria accoglienza popolare. In un caso sfortunatamente eccezionale – nel senso che ancora oggi molte delle attuazioni del franchismo non sono state formalmente derogate o annullate, cominciando dal fucilamento del presidente Companys- Tarradellas ottenne sia la derogazione della legge d'abolizione delle istituzioni catalane sia il ristabilimento della Generalità e il proprio incarico –da parte del re in persona- a presidente provvisorio. Si riconosceva, quindi, la leggitimità storica e democratica della Generalità di Catalogna, e tutto ciò ancora prima della promulgazione della Costituzione spagnola del 1978, la cornice legale a partire della quale si generalizzò in seguito la concessione delle autonomie regionali in tutto lo Stato. 

Josep Tarradellas, 125 Presidente
della Catalogna
Tarradellas nominò un governo provvisorio –formato da quei partiti catalani con rappresentazione nelle parlamentarie del 1977- e convocò elezioni al Parlamento di Catalogna il prima possibile secondo la nuova legislazione spagnola, nel 1980, dando inizio ad un nuovo periodo democratico per le istituzioni della Generalità.

Questa traiettoria si scontra frontalmente, quindi, contro chi afferma in maniera continua che l’autogoverno di Catalogna nasce dalla Costituzione spagnola del 1978. Né vi nasce né vi trova la sua leggitimazione. Il fatto che, un anno prima, la monarchia parlamentaria spagnola riconoscesse la Generalità come sistema d’autogoverno della Catalogna e lo facesse nella figura che ne rappresentava la successione della sua tappa repubblicana non è solo una singolarità, è il riconoscimento di una leggitimità anteriore al periodo costituzionale. Anteriore sia dal punto di vista storico sia giuridico. Anteriore politicamente, inoltre. Una leggitimità che arriva da lontano e che nessun governo centrale può diminuire o annichilare. Non sarebbe il primo a volerlo fare, ma neppure il primo a fracassare.

Una leggitimità che proviene dalla storia e, ancor più, dalla sovranità popolare raccolta dal Parlamento della Catalogna. Una leggitimità che permette –e obbliga- al Governo della Generalità di convocare la cittadinanza per esprimere liberamente e democraticamente la sua volontà di futuro.





Josep Bargalló Valls
@josepbargallo
Primo Ministro e Ministro della Presidenza della Catalogna 2004-2006
Ministro dell'Istruzione della Catalogna 2003-2004
Assessore in Comune Torredembarra (1995-2003)
Presidente Institut Ramon Llull (2006-2010)
Dal 2010 è docente presso l'Università Rovira i Virgili

più di questo autore:
La lingua catalana nelle scuole. Quando i giudici vogliono sostituirsi al Parlamento.


più di questo autore in inglese:
Francesc Macià, President of the Catalan Republic


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mercoledì 15 ottobre 2014

Aspettando anche la richiesta di perdono della Spagna

La Comissione della Dignità e il Dipartimento della Vicepresidenza della Generalitat organizzarono il 15 ottobre del 2008 un atto di riparazione verso l'ex-presidente Lluís Companys, con la presenza della console tedesca, Christine Gläser, e del console di Francia, Pascal Brice. 

Per Brice, la deportazione di Companys fu un'impresa tedesca in territorio francese e, in ogni caso, 'sono gli storici quelli che devono assegnare responsabilità'. La console tedesca chiese perdono esplicitamente e ricordò che Helmut Khol si era già discolpato davanti a Jordi Pujol per l'azione della Gestapo. 

Nell'estate del 1940 Lluís Companys fu detenuto in Francia, dove viveva in esilio, e poco dopo le autorità francesi e la Gestapo lo consegnarono alle autorità di Franco, che lo esecutarono. Questo 15 d'ottobre saranno passati 74 anni dal suo fucilamento. 

All'atto intervenne anche il vicepresidente della Generalitat, Josep-Lluís Carod Rovira, che dichiarò che 'quello che manca adesso è che parli la Spagna democratica e che s'anulli il processo a Companys'.

Il 15 d’octubre del 2009 il Consiglio di governo catalano, in una riunione straordinaria, accordò di richiedere l'annulamento del processo che condannò a morte l'ex-presidente Lluís Companys, e cosí lo comunicò alla Procura Generale di Stato. 'Affermiamo che non ci fermeremo e che non esiste nessun motivo per desistire finché non si ottenga l'annullazione di quella sentenza', disse Montilla, il 128esimo presidente della Generalità.

Il presidente Montilla dichiarò che questo era un 'gesto coerente' e che la Generalitat sperava 'l'ultimo gesto che reclama il popolo di Catalogna'. Inoltre ricordò che Companys morí essendo il presidente della Generalitat e che fu fucilato per essere il presidente della Catalogna', e aggiunse: 'Il popolo di Catalogna ha perdonato però non possiamo confondere il perdono con l'oblio: c'è un capitolo aperto che vogliamo chiudere con dignità'. Cosí, secondo Montilla, la richiesta d'invalidità del processo all'ex-presidente era una 'esigenza etica, politica e storica' però che, inoltre, allora esisteva una 'opportunità giuridica' che non ci si poteva lasciar scappare. 

Alla fine, riconobbe 'lo sforzo politico e la dignità morale di molte persone e instituzioni' e ricordò 'il compromesso di tanti catalani che durante settanta anni hanno aspettato un momento come questo.' 

Secondo l'accordo preso, il governo catalano richiese al procuratore generale di sollecitare al Tribunale Supremo spagnolo la revisione del processo. Infatti solo un condannato, un suo parente o il procuratore di Stato può interporre un ricorso di revisione. D’accordo con la legge d’istruttoria criminale, l’organo competente per risolvere un ricorso di revisione e per dichiarare, se è il caso, la nullità della sentenza impugnata, è il Tribunale Supremo spagnolo. 

Nel 2010 il governo spagnolo qualificò d'«impossibile annullare giuridicamente il processo a Lluís Companys. La vicepresidente del governo spagnolo María Teresa Fernández de la Vega, affermò che l'esecutivo non pensava di richiedere l'invalidità del processo al presidente catalano Lluís Companys.

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martedì 16 settembre 2014

1714: Sapevi che Filippo V sequestrò le biblioteche catalane per fondare la “Biblioteca Nacional”?


“1712: Filippo V crea la Biblioteca Reale con un doppio obiettivo: promuovere lo studio tra i sudditi e riunire le biblioteche dei nobili emigrati che lottavano nella guerra di sostegno a Carlo d’Austria. Viene assegnata come sede il passaggio che unisce il Reall Alcázar con il Monastero della Encarnación”.



In questo modo così assettico, spiega il web della Biblioteca Nazionale della Spagna una delle depredazioni più grandi commessi dalla Spagna. Questa “riunione” delle biblioteche dei nobili che lottarono contro Filippo V non fu altra cosa che un “sequestrare”. Così si sarebbe creata la prima Biblioteca Reale che dopo sarebbe diventata Nazionale –ovviamente della loro nazione- , e che con successivi decreti –come l’obbligatorietà di depositare un esemplare di ogni libro editato in Spagna- avrebbe continuato a crescere.



Le razzie e il saccheggio furono costanti, e una parte del bottino andò al “Depositario Generale di Beni Sequestrati” che era la strada per far arrivare i libri alla Biblioteca Reale.



Macanaz, uno degli ispiratori della creazione della Biblioteca, afferma, nel suo Testamento Politico: "...al mio suggerimento Sua Maestà risolse di fondarla, lasciandomi la cura di raccogliere in essa la moltetudine di medie biblioteche che furono abbandonate da quelli che lasciarono tutto per seguire i nemici". Così, risultano sequestri di 495 libri appartenenti al Dott. Patrici Oller oppure 433 libri del Dott. Micó.



Tuttavia, la principale vittima fu la biblioteca dell’arcivescovo di Valenzia, Folch de Cardona: 6.630 libri, "i libri più scelti e ben rilegati che c’erano in tutta la Spagna". Opere giuridiche, teologiche, scientifiche, storiche, classiche, ecc.. un patrimonio di valore inestimabile oggigiorno. Il biografo di Filippo V, Henry Kamen, afferma: “Tra le altre opere incorporate alla biblioteca c’era una magnifica collezione di libri che Filippo V acquistò in Francia, così come migliaia di volumi sequestrati negli scaffali dei ribelli assenti in campo nemico".



Non solo. La Biblioteca Nazionale era finanziata… dai vinti. Una “Reale Cedula” del 14 dicembre del 1715 informava sul "aumento di due maravedí per ogni libbra di tabacco in polvere, foglia e sigari di ogni tipo che vengano consumati nei regni di Aragona, Catalogna e Valenzia" destinati a coprire le spese di funzionamento della Biblioteca.



La cultura nel Principato della Catalogna e nel Regno di Valenzia fu annientata.

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mercoledì 2 aprile 2014

Un ex-console britannico istruisce una deputata del PP, sul 'Financial Times'

Il console generale del Regno Unito in Barcellona tra gli anni 2002 e 2005, Geoff Cowling, ha istruito la parlamentare del PP nel congresso spagnolo Cayetana Álvarez de Toledo mediante un articolo sul Financial Times. La parlamentare aveva pubblicato settimana scorsa e sullo stesso giornale un articolo contro il processo sovranista catalano.

Nell’articolo, la parlamentare del PP accusava il governo catalano di distorcere i fatti storici in questo 300 anniversario della caduta della Catalogna alla fine della guerra di successione spagnola. "Bisogna ricordare che la Catalogna era effettivamente una nazione indipendente fino al 1714 . La Catalogna non si unì volontariamente alla Spagna, ma fu barbaramente conquistata", ha replicato il diplomatico.

"La Catalogna fu trattata diversamente durante la guerra civile spagnola. Barcellona fu bombardata dall’aviazione ribelle di Franco, ammazzando 1.300 persone. Il presidente eletto della Catalogna Lluís Companys fu costretto a fuggire in Francia. Catturato, estradato e, successivamente, fucilato da Franco nel Castello di Montjuïch. Non sono mai state chieste scuse nè offerta assoluzione postuma", recrimina Cowling.

Il diplomatico ricorda la Via Catalana dello scorso 11 settembre, per affermare che il movimento per l’indipendenza è “profondamente radicato nella società catalana", e che è stato “spalleggiato dal disprezzo di Madrid".

Critica che nell’articolo di settimana scorsa la Catalogna fosse etichettata come una regione. "E’ una nazione, come si definisce nello Statuto”, ha risposto. Trova fuori luogo che i popoli scozzese e catalano siano chiamati "tribu". Dice che l’aver dato loro questo nome "trasuda da una mente colonialista".

E non finisce qui. Cita l'ONU per ratificare i diritti delle nazioni. "Tutti i popoli hanno il diritto della libera determinazione”. In virtù di questo diritto determinano liberamente la propria condizione politica e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale".

Infine, chiede al governo spagnolo di non temere la democrazia e di seguire la scia del Regno Unito: "La democrazia non è temuta nel Regno Unito. La democrazia non deve essere temuta nemmeno in Spagna".

EL SINGULAR DIGITAL - Lluís Goñalons

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sabato 1 marzo 2014

Gli ultimi Mandei, un popolo in via d’estinzione






I mandei sono gli appartenenti alla dottrina religiosa che considera San Giovanni Battista il vero Messia. Le sue credenze sono gnostiche: i discépoli della gnosi non si salvano per la fede, come i cristiani, bensí per la conoscenza divina (manda significa conoscenza). Questo permette all’uomo salvarsi per sé stesso mediante la mística, l’ética e i riti, non dipende tutto della divinitá. Il loro libro sacro é la Ginza Riba. La poligamia é accettata e, come altri gnostici, considerano che l’anima é prigioniera del corpo.


La religione mandea é millenaria, purché minoritaria. I mandei fuggirono in Mesopotamia dall’attuale Israele durante i due secoli posteriori alla morte del Cristo. Lá sono sopravvissuti conservando fede e lingua, il mandeo, un dialetto dell’arameo. Sempre sono vissuti presso qualche fiume in modo di permettere cosí l’atto místico piú importante della loro dottrina: il battesimo purificante.


Dopo venti secoli si sono visti trascinati nello scenario della guerra moderna, subendo una doppia persecuzione. La persecuzione nell’Irak é stata specialmente crudele, dato che l’intervento degli Stati Uniti finí con la tolleranza religiosa del governo baasista di S. Hussein. I mandei hanno subito un genocidio, che li ha costretto a convertirsi, morire o fuggire. Dei mandei che abitavano nell’Irak, 60.000 sono andati in Occidente o in Siria. Oggigiorno restano meno del 10% di quelli che erano prima del 2003. Sono considerati gli últimi gnostici e gli últimi esseni.


Molti fuggitivi sono andati in Siria, dove ancora governava il partito Baas, riconosciuto per la sua tolleranza religiosa. Lí hanno potuto vivere alcuni anni, finché le milizie ribelli, un’altra volta armate dagli Stati Uniti, si sono alzate contro Assad, imponendo l’islam a colpo di fucile. Perció i mandei richiedevano il ritorno dello statu quo in Siria. Probabilmente, però, ora é troppo tardi, e le comunitá mandee piú importanti cominciano la loro diáspora nell’Iran, ma pure nel Canada, negli Stati Uniti e in Australia. Lá, con certezza, la loro cultura millenaria é minacciata di morte. Casualmente, pure i cristiani di Siria e la minoranza kurda si sono manifestati come i mandei contro i ribelli, che decapitano ed giustiziano le minoranze étniche e religiose, frantumando cosí il fragile equilibrio che il governo baasista manteneva.

Jordi Vàzquez, Editore di 'Help Catalonia' e autore de ''El moviment nacional escocès'

@JordiVazquez

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giovedì 6 febbraio 2014

Alcune date storiche rilevanti Catalogna / Spagna

Alcune date storiche rilevanti Catalogna / Spagna : bandiera, parliamento, 1o presidente è 1a constituzione.

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mercoledì 29 gennaio 2014

Madrid erigerà un monumento a un assalitore del 1714

L’ammiraglio Blas de Lezo partecipò ai bombardamenti di cui fu oggetto la città di Barcellona durante l’assedio da parte delle truppe borboniche.

Il Municipio di Madrid, cappeggiato da Ana Botella, sindaco del Partito Popolare, intende innalzare un monumento per commemorare la figura dell’ammiraglio spagnolo Blas de Lezo y Olavarriet. Blas de Lezo partecipò a diverse battaglie e bombardamenti perpetrati dalle truppe borboniche in occasione dell’assedio di Barcellona durante la Guerra di Successione. L’ammiraglio fu ferito proprio l’11 settembre 1714 quando un colpo sparato con un moschetto lo rese monco.

Ana Botella, in un articolo pubblicato sul quotidiano “ABC” lo scorso 20 ottobre, assicurava che la figura di Blas de Lezo meritava tale riconoscimento perché si tratta di “uno dei più straordinari navigatori della nostra storia” e, dopo aver definito “ammirabile” la sua traiettoria, affermava che “una grande nazione come la Spagna non deve dimenticare mai le grandi figure della propria storia”.

Il Congresso dei Deputati gli rende omaggio

Lo scorso dicembre sia il Partito Popolare, che il partito denominato Unión Progreso y Democracia hanno prevenuto il Comune di Madrid approvando al Congresso dei Deputati un provvedimento con cui rivendicavano la figura di questo eroe borbonico. Juan de Dios Ruano Gómez, portavoce del Partito Popolare presso la Commissione di Difesa del Congresso, ne ha evidenziato il “valore, l’ingegno e la tenacità” per elogiare la sua figura.


Campagna della Fondazione Francisco Franco
La decisione del Comune di Madrid è posteriore alla campagna iniziata dalla Fondazione Francisco Franco circa un anno fa sotto il lemma ‘Per un monumento a Blas de Blezo’. Con questa compagna si chiedeva ad Ana Botella il riconoscimento di Blas de Blezo “perché i nostri figli ricordino chi ha servito la Spagna in modo esemplare”.

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giovedì 28 novembre 2013

Tutti quelli che ci lasciarono per non lasciarci mai


Domenica, 20 ottobre: 35° Incontro del “Colle de la Manrella”, in ricordo e in omaggio al Presidente Companys e a tutti gli esiliati e vittime della guerra del disastro nazionale.
L’anno 1945, Francesc Trabal, dal Cile, scrisse delle righe perfette, forse il miglior riassunto per farci capire cosa fu una patria strappata e la tragedia del grande esodo di un popolo. Tutto l’esilio in una sola lettera. Dice così:
“Un giorno, Anna Maria, comprenderai perchè ti parlo di queste cose, cose che forse avrai visto oppure no, ma chissà se ti sarai accorta che sono tutte Catalogna, la stessa Catalogna che un giorno di un mese di gennaio lasciavamo porgendo la schiena alla Francia, al di là di Agullana (...). La lasciavamo e non sapevamo se era per sempre. E ci siamo fermati prima di dirle addio.

Eravamo un gruppo di catalani che lasciavamo tutte quelle cose per difenderle. Eravamo muti allora perchè sapevamo che un grido, una parola pronunciata in catalano avrebbe provocato una catastrofe: saremmo caduti in ginocchio, chissà, senza il coraggio di voltare la schiena. Nessuno pronunciò parola. Dritti, sopra la cima, i capelli ricevendo l’ultima carezza dei nostri Pirenei, avevamo le bocche chiuse, il cuore stretto, l’anima asciutta. Quanto tempo siamo rimasti così? Nessuno potrà mai precisarlo. Vedevamo le fiamme di un gruppo di paesini giù nella valle e sentivamo il suono delle bombe e le cannonate. Più vicino si sentivano già gli spari dei fucili. Nessuno proferiva parola. Guardavamo lontano, lontano... così lontano quanto il nostro sguardo permetteva. Tu non lo sapevi ma in quell’istante ti abbiamo vista, ti vedevamo. Tu non lo sapevi, non potevi sospettare nulla, non avresti compreso niente. Ma lasciavamo la Catalogna per te. Per difenderti. Per restiuirti la Catalogna che stavamo portandoci via. Non sapevamo andarcene. Stavamo zitti per poterti ridare la parola. Conservavamo la lingua, che stavano per strapparti. Non sapevamo se saremmo potuti tornare. Non sapevamo, non sappiamo se un giorno potremo tornare da te, ma sapevamo, sappiamo, che la lingua catalana sarebbe ritornata a te, che la lingua catalana sarebbe stata la tua lingua, che tu eri Catalogna e se ti lasciavamo era per non lasciarti. (...) Uno di noi si accuciò, si mise in ginocchio con calma e baciò la terra. Non ricorderai mai che in quell’istante la tua mano piccola aveva toccato le tue labbra e una sorta di pulviscolo dolce ti aveva sfiorato: tutti noi, quelli che andavamo via, che non sapevamo se era per sempre, avevamo appena baciato te. Era l’addio, era l’arrivederci? Affinchè un giorno tu potessi comprendere, ci disponevamo (...) a seguire la via della strada più lunga, se così potevamo salvare la tua voce.

In quel momento non sentivamo nostalgia. Dritti di fronte alla Catalogna, muti, conservando nel cuore il tesoro della nostra lingua sentimmo, questo si, una grande tristezza, un’infinita tristezza. Non avevamo l’impressione di lasciare la Catalogna, che sentivamo con noi, se eravamo o credevamo di essere noi. Ma mai come allora, come fino ad allora, ripetevamo con unzione e di cuore queste parole: «Dolce Catalogna... patria del mio cuore». Ogni lettera era una lacrima, ogni sillaba un pianto. Dolce Catalogna... Avremmo saputo conservarla degnamente? Avremmo saputo restituire la Catalogna che stavamo portando via alla Catalogna che rimaneva? Allora, Anna Maria, non sapevamo se saremmo stati degni di quella nostalgia. Scendevamo in terra francese, sacerdoti di una causa santa. Nessuna parola fu detta. Ma i nostri cuori ripetevano a bassa voce: «patria del mio cuore», «patria del mio cuore», «patria del mio cuore»...

Francesc Trabal, 1945. Dolce Catalogna, patria del mio cuore...Ad Anna Maria [sua nipote], perchè un giorno potesse comprendere.

Domenica renderemo omaggio al presidente Companys, ma anche a tutti i Franceschi  Trabal del mondo, tutti quelli che ci lasciarono per non lasciarci mai.

Quim Torra – El singular digital - 17/10/2013

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martedì 24 settembre 2013

Conseguenze della Guerra di Sucessione: la storia di 5000 barcellonesi obbligati ad abbandonare le loro dimore







“Tra il 1717 ed il 1718 fecero scomparire il 17% della superficie urbanizzata della Barcellona di allora, fatto che avrebbe comportato un grado di distruzione ancora più grande rispetto alla propria guerra”. L’artista Frederic Perers spiega come renderà omaggio alle 73 famiglie obbligate a lasciare le loro case. 

1. Cosa vedranno le persone che visiteranno i dintorni del Mercat del Born? Lo hai fatto tu da solo, hanno collaborato con te? Fino a quando si potrà vedere “La Ribera onora la Ribera”?

Vedranno settantatre cognomi appesi sui balconi delle facciate rivolte verso il mercato, lignaggi che corrispondono alle settantatre famiglie che abitavano nelle case trovate nello scavo. Rappresentano simbolicamente i cinquemila barcellonesi che, costretti dalle autorità borboniche, dovettero lasciare casa per permettere la costruzione di una fortezza militare: la Cittadella. La Ribera onora la Ribera è un progetto personale fatto con la partecipazione imprescindibile degli attuali vicini e potrà essere visto fino al giorno dopo la Diada (11 settembre).

2. Cosa capitò esattamente a migliaia di barcellonesi del quartiere della Ribera nel 1714? Quale impatto ebbe per la città?

Nel settembre del 1714, alla fine della Guerra di Sucessione, Barcellona era rimasta sconfitta ed occupata dalle truppe franco-castigliane. Con il decreto di Nuova Pianta, Filippo V aboliva le istituzioni della Catalogna ed imponeva l’organizzazione politica castigliana. Tuttavia, la repressione di Filippo V contro la capitale catalana non si fermò qui. Finita la guerra, uno dei primi propositi dei vincitori fu la costruzioni di due fortezze un modo da dominare i barcellonesi e togliere loro dalla testa qualsiasi tentativo di ribellione futura. La prima, che doveva essere posizionata sui cantieri navali, non arrivò a concretizzarsi. La seconda, doveva collocarsi verso il fiume Besòs, vicino il baluardo di Santa Chiara, ed ebbe delle brutali conseguenze per il Quartiere di Mare. Iniziata nel 1716, la fortezza richiedeva un grande spazio davanti libero di edifici, fatto che comportò un grado di distruzione maggiore della propria guerra.

Tra il 1717 ed il 1718 avvennero le demolizioni che avrebbero creato il grande piazzale. Si colpirono, in un solo colpo, un gran numero di strade e di diversi quartieri e, in due anni, scomparve il 17% della superficie urbanizzata della Barcellona dell’epoca.

I proprietari, alcuni dei quali avevano già ricostruito i danni causati dall’artiglieria borbonica, furono espropriati senza alcun indennizzo e obbligati a demolire i loro propri immobili. Circa cinquemila vicini –la stessa popolazione che avevano allora alcune città come Vic o Girona- dovettero andare via, il 70% dei quali verso i paesi vicini. 

Convertita la zona in un immenso piazzale, non fu ricostruita fino alla fine del secolo successivo. Nel 1869 i terreni della Cittadella furono restituiti alla città e, successivamente, l’architetto Fontserè avrebbe progettato il parco, il mercato e la ri-urbanizzazione della zona, dando al quartiere l’attuale aspetto.

3. Come è sorta l’idea di omaggiare quei barcellonesi?

Alla fine del 1999 ho installato il mio studio nella via della Ribera, praticamente di fronte a una delle porte laterali del mercato. All’interno, nel 2001 ebbero inizio gli scavi che avrebbero scoperto la Barcellona degli inizi del secolo XVIII. Dal balcone di casa mia ho potuto seguire giorno dopo giorno l’evoluzione di questi lavori, che rendevano sempre più visibili le vestigia della Barcellona antecedente all’occupazione borbonica.

Nell’anno 2003, in occasione della Diada, TVC aveva trasmesso il documentario El Born, un vincolo con il passato, diretto da Jordi Fortuny e Marina Pi. Che io ricordi, quella fu la prima volta che ebbi notizia della tragedia vissuta in quel quartiere pochi anni dopo l’assedio del 1713-1714, e che mi furono date delle cifre di quella barbarie, venendo a conoscenza solo allo di quella catastrofe umana.
Le mie opere partono quasi sempre dal luogo, dallo scenario dei fatti. Inutile dire che la conoscenza della sfortunata vicenda dei riberesi di allora mi motivò enormemente a dare vita ad un memoriale che potesse ridare loro dignità. Quasi fin dal primo momento ho pensato di usare i cognomi di quelle famiglie, ma l’unica persona che me li poteva procurare era lo storico Albert Garcia Espuche, la persona che più conosce la storia di questa città. Garcia Espuche lavorava da anni all’opera che doveva compendiarli, La Città del Born, ma fino al 2009 questo lavoro non vide la luce.
Con la pubblicazione e l’ottenimento dei cognomi eravamo a metà del’opera perchè ancora dovevamo capire quale grado di empatia con il progetto si sarebbe ottenuto tra i vicini. La Ribera onora la Ribera ha subito diversi rinvii, e finalmente, alla fine del 2012 decisi di riprendere il progetto e portarlo avanti nei primi mesi del 2013, prima dell’apertura del Born Centro Culturale.


                                                          Frederic Perers


4. Perchè le tele sui balconi? Pretende essere un evento di partecipazione cittadina (o, almeno, che coinvolga i vicini?)
 Mi piaceva l’idea di vedere vicini che omaggiavano dei vicini, che gli abitanti della Ribera di oggi fossero gli attori principali di questo memoriale ed i protagonisti del ritorno al quartiere dei cognomi degli espulsi. Separati unicamente dal tempo, i vicini della Ribera di oggi hanno solidarizzato simbolicamente con i vicini della Ribera di ieri. Con una rimembranza austera, serena e silenziosa, senza sigle nè consegne. 

E mi piaceva specialmente che l’installazione usasse i balconi come supporto, il punto più pubblico di una casa, di un ambito privato. Lo spazio dove, senza uscire di casa, la cittadinanza appende ed esprime individualmente il suo impegno, le sue rivendicazioni e le sue gioie collettive. 

Balconi vestiti di cognomi, una forma diretta, visibile, viabile e partecipativa di fare un omaggio.

5. Qual’è l’obiettivo principale?

Da una parte, ricordare i profughi della Vilanova dei Mulini del Mare, la Fusina, la zona del convento di Santa Chiara, la Ribera, il piano di Llull,… quartieri scomparsi, la maggior parte di questi nomi non risultano più familiari agli abitanti della Barcellona del 2013. Sembra incredibile ma tre secoli dopo i fatti, la città aveva in sospeso di rendere omaggio a tanti e tanti barcellonesi che, dopo un assedio brutale ed un’imposizione straniera, furono esiliati dalle loro case.

D’altra parte, che i riberesi di oggi prendano coscienza che si trovano nella zona zero del 1714, nel luogo della barbarie. Gli attuali abitanti della Ribera svolgono le loro vite nelle prime case costruite dopo la distruzione di questa parte di Barcellona. Valeva la pena reincorporare i fatti nella memoria collettiva del quartiere e del paese. 

6. Consideri importante ricordare i fatti del 1714 e le sue conseguenze? Perchè?

Insomma, che ti eliminino dalla faccia della terra a furia di bombe è un fatto che, come paese, non abbiamo voluto mai dimenticare. La nostra “minorizzazione” come popolo ha inizio da quella sconfitta, ma la data tragica è anche l’inizio del duro cammino verso il recupero della pienezza nazionale. E’ stato necessario che ci abbiano creduto molte generazioni per arrivare dove siamo adesso, alle porte del raggiungimento dello stato proprio.


7. Vedi un rapporto tra i catalani del 1714, o alla situazione che si viveva allora in Catalogna, con i catalani ed il paese attuali?

In ambedue i casi ci si trova in un crocevia, in un momento determinante per il futuro del paese. La differenza giace basicamente nella direzione degli eventi. Mentre 300 anni fa la Catalogna sprofondò con la perdita delle libertà nazionali, adesso precisamente siamo alle porte di ridiventare nuovamente proprietari del nostro futuro. La chiave è che allora le cose si sistemavano a botte e vinceva il più forte. Adesso le decisioni le prendono le maggioranze e, se facciamo squadra, saremo quello che vorremo essere, qualsiasi cosa dicano in Spagna o nel mondo.

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domenica 15 settembre 2013

La Via Baltica vinse la Rivoluzione Cantata








La grande catena umana del 1989 tra Vilnius, Riga e Tallin, la Via Baltica, che oggi stesso compie 24 anni, fu una tappa fondamentale per riavere l’indipendenza della Lituania, Lettonia e Estonia. Così potente che non pochi libri di storia hanno ignorato il vero nome con il quale quei paesi chiamarono la loro rivolta: La Rivoluzione Cantata. L’idea fu promossa dagli attivisti che tra il 1987 e il 1991 – anni culminanti della perestrojka – organizzarono concerti nei quali si cantavano canzoni popolari dimenticate o inni vietati alternandoli ad un repertorio rock, a volte più duro altre più morbido, ispirato a Metallica, Supertramp, Dire Straits, AC/DC e Iron Maiden.

Dietro ai concerti –alcuni ben organizzati e altri improvvisati- si muoveva e si mobilitava una società civile disposta ad approfittare dello sfascio dell'URSS per frenare la “russificazione” imposta dal 1945 e per recuperare le indipendenze sequestrate dal patto tra Stalin e Hitler. Gli attivisti si trovano tra quello che, ancora oggi, nel mondo post-soviètico viene chiamato intellighenzia. Gente istruita -membri di associazioni di scrittori, musicisti o artisti- e compromessa con i diritti umani. Quelli che dal 1975 sfidavano il potere sovietico e osavano raccogliersi sotto le parole della Lettera di Helsinki, firmata e pubblicata controvoglia dal Cremlino nel 1975.

Le riforme democratiche di Gorbaciov tra il 1987 e il 1988, specialmente la glasnost (trasparenza informativa), fecero sorgere nel Baltico centinaia di gruppi denominati “gruppi informali di discussione e dibattito”. Nuclei civici che piano piano si coordinarono fino a creare un ente organizzato, il fronte popolare, al quale si unirono infine i settori più riformisti ed intelligenti del Partito Comunista, coscienti che si trovavano di fronte ad un movimento storico inarrestabile.

Il Fronte Popolare in Lettonia e in Estonia, e il Sajudis (movimento) nella Lituania. Tutti e tre diedero sfornarono nuovi leader sociali e politici -una miscela di nazionalisti, liberali e socialdemocratici- che approfittarono delle elezioni del mese di marzo del 1989, le prime dell’URSS con una pluralità di candidati dal 1917, per occupare una manciata di seggi nel Congresso sovietico.

Una mobilitazione che creò dei leader.
A differenza di quanto è successo a casa nostra, nel caso baltico la società civile non fu obbligata a spingere la classe politica perché fu precisamente la mobilitazione sociale quella che generò la leadership. Della forza baltica rappresentata a Mosca sorsero nomi come Egdar Savisaar, Vytautas Landsbergis, Algirdas Brazauskas e Ivars Godmanis. Arrivarono a presiedere dei governi, ma prima organizzarono la Via Baltica del 23 agosto 1989. E, dopo qualche mese, nel marzo del 1990, raggiunsero maggioranze più che assolute nelle elezioni legislative delle tre repubbliche.

Subito dopo i Parlamenti autonomi fecero dichiarazioni di sovranità, proclamandosi soggetto giuridico e politico, e fissando una data per i referendum di autodeterminazione: la Lituania lo fece il 9 febbraio 1991 mentre Lettonia e Estonia il 3 marzo dello stesso anno. Qualche settimana prima -a partire dal 13 gennaio 1991- dei paracadutisti e carri armati sovietici che agivano ai margini del commando di Gorbaciov tentarono di stroncare il processo occupando la televisione lituana ed il Dipartimento degli Interni lettone, con un bilancio di quattordici attivisti civili morti.

L’intervento militare fallito non riuscì a far rimandare le consultazioni, dove il sì vinse con un 76% in Lituania, un 74% in Lettonia e un 78% in Estonia. Il conteggio pose fine ai quattro anni della Rivoluzione Cantata. Dopo sei mesi, in agosto del 1991, fallito il colpo di stato militare contro Gorbaciov, le tre Repubbliche baltiche fecero dichiarazioni unilaterali d’indipendenza appellandosi alle leggi internazionali. Tre mesi dopo l'URSS non esisteva più.


Llibert Ferri
@llibertferri

Tra 1987 e 2007 inviato speciale della catena TV3 nell’Europa centrale ed orientale e nell'antica Unione Sovietica

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mercoledì 21 agosto 2013

300 anni fa, ebbe inizio un’assedio...

 
 
Nella giornata di San Giacomo di 300 anni fa, l’esercito delle Due Corone, Francia e Spagna, comandato dal duca di Populi, arrivò alle porte della città di Barcellona. Il giorno prima, era stata issata la bandiera di Santa Eulalia nella Casa della Città, simbolo inequivocabile della chiamata alla lotta del popolo di Barcellona. Già da giorni i Consiglieri della Città indossavano l’armatura nera, segnalando senza lasciare dubbi, che la lotta era per la vittoria o la morte. Quel 25 luglio del 1713 dei volontari catalani a cavallo attaccavano l’avanguardia dell’esercito borbonico, mentre le batterie di artiglieria di Barcellona bombardavano il corpo principale delle truppe franco-spagnole. Finalmente, queste si sarebbero ritirate sul Piano dell’Hospitalet de Llobregat, mentre una flotta di 6 galere e 30 navi minori chiudevano il cerchio alla città assediata. Barcellona, “capitale e madre” della patria –come si poteva leggere su molti volantini pubblicati all’epoca-, si preparava a resistere a un assedio che avrebbe causato l’ammirazione di mezza Europa e che sarebbe finito più di un anno dopo, durante l’eroica giornata dell’11 di settembre del 1714.

Come un grande respiro di storia risorge la lotta di un popolo che si riconosceva libero e voleva vivere libero. L’accanita difesa dei catalani di quello che consideravano formasse parte della loro più intrinseca personalità –le Istituzioni, i diritti, le Costituzioni- si eleva oggi ancora come un’impresa memorabile ed epica. “Finisca la nazione con gloria!”, gridava il cavalier Manuel Ferrer i Sitges alla Junta de Braços (Assemblea dove erano rappresentati i tre bracci: nobiltà, chiesa e popolo). E probabilmente fu necessaria questa fine onorevole per poter rinascere, quasi un secolo e mezzo dopo e dare inizio all’esercizio del recupero della memoria che permane fino ad oggi, in questo lungo, tenace ed insieme ondeggiante viaggio che stiamo facendo i catalani per trovare noi stessi. Si, eravamo morti, e la Renaixença (movimento culturale dell’800) fu la scintilla che accese nuovamente la torcia in quella nazione che si era dissolta in nero.

In questi giorni abbiamo ascoltato (ed è soltanto, oh Madonna!, l’inizio di quello che ci aspetta) un gocciolio di critiche per questa ossessione “malaticcia” dei catalani per la propria storia. Ed è che niente fa più popolo che la storia del popolo. Sono solito citare questa frase del nostro più grande storico, Ferran Soldevila, che dedicò la vita intera ad approfondire la conoscenza di chi eravamo. Lui stesso spiegava che lo guidava in questa ardita piramide soltanto un obiettivo: “Fare della Catalogna un popolo normale”.

Un popolo normale è un popolo che conosce sè stesso, che i suoi giovani studiano alle scuole ed istituti, e che le sue televisioni programano regolarmente trasmissioni sulla storia. E’, dunque, evidente che ancora ci manca da percorrere un buon tratto di strada, perchè ancora la smemoratezza è troppo presente tra i nostri connazionali.

Per questo, uno dei pilastri del processo di normalizzazione nazionale –cioè, l’indipendenza- è la storia e la cultura. Senza queste nostre radici, nessuno straniero capirà mai le nostre rivendicazioni.

Abbiamo un’opportunità straordinaria, in un anno dove risuonerà come non mai quel grido di libertà che fu l’assedio di Barcellona. Sfruttiamolo. E’ l’unico modo di fare che l’esercizio della memoria non diventi puerile o sterile, ma anzi creativo e trasformatore, interpellatore. E’ così che sembrerà di ascoltare il rintocco delle campane che arriva da lontano. E vi sentirete capovolgere. Apparteniamo a questa terra. E’ il grido di questa terra. Le campane, chiaramente, suonano per noi. Per ricordarci chi siamo stati e chi saremo.
 
Quim Torra
El Singular Digital - 24/07/2013

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sabato 20 luglio 2013

Barcelona ricorda i nomi delle famiglie espulse dagli spagnoli nel 1714



L’artista Frederic Perers ha fatto pendere dai balconi degli edifici adiacenti al Mercat del Born di Barcelona i cognomi delle famiglie espulse dalle forze d’occupazione spagnole nel 1714. Trecento anni fa gli eserciti spagnolo e francese irrompierono nella capitale catalana fra fuoco e sangue. Aveva resistito a uno degli assedi più lunghi della storia moderna d’Europa solo schierando forze civili. Una volta occupata la città, l’ 11 settembre del 1714, iniziò una feroce repressione. Oltre agli omicidi e le espropriazioni, furono espulse le famiglie che avevano guidato la resistenza catalana.
Fra le varie azioni repressive, nel 1714 furono fatte crollare mille case, eliminando un 17% della superficie che aveva Barcelona all’epoca. I proprietari furono obbligati a demolire i propri immobili, e circa cinquemila vicini furono espulsi. Buona parte della resistenza catalana si rifugiò in Austria.
L’omaggio, cha ha contato con l’aiuto volontario dei vicini, rimarrà esposto fino a dopo la prossima Diada (Giornata Nazionale della Catalogna), l’11 settembre 2013. I balconi delle case intorno al mercato saranno decorati fino ad allora con settanta teli che avranno stampato il cognome di queste famiglie, e creeranno insieme un grande mosaico verticale che occuperà diverse facciate. Separati unicamente dal tempo, Perers ha chiesto ai vicini del 2013 che si solidarizzassero simbolicamente con quelli che vissero la sconfitta del quartiere. Con un ricordo austero, sereno e silenzioso, senza slogan ne consegne. Il progetto richiedeva che i cittadini attuali ricordassero alla Ribera i cognomi delle famiglie espulse e li esponessero pubblicamente dai propri balconi.

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domenica 9 giugno 2013

Storia del Catalanismo (I)


Il catalanismo è il nazionalismo catalano. Un movimento di rivendicazione politica, ma anche culturale, della Catalogna. Non è omogeneo, nè in ambito politico nè in quello culturale, perchè esprime diverse opzioni di autogoverno della Catalogna.

Molti non capiscono, come sia stata possibile l’apparizione del nazionalismo catalano nel secolo XIX come anche in altri paesi europei e, come è possibile che lo abbia fatto in una nazione come la Spagna. La risposta è che in questo secolo XIX, la Spagna è un insieme nazionale non omogeneo. La Catalogna aveva perso le costituzioni e libertà nel 1714, ma la Spagna non era riuscita ad assimilarla per diversi motivi economici e sociali. Durante la nascita ed sviluppo degli stati liberali, in Spagna ci furono delle guerre civili (chiamate Guerre Carliste) tra i partidari dell’assolutismo e quelli del liberalismo e, le Costituzioni liberali furono tanto effimere, che non riuscirono a far sviluppare l’identità nazionale spagnola fino alla seconda metà del secolo XIX. Ma, allora, era già nato un nazionalismo catalano come conseguenza, anche, di una grande modernizzazione industriale in Catalogna. In questo contesto, dalla metà del secolo XIX e con i princìpi liberali politici ed economici, il Catalanismo si sviluppa e continua fino ai giorni nostri.

Valentí Almirall i Llozer (1841-1904): Nacque in una famiglia di commercianti; studiò filosofia e diritto presso l’Università di Barcellona. Padroneggiava il latino ed il greco classico, il francese, l’inglese, l’italiano ed il tedesco. Durante la rivoluzione del 1868 fu direttore del Club dei Federalisti (dal 1868 al 1881 fu militante nel Partito Repubblicano Democratico Federale) e pubblicò le Basi per la Costituzione Federale della Nazione Spagnola e per quella dello Stato Catalano.

Un anno dopo, nel 1869, fondò “Stato Catalano” (Estat Català), (nel mese di luglio a Barcellona; nell’anno 1873 a Madrid). Partecipò anche alla rivoluzione di settembre di Barcellona e, dopo quel fallimento, fu condotto prigioniero nelle Isole Baleari da dove riuscì ad evadere con altri prigionieri. Fu amnistiato alla fine dell’anno.

Ad aprile del 1870 partecipò contro le “quinte” (rivolta popolare di opposizione alla chiamata del governo spagnolo che obbligava i ragazzi a servire nell’esercito). Più tardi, fu uno dei fondatori del settimanale “La Campana de Gràcia” (La rivolta aveva avuto un’ampia rissonanza nel paese di Gràcia e durante quel conflitto la campana suonò continuamente).

Nel 1878, è uno dei fondatori dell’Ateneo Libero (Ateneu Lliure) e pubblicò Gli scritti catalanisti (Els escrits catalanistes). Il 4 maggio del 1879, fondò il primo giornale in lingua catalana,  El Diari Català che uscì fino al 1881. Nel 1880 organizzò il I Congresso Catalanista. Nel 1883, il Centre Català (nato nel 1882) per iniziativa d’Almirall organizza il II Congresso Catalanista.

I congressi catalanisti erano assemblee politiche per discutere l’ideario del nazionalismo catalano. Nel primo, ci fu l’idea del Centro Catalano, il progetto di fondare un’Accademia della lingua e la difesa ed sviluppo del diritto catalano. Nel secondo, si condanna la dipendenza della politica catalana nei confronti della spagnola.

Almirall, intervenne nella redazione della Memoria in difesa degli interessi morali e materiali della Catalogna che fu presentata al re Alfonso XII nel 1885. Questa Memoria di Rimostranze “Memorial de Greuges”, fu presentata da enti economici e culturali catalani che difendevano il commercio ed il diritto civile catalano.

Nel 1886, editò “Lo Catalanisme”. Nel libro spiega i motivi ed i fondamenti scientifici del catalanismo così come le soluzioni pratiche per il nazionalismo catalano.

 
Francesc Bonastre i Santolària.       

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domenica 12 maggio 2013

Nel corso della propria storia, la Catalogna ha vissuto sette proclamazioni d'indipendenza

La proclamazione di sovranità della Catalogna come quella promulgata nel gennaio 2012 dal Parlamento Catalano non è affatto un evento unico nella storia, se essa viene considerata un passo nella costruzione di una struttura sovrana di potere, come viene riportato nel saggio Les proclames de sobirania de Catalunya Ed. Farell, 2009 nel quale vengono analizzati i cosiddetti "episodi di sovranità".

Il saggio riporta le sette epoche in cui la Catalogna s'è proclamata sovrana ed ha espresso strutture di Stato, come un potere giudiziario proprio o un esercito, oppure una struttura di base semplice ed efficente. Le proclamazioni di sovranità sono state: la rivoluzione del 1640; la resistenza barcellonese del 1713-1714; la Junta Superior contro la dominazione francese (1808-1814); lo Stato Catalano del 1873; la Repubblica Catalana del 1931; il Sei d'Ottobre del 1934 e la Guerra Civile dal 1936 al 1939.

Tutte questi momenti storici sono accomunati da due caratteristiche indistricabili: la sovranità e la rivendicazione sociale di un miglioramento delle condizioni di vita. Due aspetti che anche attualmente sono come due facce della stessa medaglia.

El Corpus de Sang del 7 giugno 1640, di fatto una proclamazione di sovranità.

Così viene interpretata la fine dell'occupazione da parte dei soldati ispanici del 1640 con la Guerra dei Mietitori (Segadors) che fa divenire la Catalogna una repubblica de facto con la creazione di un esercito, la nomina di consiglieri, l'istituzione di imposte e il conio di una moneta, fino a che la Giunta Generale di Braços accetta la protezione francese. Allo stesso modo, viene interpretato il volere dello Stato Catalano del 1873 con l'abolizione delle decime; la lotta per diritti civili del 1931; l'opposizione spagnola alla riforma agraria della Catalogna del 1934.

In maniera differente invece sono catalogate gli altri episodi che sono di fatto dei proclama di indipendenza perché organizzano una resistenza nella forma di stato moderno e sovrano. In questo gruppo sono incluse la resistenza barcellonese del 1714, la guerra d'indipendenza spagnola (la Guerra del Francès) e infine, la Guerra Civile del 1936-1939, che ha implicato la creazione di un Consiglio della Difesa, patrocinatrice di una sorprendente indrustria militare.

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mercoledì 24 aprile 2013

La lotta per l’indipendenza


Dicono che le argomentazioni dei favorevoli all’indipendenza catalana abbiano origine nella sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo (2010) contro lo Stato della Catalogna (2006) e nella crisi economica che stiamo vivendo e che rende ancora più evidente la spoliazione dei beni della Catalogna da parte del governo spagnolo.

Oggi la lotta dei catalani per la propria libertà fa parte della storia dell’umanità. Il testo che presentiamo, illustra brevemente due personaggi del passato della Catalogna. Entrambi si chiamavano Francesc Macià e entrambi hanno avuto il titolo militare di colonnello, ma le loro figure sono state separate da diversi secoli e da circostanze diverse.


Francesc Macià i Ambert (1658?-1713), più conosciuto come Bach de Roda, era un contadino e proprietario terriero che combattè contro l’occupazione francese della fine del XVII secolo. Durante la Guerra di Successione (conflitto bellico europeo su base politica, economica e dinastica) i catalani presero le parti di Carlo d’Austria.
Nel 1704 Bach de Rosa prese parte alla rivolta dei "vigatans" (termine usato per indicare i dirigenti e combattenti nella zona de La Plana de Vic filo-austriaci). Nel 1705 partecipò alla conquista di Barcellona e, durante lo stesso anno e quello successivo, la difese dai borbonici.
Negli anni successivi ottenne il grado di colonnello del Reggimento dei Fucilieri di Montagna. Nel 1713 continuò a combattere nonostante l’occupazione della città di Vic e l’abbondono degli alleati di Carlo, come conseguenza del trattato di Utrecht. Infine, quando si trovava in uno dei terreni di sua proprietà, venne tradito e impiccato a Vic senza alcun processo.
Per i catalani la Guerra si concluse con la conquista di Barcellona l’undici settembre del 1714. Significava esecuzioni, prigioni, bandi, esili. Il Decreto di Nueva Planta del 1716, imposto dalla Spagna, era un nuovo ordinamento politico-amministrativo. Per quanto riguarda l’economia, dal 1714 i borbonici imposero una tassa straordinaria per la guerra e, nel 1716, introdussero anche una nuova tassa catastale.


Francesc Macià i Llussà (1859-1933) entrò all’accedemia di ingegneria militare nel 1874. Nel 1895 divenne comandante e, nel 1904, tenente colonnello. A causa degli incidenti del Cu-Cut! (rivista satirica che pubblicò una caricatura considerata offensiva nei confronti dei militari spagnoli, che decisero di distruggerne gli uffici) del 1905 si pronunciò a sfavore dell’anticatalanismo e, nel 1907, si presentò come candidato di Solidaritat Catalana, rinunciando alla carriera militare di colonnello.
Deputato presso il comune catalano Les Borges Blanques, nel 1919 creò la Federació Democràtica Nacionalista e, nel 1922, il Estat Català (nonostante il suo obiettivo fosse fondare una Repubblica Catalana). Fu esiliato in seguito al colpo di stato di Primo de Riversa nel 1923, ma provò a invadere la Catalogna nel 1926, tentativo fallito e per il quale fu processato in Francia.
Al termine della dittatura (1931), decise di tornare in Catalogna e partecipò alla creazione della Esquerra Republicana de Catalunya (ERC). Dopo avere vinto le elezioni comunali, il 14 aprile del 1931, proclamò la Repubblica catalana. Successivamente però accettò uno statuto di autonomia della Catalogna e accettò il ruolo di presidente del governo catalano, ruolo che ricoprì fino alla morte, nel 1933.
Il governo della Catalogna, chiamato Generalitat, sarà poi eliminato dalla dittatura di Franco al termine della guerra civile spagnola, nel 1939. I campi di concentramento, le esecuzioni, le prigioni, gli esili furono una dura realtà per molti anni.
Attualmente ERC è il secondo partito al Parlamento catalano e uno dei partiti nazionalisti catalani che lotta per ottenere l’indipendenza della Catalogna.

Francesc Bonastre i Santolària.

Spagnolo

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